Demonstrators spell out "# No Muslim Ban" during the "Boston Protest Against Muslim Ban and Anti-Immigration Orders" to protest U.S. President Donald Trump's executive order travel ban in Boston, Massachusetts, U.S. January 29, 2017. REUTERS/Brian Snyder - RTSXY8H

Le due sentenze contro l’ultimo bando sull’immigrazione di Trump

Dalle Hawaii e dal Maryland arrivano le sentenze di due giudici federali contro il bando

Mercoledì sera un giudice federale delle Hawaii ha rilasciato a livello nazionale un ordine che blocca il bando del Presidente Trump sull’immigrazione dai paesi musulmani, dando un colpo bruciante alla Casa Bianca e segnalando che Trump dovrà rendere conto di fronte alla Corte della sua accesa retorica rispetto all’Islam.

Un secondo giudice federale del Maryland, durante la notte del 15 marzo, ha espresso una sentenza contro Trump, proibendo, con un ordine separato, la disposizione centrale del bando sull’immigrazione appena entrato in vigore.

Le sentenze sono state una seconda grande caduta per la corsa del Presidente ad una politica che ha dichiarato critica per la sicurezza nazionale. Il suo primo brusco tentativo di limitare l’immigrazione, prevalentemente da una manciata di paesi musulmani, è finita, il mese scorso, come un fiasco in tribunale, quando una corte federale a Seattle l’aveva fermato.

Trump ha rilasciato il 6 marzo un nuovo e più ristretto bando per l’immigrazione, che interessa sei nazioni, cercando di accontentare le corti, rimuovendo gli elementi più contenziosi della versione originale.

Ma in una pungente decisione che ha ripetutamente richiamato i commenti pubblici di Trump, il giudice Derrick K. Watson della Corte del Distretto Federale di Honolulu, ha scritto che “un ragionevole e oggettivo osservatore” potrebbe anche vedere il nuovo ordine come “rilasciato con lo scopo di sfavorire una particolare religione, nonostante il suo dichiarato obiettivo religiosamente neutrale”.

Il giudice Derrick Watson ad Honolulu, nel dicembre 2015 (George Lee/The Star-Advertiser via AP) ORG XMIT: HIHON30
Il giudice Derrick Watson ad Honolulu, nel dicembre 2015

Nel Maryland, il giudice Theodore D. Chuang alcune ore dopo, con una sentenza su un caso portato dai gruppi noprofit che lavorano con rifugiati e immigranti, è giunto alla conclusione che il probabile obiettivo dell’ordine esecutivo era “l’attuazione del bando sui musulmani” che Mr.Trump aveva promesso di emanare mentre ancora era candidato alla presidenza.

Trump, già mercoledì sera, si era duramente scagliato contro il giudice Watson. Alzando la voce, Trump ha accusato il giudice di aver sentenziato in quel modo “per ragioni politiche” e ha criticato la Corte d’Appello degli Stati Uniti per il Nono Circuito, la quale aveva accolto la precedente decisione contro la sua amministrazione e ascolterà un eventuale ricorso alla sentenza proveniente dalle Hawaii.

“Questa sentenza ci fa sembrare deboli, cosa che tra l’altro non siamo più, credetemi”, ha detto Trump.

Trump ha anche affermato che potrebbe essere reintrodotta la versione iniziale dell’ordine esecutivo, piuttosto che quello bloccato mercoledì, che ha descritto come “una versione annacquata del primo”.

Dopo aver firmato il bando rivisto, i procuratori generali dei Democratici e alcuni gruppi noprofit sono tornati di corsa in tribunale, sostenendo che il decreto aggiornato di Trump fosse ancora una versione sottilmente velata del bando sull’immigrazione dei musulmani che aveva proposto lo scorso anno.

Il giudice Watson, che era stato designato dal Presidente Barack Obama, ha sentenziato che lo stato hawaiano e un querelante individuale, Ismail Elshikh, l’imam dell’Associazione dei Musulmani delle Hawaii, hanno delle ragionevoli motivazioni per considerare l’ordine come una discriminazione religiosa. E ha concluso che, permettendo che le restrizioni sull’immigrazione entrassero in vigore a mezzanotte, come da programma, avrebbe potuto causar loro danni irreparabili.

