Il mondo dopo il movimento Me Too

Tutto il mondo grida ‘Me Too’?

Fin dove arriva ‘Me Too’?

Le donne africane riescono a dire ‘Me Too’?


Me Too movimento
#METOO

Il movimento delle donne, cinquant’anni dopo

Le donne hanno sempre dovuto lottare per ottenere quelle libertà che ancora oggi sono protagoniste di dibattito: parità ed uguaglianza, libertà di aborto, divorzio. Il 1968 è stato l’anno simbolo della rivoluzione che ha permesso a battaglie come queste, ma non solo, di vedere la luce. E’ grazie alle ‘sessantottine’ o ‘ragazze del ‘68’ che hanno saputo ribellarsi al sistema patriarcale prima mai messo in discussione se la mentalità e l’atteggiamento nei confronti delle donne sono cambiati. Ma oggi, cinquant’anni dopo l’inizio della cultura della contestazione, le battaglie di cui i/le giovani del sessantotto si facevano portavoce non sembrano essere concluse, anzi si sono evolute. Una nuova ondata di femminismo civile e sociale sta riuscendo a travolgere il mondo e con uno scopo ben preciso. Rompere l’omertà con cui da sempre si celano le storie di abusi, molestie e stupri di cui sono vittime un infinito numero di donne. E chi l’avrebbe mai detto, ad inizio 2017, che il semplice hashtag #METOO sarebbe diventato il grido comune della lotta contro gli stupri? Tutto il mondo è agente e spettatore del nuovo movimento che è riuscito ad accomunare donne di diverse etnie, religioni, paesi, tutte unite dalla volontà di non sentirsi più vittime. Me Too, ‘Anche io’, lo suggeriscono queste due parole quanto è semplice superare ogni differenza per una causa universale, che si ripete in ogni angolo del mondo, ma in circostanze ed in tempi diversi. Purtroppo, però, non tutte riescono a dire ‘Me Too’ anche se ne avrebbero il diritto, perché in alcuni paesi è ancora difficile concepire una vita migliore e dignità per le donne.

L’eco del ‘Me Too’ non raggiunge l’Africa

Se è vero che Me Too è tuonato dagli Stati Uniti all’Europa, è altrettanto vero che in paesi come l’Africa i tuoni non hanno prodotto una grande tempesta. Perché? Non è semplice capire le dinamiche di un paese che, pur trovandosi poco sotto la nostra porzione di Mediterraneo, percepiamo ancora come distante ed ignoto. Le sue situazioni socio-economiche e le condizioni femminili sono generalmente molto gravi. Basti pensare alla pratica delle mutilazioni genitali, ancora effettuata (in paesi come Somalia, Eritrea, Guinea) in particolare sulle bambine anche di età molto piccola, con cui si pone la donna non solo ad un alto rischio psicofisico ma anche ad una forte stigmatizzazione sociale. Tristemente collegata ad un paese come l’Africa, anche questa può essere considerata un’atroce forma di violenza. Non stupisce quindi, che proprio in Africa le denunce contro abusi e molestie siano più uniche che rare. Eppure, secondo un rapporto del 2016 della Banca Mondiale, un terzo delle donne africane ha subito violenza o stupri. Che cosa le ferma dal denunciare, dunque? Probabilmente il fatto che per una donna africana unirsi al coro del ‘Me too’ sarebbe talmente scontato da essere irrilevante. In paesi come Marocco e Nigeria non è assurdo che le donne accettino la violenza domestica come una fatalità a cui sono inevitabilmente esposte. La situazione peggiora man mano che si scende di classe sociale. I tabù sulla sessualità e la naturale condizione di inferiorità sono talmente radicati da essere protetti, anche dalle donne stesse. E se nel mondo occidentale, Me Too è servito a togliere il velo di pudore in cui si celavano storie di violenza da cui gli uomini sono sempre usciti illesi, in paesi come l’Africa questo non basta, almeno, non ancora.


Mutilazione genitale femminile
Female Genital Mutilation |
PHOTOGRAPH BY Ivan Lieman / Barcroft Media

Me too, Yo también, Ich auch, Moi aussi..

