Un horror chiamato Milan

L’Homo Sapiens preferisce ancor oggi, statisticamente parlando, il pensiero che rassicura, aspira alla conferma di ciò che già crede, e vuole assaporare il dubbio solo come innocuo e piacevole diversivo. (Paolo Flores d’Arcais)

Dubitare non rende mai più forti. E’ così facile avere la certezza di qualcosa, averne la conoscenza, sapere che andrà così.

La vicenda societaria del Milan è nata come una grande certezza, ma ha assunto sempre più i contorni di un famelico dubbio. Ad agosto, al momento dell’inaspettato accordo raggiunto con il gruppo Sino-Europe, la telenovela “cessione del Milan” sembrava finita. Una volta per tutte. C’erano certezze, una dichiarazione ufficiale realizzata da Fininvest. Sono arrivati anche i soldi, nei primi di settembre, a rendere ancora più certo il tutto. Ma con il passare del tempo, anche queste dichiarazioni formali e questi soldi hanno assunto contorni bizzarri. Da certezze sono diventati dubbi. E se fosse tutto inventato? E se fosse un piccolo/grande Truman Show creato appositamente attorno ai tifosi del Milan? Perché i giorni passavano, le date venivano posticipate e posticipate, e la cessione ufficiale non avveniva. E si diventava meno certi, meno forti, più dubbiosi. Più ansiosi, perché mentre la squadra di Montella in campo sollevava il morale dei tifosi milanisti, le vicende societarie ne oscuravano il futuro. Che fine farà il Milan? E se se lo tenesse Berlusconi senza spendere una lira? Quanto potrebbe reggere un Milan senza fondi rispetto alla Juve di Agnelli e all’Inter di Suning? E bisogna dare addio al sogno di tornare nell’elite del calcio mondiale?

Troppi dubbi, troppe incertezze, per una telenovela alla Beautiful, che sta assumendo i contorni di una infinita serie orrorifica. Non horror splatter, ma di quelli che ti lasciano in ansia dall’inizio alla fine.

Un horror chiamato “Futuro del Diavolo”.

Il compito a cui dobbiamo lavorare, non è di arrivare alla sicurezza, ma di arrivare a tollerare l’insicurezza. (Erich Fromm)

Alfredo Montalto

2 thoughts on “Un horror chiamato Milan

  1. Comincio col dire che non voglio passare per anti-berlusconiano, quella che è la politica italiana degli ultimi venti anni direi che è sotto l ‘ occhio di tutti quindi mi concentro sull’ affaire Milan (made in) China; parlando di questa vicenda penso che il tifo sportivo centri poco , bisogna essere obiettivi nello sport come nella politica, c’è poi tanta differenza ?

    Capisco lo scoramento e la delusione dei supporter rossoneri che però si dimostrano , molti di loro almeno , obiettivi e non campanilisti, soprattutto quando c’è da muovere una critica al proprio presidentissimo.

    Quello che mi lascia quanto meno di sasso è che in quel territorio forse mitico ad est dell Europa nessuno conosca chi siano questi investitori , investitori che ricordiamo hanno versato prima 100 milioni e dopo 100 milioni nel Milan come caparra, come ” garanzia di acquisto ” e la ormai arcinota data del closing posticipata, poi a novembre , ora a marzo.

    che cosa dobbiamo aspettarci da tutto ciò, ci sono veramente investitori cinesi o è l’ennesima boutade del sempreverde…
    se giovedi il Milan alzasse al cielo il tanto bramato trofeo , closing o non closing importa poi davvero ?

  2. Per quanto riguarda la parte più prettamente economica della questione, uscirà giovedì un nostro articolo che chiarirà. La supercoppa, in questo periodo da “zero tituli”, sarebbe un’iniezione di fiducia importante, ma resta un regalino, una ciliegina senza torta, che non può cambiare gli ultimi 5 anni dei rossoneri. E’ importante il closing e, soprattutto, è importante che questi cinesi siano veri e con i soldi: al Milan, per riportarsi ai suoi livelli, non basta la politica Italian green di cui spesso ha parlato Berlusconi. Servono investimenti, a lungo termine, servono garanzie per i gioielli che i rossoneri hanno già in squadra (Bonaventura, Donnarumma), serve (in futuro) un nuovo stadio. Tutto questo non può garantirtelo Berlusconi, con cui i rossoneri continuerebbero il loro periodo buio, causa i suoi mancati investimenti.

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