Melancholia

Melancholia: il senso dell’esistenza in 130 minuti

A pochi giorni dal sessantunesimo compleanno del controverso regista, uno sguardo ad uno dei suoi film più amati.

Lars von Trier ci ha abituato ad un certo tipo di visione del mondo, carica di dolore ed estremamente realista. In Melancholia torna questa prospettiva, attraverso un’estetica che lascia a bocca aperta.

Melancholia
Kirsten Dunst in una scena del film (prologo)

Melancholia (2011), di Lars von Trier, non è esattamente il più semplice dei film. Soprattutto se ci apprestiamo a vederlo oggi, in un periodo complicato per un certo tipo di cinema: quello dominato dalla serialità. Sono in molti a sostenere che la qualità del prodotto audiovisivo si sia spostata dal grande al piccolo schermo, sia esso quello di un televisore o di un comodo tablet.

Questo cambiamento riguarda Melancholia?

Se passiamo, allora, dalle due ore di pellicola all’ora scarsa del singolo episodio, frammentando la storia in più parti e senza più “impegnare” lo spettatore per un lungo lasso di tempo, si capisce che un film dai ritmi moderati e sul peso dell’esistenza non sarà proprio una passeggiata di salute.

Se è pur vero che il cinema è arte, allora un piccolo sforzo lo si può fare, lasciandoci trascinare dal regista danese all’interno di una storia che fa riflettere e che ha davvero a che fare con un senso artistico.

Due sorelle, un pianeta

Lars von Trier ci parla della distanza, espressa sul piano emotivo dal difficile rapporto tra la protagonista Justine (Kirsten Dunst, premiata a Cannes nel 2011 per la sua interpretazione) e il mondo che la circonda, compresa la sorella Claire (Charlotte Gainsbourg), sul piano fisico dai chilometri che separano i protagonisti dalla superfice di Melancholia, pianeta appena scoperto e prossimo all’impatto con la terra. Questa particolare situazione, col passare dei minuti, ha effetti diversi sulle protagoniste, presentateci in due capitoli “personalizzati”: Justine e Claire. La prima, entrata in depressione dal momento iniziale del suo matrimonio, assimila il fenomeno astrologico come qualcosa di inevitabile, accettando definitivamente l’idea della fine dell’esistenza e il vuoto esistenziale che lo accompagna. Claire, invece, fa dell’imminente impatto con il pianeta un motivo di attrito con il marito (Kiefer Sutherland), minando poco a poco la propria stabilità emotiva, rivelandosi fragile tanto quella sorella che a volte sopporta con fatica. La novità, così, non è l’altrove o la scoperta dell’ignoto, è solamente l’umana desolazione.

Pochi spazi, pochi personaggi e poche azioni (con la A maiuscola); quale modo più sincero e coerente per rappresentare tutta l’opera, se non quello di una storia dai tempi dilatati? Proprio questo particolare ritmo, accompagnato da una fotografia (e i suoi colori) assolutamente eccelsa e i sinuosi movimenti delle due attrici conferiscono al film un’aura di opera d’arte in movimento, mostrando l’essere umano alle prese con la tragedia. Ecco che ci si presenta non più un film, ma un quadro in movimento sul senso della vita. Attraverso lo sguardo impietoso del maestro Lars Von Trier.

Alberto Mancuso

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