Apologia del Silenzio

Apologia del Silenzio


Oggi non era giorno di parole,

con mire di poesie o di discorsi,

né c’era strada che fosse nostra.

A definirci bastava solo un atto,

e visto che a parole non mi salvo,

parla per me, Silenzio, ch’io non posso.

(José Saramago)


La parola “Silenzio”

È capitato che mi chiedessero di scrivere un articolo sul silenzio. In realtà l’ho scelto io. Ho scelto male, come accade spesso. Allora mi sono messa a cercare su internet cosa si intendesse esattamente con la parola silenzio. Il Treccani riporta diversi significati. Cito due tra i più interessanti:

«Silènzio s. m. [dal lat. silentium, der. di silens -entis, part. pres. di silēre «tacere, non fare rumore»]. – 1.a. Assenza di rumori, di suoni, voci e sim., come condizione che si verifica in un ambiente o caratterizza una determinata situazione. 2.a. Il fatto di non parlare o smettere di parlare (e, più in generale, di non gridare, cantare, suonare, fare rumore) per un certo periodo di tempo.»

Il silenzio sembra essere nemico della parola. Si palesa come vuoto, mancanza di suono, quiete. Al contrario, quello che sembra, non è. Non è mancanza e rinuncia. Non è assenza di comunicazione. É forma di comunicazione. Ciò che non è detto ha la propria capacità comunicativa.


Il silenzio nella letteratura europea

Nella letteratura europea i richiami al concetto di “silenzio” sono tra i più vasti. Ogni autore associa a quest’ultimo attributi e situazioni differenti.

Già nella tragedia greca il silenzio era un facile espediente usato tanto per evocare una situazione di estrema drammaticità quanto come manifestazione del dolore lacerante ben visibile all’esterno, ma impossibile da condividere con altri. Ne è un esempio l’Edipo Re di Sofocle: il silenzio della regina Giocasta, incapace di rivelare la verità su Edipo, sposo e figlio. Si raccoglie in un «chiuso silenzio», imbrattato della disgrazia vissuta. O ancora, quello raccontato da Eschilo nell’Agamennone, in cui il coro recita: «Il silenzio, al tempo, al mal m’è farmaco».

Spesso il silenzio nella letteratura è parola. Lo stesso Virgilio recita: «[sa] che volea dire lo muto» e «non attese mia domanda». Ugualmente per Alessandro Manzoni e quel silenzio ostile e irrequieto attribuito a Don Abbondio («stava zitto; ma non era più quel silenzio forzato e impaziente: stava zitto come chi ha più cosa da pensare che da dire»). Per Giacomo Leopardi il silenzio si trasforma in manifestazione delle proprie emozioni: «Il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore (anche nei momenti dolci), dell’ira, della meraviglia, del timore, ecc.» Ne condivide l’idea Walter Benjamin:«Vive, in ogni tristezza, la più profonda tendenza al silenzio, e questo è infinitamente di più che incapacità o malavoglia di comunicare». Fino a quando nel silenzio non traspare altro che silenzio. Diffonde disperazione e palesa atrocità come in Primo Levi – «il cielo sopra di noi era silenzioso e vuoto: lasciava sterminare i ghetti polacchi, si faceva strada in noi l’idea che eravamo soli» – o disegna scenari magici, incantati e quieti come, in alcuni casi, in Grazia Deledda – «Una gran calma, un silenzio profondo dappertutto; il paesaggio sfumava in linee uniformi, placidamente stese sotto la tenue luminosità del crepuscolo. Ad occidente i boschi di un verde cupo si disegnavano sullo smalto dorato dell’orizzonte, mentre ad est ed a nord le montagne e i cespugli parevano sfumare nell’azzurro pallido del cielo».

Personificazione e identificazione del Silenzio nel XXI secolo

La più famosa personificazione del Silenzio è riconducibile ad Ariosto nell’Orlando Furioso nel momento in cui Dio chiede all’Arcangelo Michele di andare a cercarlo per assolvere alla richiesta d’aiuto delle anime sante. Tuttavia, Nel nostro secolo la personificazione e l’individuazione di attributi che riguardano il silenzio è ancor più frequente nonostante non ce ne accorgiamo. Cos’ è oggi il Silenzio?

Il Silenzio è giusto; se non si ha nulla da dire è meglio tacere.
Il Silenzioso è sbagliato, perché nella Società dove tutto è veloce e etichettabile una parola in meno può causare incomprensioni ed indifferenza.

Il Silenzio è necessità.

Il Silenzio è saggio, per chi lo sa rispettare, quando l’unica cosa da dire è silenzio.
Il Silenzio è stupido, quando vorremmo dire qualcosa ma preferiamo tacere per paura che non venga condivisa.

Il Silenzio è diritto.

Il Silenzio è buono, al 50% dei casi stai riflettendo su noi stessi e chi cista intorno.
Il Silenzio è crudele, quando dovremmo parlare e, invece, tacciamo di fronte a un’ingiustizia, a un amico in difficoltà che  si scontra con altri. «Sì, perché quello è mio amico ma la fama ancora di più».

Il Silenzio è pensiero.

Il Silenzio è silenzioso, perché arriva strisciando e si insinua nella tua testa. E i rumori fuori esistono, ma dentro di te sei isolato.
Il Silenzio è pericoloso, perché a forza di parole, frasi, problemi non raccontati, si muore dentro e ci si ammazza fuori.

Il Silenzio è calma.

Il Silenzio è d’oro, perché mentre ti soffermi a guardare il tramonto non puoi fare la videocronaca su Instagram.

Il Silenzio è quello fra me e te che non ci dovrebbe essere, ché un per sempre è diventato un mai solo perché uno smartphone, invece di accorciare le distanze,  ti fa credere che le stia allargando.

Il Silenzio è il mare che ci ha fatto nascere, crescere e sempre ci cullerà.

Il mondo civile sapeva; e il mondo civile stava in silenzio

(Elie Wiesel)

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