Il Giudice Watson ha selezionato il signor Elshikh, un cittadino americano la cui suocera siriana aveva presentato un visto per entrare negli Stati Uniti, per avere una testimonianza particolarmente forte che le regolazioni sull’immigrazione avrebbero potuto danneggiarlo sulla base della sua religione.

“Questo è un grande giorno per la democrazia e per i diritti religiosi e umani”, ha detto il signor Elshikh (che era all’estero) in un messaggio inoltrato attraverso Hakim Ouansafi, il Presidente dell’Associazione dei Musulmani delle Hawaii. “Sono molto contento che il processo sulla documentazione di mia suocera non si fermi ora, ma soprattutto che questo bando per i musulmani non separerà le famiglie dai propri cari solo perché provengono da questi sei paesi.”

Il Signor Elshikh, che è egiziano e che aveva precedentemente lavorato nel Michigan, era stato chiamato nella moschea hawaiana più di dieci anni fa, ha detto Ouansafi. Quest’ultimo ha inoltre affermato che quando l’associazione ha iniziato a cercare qualcuno come querelante, l’imam, che ha acquisito la cittadinanza lo scorso anno, accettò di farlo senza riserva.

Dopo esser divenuto il volto della causa, ha ricevuto diverse minacce dal continente, ha detto Ouansafi. Ha aggiunto: “se fossimo vissuti in qualsiasi altro stato, non gli avrei chiesto di farsi avanti”.

Nel caso del Maryland, il Giudice Chuang, anche lui designato da Obama, si è rifiutato di bloccare l’entrata in vigore dell’ordine esecutivo, ma ha sentenziato che la sezione più importante – che vieta l’immigrazione da una mezza dozzina di paesi – potrebbe non essere fatta osservare. La sua sentenza ha citato i commenti pubblici di Trump per concludere che c’erano “forti prove che l’obiettivo della sicurezza nazionale non è lo scopo primario del bando sull’immigrazione”, e che Trump potrebbe aver avuto l’intenzione di violare il divieto costituzionale di favoritismi religiosi.

In aggiunta alle cause delle Hawaii e del Maryland, un giudice federale dello Stato di Washington, mercoledì, ha ascoltato le ragioni nei casi di sfida alla costituzionalità dell’ordine di Trump, incluso quello portato da una coalizione di procuratori generali dei Democratici e un altro dai gruppi noprofit.

La risposta dell’Amministrazione

Gli avvocati dall’Amministrazione hanno risposto che il presidente stava semplicemente esercitando i suoi poteri nell’ambito della sicurezza nazionale. Nell’accalcarsi a difendere l’ordine esecutivo, un avvocato dell’ufficio del procuratore generale degli Stati Uniti , Jeffrey Wall, ha riposto, prima alla corte del Maryland e poi, per telefono, al giudice Watson ad Honolulu, che non ci sono elementi dell’ordine, così com’è scritto, che potrebbero essere interpretati come un ‘test sulla religione’ per gli immigranti.

Donald Trump mentre firma l'ordine esecutivo del bando sull'immigrazione
Donald Trump mentre firma l’ordine esecutivo del bando sull’immigrazione

Wall ha detto che l’ordine era basato sulle preoccupazioni sollevate dall’amministrazione Obama nel muoversi in direzione di un più severo controllo degli immigrati provenienti dai sei paesi.

“Quello che l’ordine fa è un passo in là rispetto a quello che la precedente amministrazione ha fatto, ma le basi sono le stesse”, ha dichiarato Wall all’udienza nel Maryland.   

Dopo il discorso di Trump a Neshville, il Dipartimento di Giustizia ha rilasciato un’altra dichiarazione contestando la decisione delle Hawaii, definendole “entrambe difettive di ragionamento e scopo”. Sarah Isgur Flores, portavoce del dipartimento, ha dichiarato che avrebbero continuato a difendere la legalità dell’ordine presidenziale.

