Maturi sì, da soli mai.

Era l’estate del 2015 e per la prima volta odiavo il caldo, sudavo sui libri ma per i motivi sbagliati. In una coordinata spazio-temporale indefinita osservavo il Mondo dalla finestra della mia stanza, seduta alla scrivania dimenticavo dove ero e cosa stavo facendo. I ragazzi del quartiere giocavano a calcio nel giardino e sobbalzando ad ogni pallonata mi convincevo di “non poter studiare in questo modo”. Trovavo le scuse più fantasiose per uscire e me ne pentivo nel momento in cui mettevo piede fuori casa. “Sono gli ultimi sforzi, poi è finita” mi ripetevo quando con dietro-front malinconici tornavo a lavoro.
Fortunatamente non dovevo affrontare la maturità da sola, e se maturare significa imparare a fare a meno degli amici allora avrebbero dovuto bocciarmi.
Incontri di ripasso che si trasformavano in sessioni di mutuo aiuto da maturandi anonimi erano all’ordine del giorno e in perfetto stile Liceo delle Scienze Umane. Con i compagni sembrava più semplice studiare, ma la verità è che eravamo bravi a distrarci a vicenda.
Mi accorsi troppo tardi che quei momenti non sarebbero più tornati, che la sensazione da “siamo sulla stessa barca” sarebbe svanita lasciandomi naufragare nell’oceano dell’autonomia, dove ci si sente spesso soli.
In questo periodo, bazzicando le biblioteche incontro ragazzi preoccupati. I maturandi sono facili da distinguere perché hanno quell’inconfondibile odore di “ma a cosa serve tutto questo” addosso, impregnato nella loro essenza di studenti. Anche io mi interrogavo sull’utilità di alcuni concetti, di molti in realtà. 
Ricordo bene il giorno della prima prova, il fatidico tema di italiano che mi rubò ore di sonno. Scrivevo della letteratura, di come ha influenzato politica e società. Citavo Paolo e Francesca, aggrappandomi a filosofiche teorie sull’emancipazione femminile. Non potevo fallire quello scritto, era un cavallo di battaglia e un momento di riscontro. Ero veramente capace di esprimermi? Il 15/15 del professore esterno mi ha spinta a festeggiare, non mi importava poi molto del resto. A quel punto capivo il significato della maturità.
Non erano gli autori di latino né i pedagogisti deceduti da secoli, non si trattava di equazioni matematiche. La nozionistica è la punta di un iceberg mastodontico, l’esame di stato è un rito. È un’iniziazione, è la paura, l’ansia e la fortuna. È amicizia, gioia e delusione. È l’incontro tra passato e futuro che ti svela chi sei davvero. Avevo fretta di terminare il liceo e temevo la maturità perché avevo voglia di iniziare un nuovo cammino. Guardandomi indietro, capisco che gli esami non erano altro che un sadico ed ironico modo con cui la vita ti fa dire addio ad una parte di te.
Ma poi, vogliamo parlare dell’estate e delle feste post-esami?
Un augurio a tutti i maturandi che un giorno, voltandosi indietro, ricorderanno questi giorni con nostalgia.

Eleonora Postai

 

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