La favola della maturità (non della buona notte!)

La favola della maturità

Anche quest’anno, come d’altronde vuole la tradizione, molti sono tenuti a concludere il ciclo delle Scuole Superiori e a riassumere il proprio percorso formativo con il fatidico esame di Stato. E per l’ennesima volta, le classi si divideranno in due, con le rispettive filosofie del “Comunque vada” e del “Ce la devo mettere tutta”.

Per chi fosse interessato, io sono stata più della prima fazione, nonostante abbia sempre studiato fino all’ultimo per ottenere buoni risultati, senza però puntare al massimo, quello lo lasciavo a chi faceva della scuola la priorità assoluta della propria vita.

Per farla breve, con il mio modesto carico di aspettative (sono stata, fin da subito, piuttosto realista con me stessa riguardo il risultato che avrei potuto ottenere), mi sono presentata alla prima prova, quella di Italiano. Mi sono seduta in fondo, all’ultima fila, insieme ai miei amici e al mio fidanzato – non per copiare, ma per stare lontana dagli sguardi dei professori, di cui non sono molto fan – e, dopo una mezz’ora di attesa, ho visto arrivare le prove che avrei potuto fare.

Le ho analizzate tutte con dovizia di particolari e di possibili svolgimenti. Ho optato per la scelta più giusta che potessi fare in quel momento: l’analisi del testo. Calvino. Mai fatto, ma non mi sono fatta prendere dal panico, ho riflettuto bene su tutto il mio carico personale. Ho già letto, per curiosità, alle medie, Il sentiero dei nidi di ragno, mi era piaciuto parecchio. L’ho rispolverato velocemente dalla memoria. Ho letto tranquillamente il testo messo a disposizione, mi è tornato tutto in mente, come avessi l’intero libro tra le mani. Perfetto. Riassumo, commento, interpreto. Tutto come meglio potessi fare.

Il giorno seguente, avevo la prova di Scienze Umane. Poteva capitarmi Psicologia, Antropologia, Sociologia… hanno scelto Pedagogia. Ora come ora, non ricordo di preciso su cosa si svolgesse la prova – vuoto di memoria, lo confesso – ma avevo una buona preparazione in merito, e ho scritto davvero molto, nonostante il male alla mano a forza di scrivere e il caldo soffocante di quell’estate del 2015.

Poi la terza prova, abbordabile, tranne Matematica, ma questo l’avevo già preventivato. Ho puntato di più sulle altre materie.

E per qualche giorno mi sono concessa un po’ di relax, al mare. Destino vuole che, proprio in una di quelle giornate, un pomeriggio, vengano pubblicati i risultati. Mi arrivano via WhatsApp dalle mie compagne, tutte molto in apprensione, sicuramente più di me. Ero curiosa di conoscere i risultati. Leggo, ingrandendo la foto. Rileggo. Leggo ancora. Quasi salto dall’asciugamano per ballare sotto il sole della spiaggia, ma trattengo la mia manifestazione di euforia.

E qualche giorno dopo, la prova orale. Per molti la più facile, per me la più temuta, visto che me la cavo di più con lo scritto che con il parlato. Insomma, sta di fatto che mi sono fatta coraggio, con in mano la mia tesina sulle Maschere, ben rilegata. Sono entrata intimidita nell’aula destinata, ho salutato e mi sono seduta. Sotto lo sguardo delle professoresse esterne e di quelle interne, ho cominciato con il mio argomento preferito: il concetto di maschera di Pirandello. Peccato solo che l’ho tirata un po’ troppo per le lunghe… Mi hanno interrotta, mi hanno fatto domande a raffica, tutte decise al momento, senza collegamento alcuno, e il mio programma è come dimenticato.

Morale della favola?

Sono passata, con una votazione anche più alta di quanto avessi prospettato all’inizio, e la mia esperienza da studentessa liceale è giunta al termine. Mi sono sentita subito liberata, come da un peso enorme, nessuna nostalgia, solo sollievo. Poi sono arrivate le domande filosofiche. Ho riflettuto su cosa mi avesse insegnato l’esame. Ve lo confesso, perché so che potrebbe essere utile a tutti coloro che sono ora alle prese con l’ansia da esame.

La lezione che sicuramente ho imparato, e che non scorderò mai è che, tutte le nozioni e le conoscenze che ci impongono a scuola non sono altro che l’input, la spinta a rendersi maggiormente curiosi. Bisogna informarsi nel tempo libero, nei ritagli di tempo. Bisogna appassionarsi a tutto ciò che ci circonda, tutto risulta essere utile all’occorrenza.

La seconda lezione me la sono auto-ritagliata. Non bisogna lasciarsi vincere dall’ansia da prestazione, bisogna prendere più di petto le cose, senza ragionarci troppo su. Come direbbe Calvino: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. La sa lunga il mio caro amico Calvino!

Credo che la ragione del mio successo, più personale che altro, sia stato dovuto al mio modo di reagire, per nulla pressato da ansie.

Di lì a poco poi, mi sono concentrata sul futuro, sulla scelta universitaria, che proprio non mi convinceva del tutto. Non mi sono mai sentita più indecisa in vita mia, ma sapevo che dovevo prendere una decisione in troppo poco tempo. In quel momento sì che provavo ansia, quasi panico!

Ma so che anche l’università mi insegnerà qualcosa. E sono pronta a scoprirlo, a costo di molta fatica.

Sara Erriu

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