E’ rimbalzato  dappertutto, l’evento che più  si è preso carico della parola Me Too trasformandola in una celebrazione dell’unione femminile. Così, i Golden Globes di quest’anno verranno ricordati inevitabilmente come pregni di femminismo. Con tutte le celebrità vestite di nero in segno di rispetto alle vittime di molestie, e discorsi pungenti come quello di Oprah Winfrey. Non semplice perbenismo, ma un’azione mirata a colpire il mondo, nel momento più significativo per farlo. E da lì è nato il fondo Time’s Up, istituito da grandi donne dello spettacolo, in difesa delle vittime di abusi. Questa è stata la risposta in grande stile che è arrivata dagli Stati Uniti a Weinstein, l’uomo il cui volto verrà sempre associato allo scandalo da cui tutto è iniziato. E l’ uragano ha investito poi altre zone, a partire dal Canada, che non è escluso dall’ondata di scandali. Tre uomini politici si sono dimessi dopo essere stati accusati di molestie sessuali. Kent Hehr, ministro per lo sport e le disabilità; Patrick Brown, leader del partito conservatore progressista dell’Ontario; Jamie Baillie, ex leader del partito conservatore progressista della Nuova Scozia. Ancora una volta scandali legati a uomini di potere, in grado di mantenere il segreto di Pulcinella, fino ad ora. Come quello che si presume riguardi Alvaro Uribe Vélez, ex presidente colombiano che sembra essere il protagonista della storia senza nome della giornalista Claudia Morales. Anche in America Latina, dunque, Me Too – Yo también ha trovato un terreno fertile. E poi in Europa, con la Francia, dove ha fatto scalpore la polemica contrapposta a #MoiAussi. Una lettera firmata da 100 attrici francesi, tra cui spicca il nome di Catherine Deneuve, in cui si affermerebbe che “lo stupro è un crimine, ma le avances insistenti o goffe non lo sono, né la galanteria è un’aggressione maschilista” e si difenderebbe anche “la libertà di importunarci, indispensabile alla libertà sessuale“. Ma, lasciando cadere le contropolemiche, l’eco del movimento è passato poi dalla Germania, #IchAuch ed anche dalla nostra Italia. Proprio da noi, timidamente e, verrebbe da dire, con un po’ di ritardo, è nato un manifesto contro le molestie: Dissenso Comune. Firmato da 124 attrici, tra i nomi: Anna Foglietta, Ambra Angiolini, Vittoria Puccini, Kasia Smutniak, Geppi Cucciari, Paola Cortellesi, Sabrina Impacciatore. Atto mediatico? Atto dovuto? Fatto sta che finalmente qualcosa è stato realizzato, un’azione collettiva, un gesto comune.

satirical weinstein me too
Fonte: www.pri.org

Il silenzio non cambia le cose

E’ questo, dunque, che significa Me Too: unirsi al coro, avere voce. Non avere paura di prendere la parola, con le responsabilità che da questa derivano. E’ stata accettata per troppo tempo e come unica via la rassegnazione silenziosa. L’accettazione di un sistema che prevede, quasi naturalmente, la possibilità che gli uomini compiano azioni violente nei confronti delle donne. E maggiore è il loro potere, maggiore sarà l’opportunità di farla franca. Perché tutto può essere comprato con il potere, anche la paura. Soprattutto in un mondo in cui la struttura patriarcale è riconosciuta come la sola, onnipresente ed eterna. A pari passo con il sessismo che da questa naturalmente deriva. E proprio per questo, allora, bisogna continuare a portare avanti il movimento. Per annientare le violenze messe in atto da uomini piccoli quanto le azioni che compiono. Forse rassicurati dal fatto che da sole le donne non possono ribellarsi. Ma le loro certezze ormai sono state spazzate via dall’unione, dall’aggregazione, dalla consapevolezza della vicinanza. Il rumore della rivoluzione non nasce dal silenzio. Ma solo attraverso questa unione, Me Too sarà servito a qualcosa. E magari, prima di quanto immaginiamo, riuscirà a farsi sentire nei paesi dove ce n’è ancora più bisogno.

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