La mafia che uccide senza scrupoli

Cosa è cambiato dall’uccisione di Giuseppe Di Matteo

23 novembre 1993. Due poliziotti della DIA si recano da Giuseppe, figlio quasi tredicenne del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo: il giovane si trova al maneggio di Altofonte, in provincia di Palermo.

I due agenti gli promettono che lo porteranno da Santino, in quel periodo sotto protezione e lontano dalla Sicilia, e la gioia di Giuseppe è immensa: finalmente rivedrà il suo babbo. Ma il lieto fine è solo un’illusione: i due presunti agenti sono in realtà dei mafiosi che agiscono su ordine di Giovanni Brusca, latitante e boss di un comune in provincia di Palermo, San Giuseppe Jato. Giuseppe non si trova più. Una settimana dopo la sua scomparsa, viene recapitato un biglietto a casa Di Matteo. “Tappaci la bocca”, dice. È per Santino, che sta testimoniando per la strage di Capaci, e sta facendo un po’ troppi nomi per i gusti dei piani alti. Le foto che arrivano ai genitori di Giuseppe, insieme a quel biglietto, lo ritraggono con un quotidiano in mano: è chiaro che se Santino continuerà a collaborare le cose per suo figlio non potranno finire bene.

Da nuovosud.it
La fotografia del giovane Giuseppe Di Matteo mandata alla famiglia durante la sua prigionia

Nell’arco del 1994, dopo un’iniziale cedimento di Santino, preoccupato per le sorti del figlio, la collaborazione con la giustizia continua: e Giuseppe viene trasportato in varie prigioni del trapanese e dell’agrigentino, fino a giungere ad una villa-bunker a San Cipirrello. La villa-bunker. Quella in cui Giuseppe, ormai indebolito dalla lunga prigionia, viene strangolato da Vincenzo Chiodo, Enzo Brusca e Giuseppe Monticciolo. E non solo. Il suo piccolo corpo viene sciolto nell’acido. Perché? Perché Giuseppe Brusca viene condannato dalla Corte d’Assise di Palermo per l’omicidio dell’esattore Ignazio Salvo proprio grazie a Santino. “Liberati du cagnuleddu”. E Giuseppe viene messo faccia al muro, mentre due lo tengono per braccia e gambe e il terzo gli stringe il collo. Vengono portati i barili dell’acido. E poi, di Giuseppe, più niente. Solo i ricordi, le fotografie, le passioni rubate.

Questa era la mafia negli anni Novanta: brutale e senza limiti. E oggi? Oggi è la volta di Giuseppe Bruno, titolare di una tabaccheria di Villarosa, in provincia di Enna. Giuseppe voleva avviare un’impresa agricola per poter passare più tempo con la propria famiglia ed era andato da uno dei fratelli Nicosia per discutere del suo credito. Giuseppe è scomparso nel 2004. Solo un mese fa, il 22 febbraio 2017, è venuto fuori che dopo averlo ucciso, i suoi aguzzini ne hanno sezionato il cadavere con una motosega e l’hanno dato in pasto ai maiali. Ai maiali.

Anche di Giuseppe rimarranno solo i ricordi, le fotografie, le passioni rubate. E sarà stato l’ennesima vittima di una mafia che, a sentire gli anziani di Locri, “non c’è, nessuno l’ha mai vista”. Una mafia che sui muri della cittadina calabrese ha lasciato scritte quali “Don Ciotti sbirro” e “Più lavoro meno sbirri” in vista della Giornata della memoria e dell’impegno per le vittime della mafia, celebrata proprio a Locri, quest’anno.

Una delle scritte comparse a Locri in vista della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

Questi vili messaggi, vili perché anonimi – si legge in un comunicato di Don Ciotti – sono comunque un segno che l’impegno concreto dà fastidio. Risveglia le coscienze, fa vedere un’alternativa alla rassegnazione e al silenzio”. E non dobbiamo fare in modo che ci tappino la bocca, come fecero con Giuseppe Di Matteo e Giuseppe Bruno. Perché il silenzio può e deve essere spezzato, una vita no.

Chiara Manetti

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