Il calcio dopo Messi

Chi sarà Messi dopo il suo ritiro?

Il ruolo della Pulga nella storia del calcio, attraverso uno scenario futuristico


Finalmente è arrivato il grande giorno. E’ la sera di Barcellona-Milan, finale di Champions League. Eran 21 anni che non vedevo il Milan giocare una finale di Champions: ho deciso di dedicare la mia giornata focalizzandomi sulla partita, per godermi appieno un momento storico. Vivo in Spagna, in tv si parla solo del grande match. Ecco un programma che raccoglie tutte le Champions vinte dal Barcellona. I miei figli, uno di 4 anni e l’altro di 6, seguono con me la trasmissione. Si accorgono di come questo piccoletto domini la scena e mi chiedono di chi si tratti e come faceva a segnare tutti quei gol. “Il suo nome è Messi, ragazzi. E’ il più forte della storia di questo sport”. “Più forte di Makambu?” mi chiedono. Makambu è il nuovo fenomeno ivoriano, che ha vinto gli ultimi 3 palloni d’oro. “Molto più forte”. Mi emoziono: mi rendo conto che come amante di questo sport ho avuto una fortuna sfacciata a poter godermi le prestazioni del numero 10 argentino. La tv continua a trasmettere immagini di Messi: il gol di testa contro il Manchester United, la rete partendo da centrocampo contro il Real Madrid, il gol con tunnel e scavetto contro il Bayern Monaco. Raramente ci si riferisce a lui chiamandolo Messi. Nonostante renda più lungo e complicato pronunciarlo, viene chiamato “El mejor de siempre“.

Ecco perché è meglio di Makambu.

Esiste un calcio prima e dopo Messi. Dopo il suo ritiro, il Ronaldismo fu la teoria calcistica preponderante. Il giocatore viene allenato e costruito fisicamente e tecnicamente. Il “Messismo” non esiste nemmeno come parola, nascere fenomeno non può essere una teoria utilizzabile in ambito calcistico.

I miei figli continuano a chiedermi cosa avesse di così speciale, tanto da essere più forte di Makambu. Avrei potuto mostrar loro le statistiche, i record, le vittorie. Ma non avrei espresso pienamente quello che era Messi. Più di una vittoria, più di un giocatore, più di tutti i gol che ha fatto. E non mi piace neanche spiegare quello che rappresenti come poesia, come bellezza inesauribile e indiscriminata. Messi, ai miei occhi, appariva semplicemente come il più forte. Questo gli permetteva di vincere spesso, ma non sempre. Rimaneva un umano assoggettato e inserito in un sistema, in un mondo, nello specifico quello del calcio. Non era un deus ex machina, nonostante a volte lo sembrasse. Anche il più forte giocatore di sempre ha bisogno di una squadra, di qualcuno che gli passi il pallone, di qualcuno che difenda per lui.

Sembra assurdo pensare che un giocatore così non abbia mai vinto una Coppa del Mondo. C’è ancora gente che usa la mancata vittoria del trofeo più importante come scusa per non garantirgli il ruolo di  “The Best Ever”. Nonostante la storica finale del 2022, dove da 35enne dette tutto se stesso, segnò due gol, ma vide ugualmente la sua Argentina soccombere ai rigori contro la Germania. In quel Mondiale, Messi segnò 15 gol, trascinò letteralmente i suoi fino all’atto finale. Sembrava così on-fire, che vi furono persino alcuni sospetti sul fatto che si fosse dopato, considerando anche l’età. Eppure non era così, era la volontà di dissipare ogni dubbio che gli dava la forza che nessun’altro avrebbe avuto. In quel mondiale, dimostrò la sua quasi-onnipotenza. Eppure, gli dei del calcio si rivoltarono contro il suo dominio, come i Valar contro Morgoth nel Silmarillion. Non gli diedero il successo totale, estremo, quello che avrebbe posto fine al concetto di relativismo sul suo conto, rendendolo il migliore in maniera assoluta. Sul palo interno si infranse il suo ultimo rigore, sbatté su Ter Stegen e, in una carambola meravigliosa, colpì la traversa. La casualità, la forza del destino al potere, un messaggio al mondo attraverso una partita di calcio.

Tutto questo mi fa riflettere più intensamente sul significato del calcio in sé.   Il calcio è un gioco sulla vita, è emozioni, è bellezza, è assolutismo e relatività allo stesso tempo. E’ facile creare sovrastrutture e modelli per concepirlo (chi vince è il migliore, chi vince è felice), ma essi non ne rispecchiano affatto l’essenza. Tutto resta relativo, condizionato dall’emozioni provate nel momento in cui si ha visto un gol, condizionate dai preconcetti tramite i quali si analizza questo sport. Il calcio è e non è vittoria, è e non è titoli, in un continuo flusso che sembra riecheggiare le teorie di Parmenide. Tutto resta ingiudicabile, anche se continuiamo a giudicarlo. Per quello Messi è il più forte di sempre nonostante quel rigore. Per quello Messi non è il più forte di sempre a causa di quel rigore.

 

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