Le organizzazioni di rifugiati e i gruppi per i diritti civili hanno accolto la sentenza hawaiana con espressioni di trionfo e sollievo. Marielena Hincapiè, direttore esecutivo del Centro di Assistenza Legale per l’Immigrazione nazionale, uno dei gruppi che ha citato in giudizio Trump nel Maryland, ha definito la sentenza del giudice Watson come “un forte e inequivocabile reazione alla politica dell’odio”.

Il bando originale, rilasciato il 27 gennaio, ha scatenato una situazione di caos agli aeroporti americani e ha suscitato proteste di massa. Emesso improvvisamente un venerdì pomeriggio, ha temporaneamente sbarrato l’immigrazione da sette nazioni a maggioranza musulmana, senza applicare un’esplicita distinzione tra cittadini di quei sei paesi, che avevano già le green card o i visti, e quelli che non li avevano. Ha inoltre indicato che i rifugiati cristiani da questi paesi, in futuro, avrebbero dovuto avere la priorità.

Il nuovo bando

Dopo che la Corte Federale di Seattle ha rilasciato un’estesa ingiunzione contro quella politica, Trump ha rimosso la maggior parte delle disposizioni e ha nuovamente emanato l’ordine esecutivo. La nuova versione ha esentato i gruppi chiave, come i titolari delle green card e dei visti, e non ha mantenuto la sezione che avrebbe previsto un trattamento speciale per i cristiani.

Trump ha anche rimosso l’Iraq dalla lista dei paesi coinvolti nel bando, dopo che il Pentagono ha espresso preoccupazione per il fatto che si sarebbe potuta danneggiare la collaborazione del governo iracheno con gli Stati Uniti, nella lotta contro lo Stato Islamico.

Queste concessioni però non hanno placato le critiche al bando di chi ha affermato che avrebbe ancora la funzione di un incostituzionale test religioso, sebbene riguardi meno persone – un argomento che conviene con la sentenza del giudice Watson.

Trump ha dichiarato che la pausa è servita per rivalutare le procedure di controllo degli immigranti da quei sei paesi. “Ognuna di queste nazioni è uno stato sponsor del terrorismo, è stato significativamente compromesso dalle organizzazioni terroristiche, oppure contiene zone di conflitto attive”, ha scritto nell’ordine esecutivo.

Una questione di costituzionalità

Gli ordini delle due Corti non erano una sentenza finale sulla costituzionalità del bando di Trump, e l’amministrazione ha espresso fiducia nel fatto che le Corti, alla fine, acconsentiranno ad accettare il potere di Trump di emanare quelle restrizioni.

Ma è probabile che il dibattito tocchi direttamente Trump e i suoi stretti assistenti e che faccia sorgere la possibilità di un esame approfondito dei loro commenti pubblici e delle loro comunicazioni private.

La causa contro il bando ha minuziosamente citato i commenti di Trump fatti durante la campagna elettorale per la presidenza. Il procuratore generale di Washington Bob Ferguson, che ha sfidato con successo il primo ordine di Trump, ha indicato che in un’estesa battaglia legale, potrebbe richiedere le deposizioni dagli organici dell’amministrazione e altri documenti che potrebbero rendere noto l’intero processo da cui gli assistenti di Trump hanno realizzato il divieto.

Come candidato, Trump aveva inizialmente proposto di bloccare l’accesso agli Stati Uniti a tutti i musulmani, e successivamente aveva presentato un piano alternativo, quello di bandire l’immigrazione da un certo numero di paesi musulmani, che aveva descritto come un modo politicamente accettabile di raggiungere lo stesso obiettivo.  

Inoltre sono stati messi in evidenza, nella causa, i commenti di Stephen Miller, un consigliere del presidente, che ha definito i cambiamenti del primo bando sull’immigrazione di Trump come un mero aggiustamento tecnico teso a mascherare quella stessa politica precedente alla revisione della Corte.

Tradotto e adattato da Samuele Nardi

Articolo originale del The New York Times, scritto da Alexander Burns:

https://www.nytimes.com/2017/03/15/us/politics/trump-travel-ban.html?ref=politics

Rispondi