L’inno di Mameli, ossia il precario più longevo della storia italiana

Sembra l’inno, ma non lo è

L’ incipit, “Fratelli d’Italia/ l’Italia s’è desta“, è di quelli famosi, nel senso che tutti lo conoscono (o almeno si spera). Così come, se si dovesse chiedere, è abbastanza sicuro che l’abbia scritto un certo Mameli. E anche il ritmo che accompagna questi versi, “Pam-parapam-parapampampà“, è di quelli per cui non serve certo un campione di “Sarabanda” per dirti subito a che componimento appartiene. Ogni volta che le orecchie sentono quella melodia, e quelle parole, l’unica cosa da fare è alzarsi, e cantare a squarciagola.

E’ “L’inno di Mameli”, l’inno ufficiale italiano che si sente in ogni cerimonia pubblica, incontro con capi di Stato e di Governo, partite di una qualunque Nazionale nostrana…Come? Mi dite che non è l’inno ufficiale? Possibile??? In effetti, sì, l’inno di Mameli in realtà è ancora sospeso in un limbo di precarietà.

Un po’ di storia

Che poi, a dirla tutta, anche il nome che porta non sarebbe corretto. Il componimento s’intitola in realtà “Il Canto degli Italiani”, molto più adatto all’epoca in cui fu prodotto. Scritto, appunto, dal giovanissimo (neanche vent’anni) poeta e patriota Goffredo Mameli; e musicato dal maestro Michele Novaro, che si dice rimase estasiato quando gli venne portato il foglio con le parole di quel “canto”, tanto da mettersi subito al pianoforte e tentare di suonare subito la melodia adatta, tra la meraviglia e l’approvazione dei pochi presenti.

Cinque, in totale, le strofe; per motivi di tempo oggigiorno se ne intona solo una, la prima. Il “debutto”, quasi profetico, del componimento si ebbe nel dicembre del 1847, a Genova, a una commemorazione, guarda un po’, di una rivolta contro gli austriaci. Davanti a parecchie migliaia di persone. Coi moti risorgimentali del ’48 ormai alle porte, l’effetto fu dirompente. E nonostante la censura spietata delle autorità, che cercò di proibirlo bollandolo come “sovversivo” (insomma, si finiva in carcere in caso di “performance canora”). Ma ormai il dado era tratto. Ed aveva la potenza di una bomba, letteralmente.

Lo si udiva ovunque, cantato in faccia agli austriaci dai milanesi sulle barricate durante le “Cinque Giornate”, nelle lagune di Venezia durante l’assedio, e soprattutto a Roma (dove il povero Mameli trovò la morte), durante la Repubblica, intonato da Garibaldi e dai suoi prima di ogni scontro, francesi o pontifici che fossero gli avversari. Persino i soldati piemontesi presero a cantarlo durante la prima Guerra d’Indipendenza, così che Carlo Alberto, che era tra quelli che lo avevano severamente vietato (Mameli era un mazziniano, e Mazzini ai Savoia stava molto sulle scatole), si trovò costretto a togliere il divieto per evitare disordini.

I recenti, e mai finiti, problemi

Dal Risorgimento, si arriva al secolo scorso. Correva l’anno 1946. l’Italia in piena fase post-bellica aveva due necessità impellenti: la ricostruizione, e darsi un assetto politico più democratico. Vale a dire, tagliare ogni ponte col passato; quindi, tra le cose liquidare, rientrava anche ogni brandello della monarchia che aveva spianato la strada al fascismo. E dopo il risultato del referendum, oltre a mettere in soffitta lo Statuto Albertino, bisognava anche trovare un inno per il “nuovo” Stato italiano.

La “Marcia reale”, la fanfara simbolo della monarchia sabauda, non andava più bene; e allora perchè non scegliere un componimento dell’epoca risorgimentale, magari già conosciuto, gonfio di patria retorica, che potesse servire allo scopo?

A sorpresa però spuntò “La Canzone del Piave”, che per un certo periodo (un annetto circa) recitò il ruolo di inno pro tempore della Repubblica Italiana. Almeno fino a quando non si decise che forse era il caso di scegliere qualcosa di meno militaresco e di più patriottico.

Finalmente una decisone chiara….ma anche no!

Detto, fatto: si va con il componimento di Mameli, De Gasperi lo “istituzionalizza” con un decreto il 12 ottobre, e il 4 novembre, alla festa delle Forze Armate, viene suonato per la prima volta in via pienamente formale.

Il problema era che, con tutte le cose che c’erano da fare, questa faccenda dell’inno certamente non rientrava tra le priorità: quindi il nostro venne appunto “provvisoriamente” scelto per rappresentare l’Italia, in attesa naturalmente che chi venisse dopo si premurasse di renderlo definitivo, inserendolo nella Carta Costituzionale, magari in quello stesso articolo 12 con cui già si ufficializzò il Tricolore.

Ma, si sa, nelle italiche lande, rimandare e posticipare sono di casa; quindi il nostro inno è ancora lì, provvisorio, dopo ben 70 anni e 16 proposte di legge bipartisan per renderlo effettivo. L’unico “successo” ottenuto, datato 2012, è stato quello di renderne obbligatorio l’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado.

Tutta questa incertezza non gli ha giovato. Più volte si è anche tentato di sostituirlo, con canzoni e melodie ritenute più adatte. Perchè era ritenuto poco moderno. Perché era simbolo del Risorgimento, una rivoluzione fatta dai borghesi e non dal popolo. Perchè non rappresentava bene lo Stato italiano, essendo un inno “di perdenti” e non certo di orgoglio e rivincita. E perchè aveva un ritmo da marcetta di paese, che è anche un po’ vero, ma non certo un valido motivo per cestinarlo.

