L’Italrugby e l’incurabile sindrome francese

Allez, les Bleus!!!

“Battere la Francia deve diventare un’abitudine, una consuetudine, non un’eccezione o un caso!” Parole (sacrosante) pronunciate dall’allora allenatore della Nazionale Italiana di rugby Jacques Brunel, nell’ormai lontano 2013: l’Italia aveva appena battuto la Nazionale transalpina per 23 a 18, giocando probabilmente una delle migliori partite della sua storia, nonostante il distacco risicato e l’esser stata sotto nel punteggio per quasi metà del tempo.

E appena due anni prima, sempre a Roma, c’era stata la prima vittoria italiana sui francesi dall’ingresso nel 6 Nazioni, un 22 a 21 figlio di una rimonta certosina ed operaia, e di una difesa (specie negli ultimi tre minuti) degna di una battaglia in trincea, non certo adatta ai deboli di cuore. E quella volta era stato il coach sudafricano Mallett, tra le lacrime di gioia, a sentenziare che sì, “Da questa vittoria bisognava partire per costruire delle solide basi per il futuro”

Il problema è che tutte quelle parole sono rimaste sulla carta, o meglio al microfono. Da allora, solo altre sconfitte; e, prima ancora, indovinate un po’? Ancora sconfitte. Oddio, qualche lampo appunto c’era stato, però è rimasto appunto una fioca luce in un mare di buio pesto: su 39 incontri giocati tra queste Nazionali, i “galletti” hanno vinto per ben 36 volte, contro le 3 degli azzurri. E senza contare tutte le scoppole prese dalle varie Francia A (una via di mezzo tra “squadra sperimentale” e “squadra riserve”) e compagnia cantante (A1, B, Esordienti, Espoirs…).

Il confronto appare davvero impietoso: se in altri sport (calcio, volley, pallacanestro) le sfide sono in pari oppure con una leggera prevalenza da parte azzurra, nel rugby il divario fa arrossire, tanto ampio è lo scarto. E se a questo ci si dovesse aggiungere pure la grandissima rivalità, per non parlare dell’antipatia, che ci lega coi nostri cugini d’Oltralpe, si può ben capire quanto ogni volta si provi rabbia “agonistica” nel provare a vincere, e nel non riuscirci mai.

Perché per noi, LORO, e non gli inglesi, erano i veri maestri, si cercava di batterli, di copiarli (ovviamente male), insomma si guardava a loro per imparare e fare progressi. Però erano maestri saccenti, pedanti, sempre pronti a trattarti con sufficienza: il fatto è che erano anche forti, molto forti, e quindi queste lezioni a noi costavano care, carissime. La chiamarono “sindrome francese”, non era la sifilide, ma ti logorava allo stesso modo, soprattutto mentalmente.

Tutto iniziò nel 1937

Si giocava la finale del Torneo FIRA (una specie di campionato europeo). A Parigi la Francia strapazzava l’Italia per 43 a 5. Francia che era solo una pallida copia di quella che era stata espulsa dall’International Board e dal 5 Nazioni per le ripetute violenze compiute occorse nel campionato nazionale e nei test match internazionali. Vale a dire, semplicemente, che in campo non poteva schierare i migliori giocatori. Però è anche vero che a quei tempi la meta valeva soltanto 3 punti, quindi si può tranquillamente parlare di una débacle vera e propria. Anche perché il fascismo, qua da noi, era un forte sponsor del rugby (gioco maschio, dunque ottimo per fare propaganda), e di fatto Federazione e giocatori erano ben finanziati e allenati. Pertanto, proprio scarsi non erano…

Per tornare a incrociarsi, Italia e Francia devono aspettare fino al 1952: cambia il campo (si gioca a Milano), ma non il risultato (sconfitta 17 a 8). Da lì in poi, la due Nazionali tornarono a sfidarsi regolarmente ogni anno, il giorno di Pasqua (sì, ai tempi si giocava anche in quelle giornate…), alternativamente in uno stadio italiano o francese.

Tuttavia, la casella delle vittorie rimaneva ferma ad un mesto “0”. Gli azzurri continuavano ad inanellare insuccessi uno dietro l’altro, che fossero di misura, oppure con punteggi umilianti. Ed è proprio dopo uno di questi, un pesantissimo 60 a 13, che i francesi presero una decisione epocale: basta confronti ufficiali con questa squadra di scarsoni, per affrontarli potevano bastare anche le squadre A, B, C…insomma, le riserve, o le riserve delle riserve. Il “bello”è che i risultati non erano poi tanto diversi dall’affrontare i titolari veri e propri.

Come mai un divario così marcato?

A quell’epoca infatti il professionismo, almeno per come lo intendiamo adesso, non era di fatto ammesso e permesso (o meglio, c’era il League, il rugby a 13, però passare al professionismo di fatto comportava l’esclusione a vita dal rugby canonico). I giocatori erano “amatori”, cioè ricevevano sì uno stipendio per giocare, ma avevano tutti un lavoro che svolgevano durante la settimana. Quindi non esistevano allenamenti intensivi, o particolari.

I campionati nazionali erano di livello medio-basso (se paragonati sempre agli attuali). Dunque il livello del gioco espresso, per quanto buono, era pur sempre, per l’appunto, amatoriale.

La differenza la facevano gli uomini, in campo e ai vertici federali. I francesi annoveravano tra le loro fila autentici fuoriclasse, giocatori entrati nel gotha della palla ovale, da Prat a Crauste, da Spanghero a Dauga, dai fratelli Boniface a Gruarin a Villepreux. Gente che vinceva 5 Nazioni con tanto di Grande Slam, che batteva gli All Blacks e sconfiggeva il Sudafrica a casa sua. Anche gli italiani vantavano alcuni ottimi elementi come “Maci” Battaglini, Luise, Bollesan, Zani e Lanfranchi, i quali tuttavia si trovavano a navigare in un piattume generale e diffuso quale era il resto della squadra. E la cui massima soddisfazione era confrontarsi con la Romania, non certo una potenza mondiale…(a parte la Francia, per tutte le altre squadre importanti non valeva nemmeno la pena sfidare gli azzurri).

Se poi si guardava alle rispettive Federazioni, beh, il confronto era ancora più impietoso: se da una parte tutto era in mano a quella lungimirante figura che è stata Albert Ferrasse (ex rugbista, guarda caso), dall’altra si assisteva ancora una volta al solito, italico spettacolo. Strategie campate in aria, progetti cominciati e mai finiti; convocazioni fatte per “nomea” più che per merito ed utilità; allenatori che andavano e venivano, magari trovando anche il tempo di litigare tra di loro; e, ogni volta, sotto con un nuovo progetto tecnico, per cui toccava ripartire da zero, soprattutto a livello di schemi di gioco.

La svolta?

Tutto questo tran-tran prosegue fino al 1993, quando l’Italia riesce a sconfiggere la Francia A1 per 16 a 9. Miracolo italiano, o blackout transalpino? Sicuramente gli azzurri sono cresciuti, e molto, sapientemente guidati in panchina da Geoges Coste (parbleu, un francese!). E stavolta, in campo ci sono giocatori validi in tutti i reparti. Che si respiri un’aria diversa, si vedrà negli anni seguenti, dove l’Italia metterà in riga Irlanda, Scozia e Argentina, tenendo testa a Galles, Sudafrica e Inghilterra. Ma l’ammissione al futuro 6 Nazioni necessita di uno scalpo eccellente.

Avviene tutto il 22 marzo 1997 (guarda caso, 60 anni dopo il primo confronto…). E’ in programma l’annuale sfida con i galletti, freschi vincitori del 5 Nazioni con tanto di Grande Slam. Stavolta, niente Nazionali di seconda scelta: per una promessa tra Presidenti federali, si gioca con i titolarissimi. Non a Parigi però, ancora ebbra di festeggiamenti per la vittoria; si va a Grenoble, e nemmeno nello stadio principale, bensì in un campo di periferia, il Lesdiguieres. E qui avviene l’impensabile. L’Italia batte la Francia 40 a 32 (ma era 40 a 20 a cinque minuti dalla fine…), piantando ben 4 mete in area avversaria; a mettere il sigillo al risultato ci pensa Dominguez, il fuoriclasse italo-argentino che calciava in mezzo ai pali qualunque pallone gli capitasse a tiro. E’ l’apoteosi.

Cambia tutto per non cambiare niente

E dovrebbe essere anche il punto di partenza per costruire finalmente un solida base di successi. Si trasforma in realtà in un alibi per tutte le successive batoste a cui gli azzurri andranno incontro, a cominciare da quelle patite fin dall’ingresso nel 6 Nazioni, e sempre per “merito” dei nostri cugini d’Oltralpe. Che si permettono di definire le trasferte qui nel Belpaese “Vacanze romane”. Oppure che riescono a sbagliare una meta praticamente fatta perché al francese, che voleva appoggiarla proprio in fondo al campo, sfugge l’ovale dalla mano. Umiliazioni su umiliazioni.

Il fatto è che, episodi succitati a parte, quando ci si confronta coi transalpini, qualcosa nella mente si blocca. Un interruttore si spegne, creando fantasmi nella testa degli azzurri, ed è come se neanche scendessero in campo. Oppure, riescono anche a giocare, ma solo per 20 minuti. Cioè sparando tutte le cartucce subito; oppure partendo alla carica quando ormai i buoi sono scappati. Ma nessuno ha ancora capito che cosa succeda quando dall’altra parte c’è la Francia. Non si può dire che ormai non la si conosca bene (tanti italiani giocano nel Top14 francese). Di fatto, però, il mistero rimane. Servirebbe uno psicologo. O forse, chissà, un bravo medico. Perché per la “sindrome francese” non si è ancora trovata nessuna cura.

Michele Pieloni

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