Che facciamo, lo cambiamo?

Le proposte furono le più disparate, e disperate, possibili. Il più scontato e gettonato fu Verdi (dal “Va’ pensiero” all’ “Ernani”), anche se l’inno vero e proprio, da lui scritto e intitolato “Viva l’Italia”, non venne nemmeno preso in considerazione.

Si azzardarono Rossini (“Il barbiere di Siviglia”, molto rappresentativo…) e Vivaldi, con le sue “Quattro stagioni”. C’è chi ventilò “Nel blu dipinto di blu”, col povero Modugno che al solo pensiero si sarebbe rivoltato nella tomba. Ma vennero anche proposte “Azzurro” di Celentano, “L’italiano” di Cutugno, “Vita spericolata” di Vasco Rossi (!!!) e addirittura “Serenata rap” di Jovanotti, così ci saremmo fatti ridere dietro dal resto del mondo.

Tempi durissimi per “L’inno di Mameli”, difeso a spada tratta dal solo presidente Ciampi, che, tra un paterno rimbrotto, qualche sana incazzatura (celeberrima quella con Muti, che si rifiutò di suonare l’inno ad una “prima” della Scala perchè ritenuto…incompatibile con l’opera rappresentata!) e un’alzata di sopracciglioni, riuscì tuttavia a farlo amare e soprattutto, lentamente, tornare a cantare alla gente, e anche agli atleti azzurri, specialmente ai calciatori, che se ne stavano zitti, ammettendo in più di qualcuno di “non conoscerne le parole”.

Forse non tutti sanno che….

L’inno di Mameli non ha avuto una vita facile, sballottato tra problemi di ogni sorta e vicende più o meno surreali. Nel corso della sua non certamente breve storia ne ha passate davvero tante, con parecchie sorprese, sbagli nell’intonarlo più o meno clamorosi, e alcune curiosità.

Già nei primi tempi dalla sua entrata in vigore, dovette subire una sorta di ostracismo nelle manifestazioni sportive: clamorosi i casi durante le successive Olimpiadi del 1948 a Londra, in cui i medagliati d’oro italiani sentirono risuonare…la “Marcia reale”, tra il loro sbigottimento e l’irritazione dei dirigenti.

La situazione si ripresentò durante una successiva amichevole Inghilterra-Italia (benedetti inglesi, sempre loro!), in cui, al momento dell’esecuzione degli inni, si sentì ancora la “Marcia reale”. Per fortuna, dopo parecchie rimostranze, quella fu l’ultima volta.

Con le parole del testo poi, se ne sono viste delle belle. Si comincia con “Dov’è la Vittoria?“; e se lo chiederanno un po’ tutti, dal momento che in prima stesura il testo recitava “Novella Vittoria“, e si arrivò all’attuale versione non tanto per una correzione del Mameli, quanto a furia di cantarla “storpiata”. Famosissimo fu poi il caso di “Stringiamci a coorte“, in quanto, causa mancata comprensione del testo, si stava trasformando in “Stringiamoci a corte“: insomma, dalle glorie della legione romana ad una specie di balletto da sagra in costume d’epoca.

E senza dimenticare quell’ “Uniamoci, amiamoci” che passa in prima fase attraverso un doppio “Uniamoci, uniamoci“, per proseguire verso un “Uniamoci, armiamoci“, che tuttavia poco c’entra col resto della strofa, impregnato di verve religiosa; oppure l’ “Uniti, per Dio“, che perse il suo iniziale significato (quel “per” sta per “attraverso, per mezzo di”) per essere cantato come una sorta di…esclamazione molto colorita. Per finire con il famoso “Sì!“, che si tende ad urlare alla fine dell’inno: l’avverbio in realtà non andrebbe pronunciato all’inizio, dal momento che si trova unicamente alla fine dell’ultima strofa, proprio in chiusura, per dare appunto maggiore enfasi.

Questo è davvero il colmo

L’umiliazione più brutta però il nostro povero inno la subì durante un test-match di rugby, Italia-Nuova Zelanda. La Federazione scelse Katia Ricciarelli per cantare l’inno azzurro (ormai era partita questa moda di far cantare a “famosi” i vari inni…); senonchè il nostro soprano inanellò una serie di strafalcioni tali da far imbufalire tutto lo stadio. E pensare che la stessa Ricciarelli, in una trasmissione sulla Tv nazionale, anni prima, si era infuriata per la versione molto “particolare” dell’inno eseguita dal maestro Mazza! Quando si dice “Chi la fa, l’aspetti”.

Uno scempio senza se e senza ma. Quasi quanto le accuse di plagio che vennero mosse da un prete, Atanasio Canata, precettore del Mameli, che accusò il suo allievo di avergli copiato pari pari una sua opera, il “Canto degli italiani” appunto (definendo il povero Goffredo un “grezzo poetucolo”). In realtà poi si scoprì che il Canata si riferiva solamente alla terza strofa dell’inno, quella con l’invocazione a Dio, ma questo bastò per scatenare altre polemiche e dibattiti.

Insomma, sembra che all’inno nazionale della Repubblica Italiana non ne vada bene una. Bistrattato, messo in un angolo, a volte deriso e vilipeso. Ma non se ne può ormai fare più a meno. Ed ogni volta che risuona nell’aria la “chiamata” dell’Italia che chiede se si sia “pronti alla morte”, tutti, nessuno escluso, ci si alza in piedi, lacrima sulla guancia, gridando un sempiterno SI’

Michele Pieloni

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