Murray premiato

Murray, il messia predestinato e scomodo

Sebbene il tennista scozzese Andy Murray stia sfatando tutti i tabù del tennis maschile inglese, ancora è bersaglio di critiche in patria

76, 77, 79. Non sto tentando di consigliarvi dei numeri da giocare al lotto, né di farvi leggere ad alta voce una specie di scioglilingua. Questi numeri rappresentano degli anni. Anni che descrivono l’astinenza da parte del Regno Unito dalle statistiche più significative del tennis mondiale maschile.  76 sono stati gli anni di astinenza da vincere un grande Slam. 77 gli anni che hanno separato gli inglesi dall’ultima vittoria a Wimbledon. 79 quelli senza mai vincere la Coppa Davis. Il digiuno forzato però è stato spezzato, la carestia terminata. Grazie a uno scozzese. Sì, uno scozzese. Benvenuti nel meraviglioso mondo di Andy Murray, il predestinato scomodo.

Il tennis britannico

Perry a rete
Fred Perry, l’ultimo vincitore di Wimbledon, impegnato in una volée nel 1936

Gli inglesi il tennis non l’hanno propriamente inventato. Già ai tempi dei Longobardi in un qualche modo si praticava uno sport che un po’ gli assomigliava. Lo stesso termine “tennis” non è stato definito da loro in quanto oramai tutti concordano sull’origine francese. Quello di cui però gli inglesi si devono vantare e a cui si devono attribuire il merito è il fatto di averlo regolamentato e sviluppato al termine dell’ottocento. Se è vero che non hanno i diritti dei padri del gioco, comunque devono essere considerati alla stregua di figure fondamentali e necessarie per l’affermazione dello sport Tennis. Nei primi anni del novecento hanno giustificato il fatto di essere i padri fondatori del tennis moderno a suon di vittorie e affermazioni a livello individuale e di gruppo. Fino agli anni ’30. Di lì in poi il vuoto, e non solo per la guerra. Per anni in Gran Bretagna si è andato ricercando un messia che potesse ricondurre il tennis britannico lungo la retta via, quella della vittoria di qualche slam (in particolare Wimbledon) o della Coppa Davis. E la ricerca (diventata spasmodica negli anni 90/2000) si è rivelata inutile; mai nessuno è più stato in grado di poter fornire una vera possibilità di vittoria. Fino a Murray.

Il predestinato

Andy Murray da sempre è considerabile come il predestinato del tennis maschile britannico. Sua madre è stata per anni maestra di Tennis e lui stesso ha avuto modo di sfoggiare gran parte delle sue doti affermandosi già a livello giovanile e vincendo tornei internazionali. Inoltre un episodio lo coinvolse in età infantile, quando lui e il fratello erano all’interno della scuola di Dunblane nel momento in cui un uomo armato vi entrò uccidendo 16 bambini e un insegnante. Lui e il fratello (doppista di alto livello) si salvarono entrando nell’ufficio del preside. Più destinato di così non si può. Quando infine vince le olimpiadi di casa, a Londra nel 2012, tutti in Gran Bretagna si rendono conto definitivamente di aver trovato l’eletto, colui che sarebbe diventato la luce del tennis britannico e mondiale.

Le vittorie

E così iniziano ad arrivare trofei e riconoscimenti internazionali. Nel 2012, poco prima della vittoria alle Olimpiadi, arriva la finale a Wimbledon, persa di fronte a sua maestà Federer. A seguire, nello stesso anno, lo storico successo in uno slam, agli US Open, dopo un’attesa di ben 76 anni da parte del Regno Unito. L’anno successivo lo storico successo a Wimbledon, sede centrale della tradizione e cultura tennistica britannica. E infine, nel 2015, porta il suo paese alla vittoria della Coppa Davis, trofeo che mancava dal 1936, garantendo un apporto straordinario alla squadra: durante il torneo vince tutte le 11 partite giocate (compresi 3 doppi), giocando sempre le partite più insidiose.

Il tennista scomodo

Sebbene tutto questo possa ritenersi un quadro idilliaco della situazione, Murray non può decisamente essere considerato il tipo di messia che il tennis inglese poteva aspettarsi. Il termine ‘inglese’ non vuole essere casuale, dato che il motivo per cui Murray è un protagonista ‘scomodo’ è proprio questo: è scozzese e non inglese. L’orgoglio di essere padri fondatori del gioco moderno è tipico inglese, mentre in Scozia è stato vissuto inizialmente solo di riflesso. La rivalità secolare che sempre è esistita tra scozzesi e inglesi ha fatto il resto. Non solo, pur vivendo nel Surrey in Inghilterra e quindi non avendo votato per l’indipendenza o meno della Scozia nel 2014, Murray si è a più riprese dichiarato a favore dell’indipendenza del suo paese natio, suscitando l’ira del pubblico inglese. Un separato in casa.

Il tennista incompleto

Oltre a questo Murray è sempre stato un tennista incompleto, distanziandosi così in maniera definitiva dall’idea generale di messia. Pur essendo dotato di un gioco vario e di una vasta gamma di colpi efficienti (fatta eccezione per la seconda di servizio), è sempre sembrato nel corso della sua carriera che gli mancasse quel quid che lo avrebbe aiutato a renderlo il migliore. In più occasioni è sembrato prendere il sopravvento come giocatore leader del tennis mondiale, ma alla dimostrazione dei fatti al torneo successivo ha sempre mancato la prova d’appello. Nella sua carriera non è mai riuscito a impensierire veramente i vari fenomeni – Federer, Nadal, Djokovic – che ahi lui stanno contraddistinguendo la sua epoca. E quando gli capita, come all’Australian Open di quest’anno, di avere nelle proprie mani la possibilità di affermarsi in maniera definita e continuativa, si perde, psicologicamente prima di tutto, per motivi che si fa veramente fatica a comprendere sino in fondo.

Le critiche

Il risultato di tutto questo è che il tennista spesso diviene bersaglio in patria di critiche pesanti a causa della sua sudditanza nei riguardi degli altri tre fenomeni, giudicati troppo per lui. Il fatto poi che sia incostante e scozzese certo non aiuta certo, per usare un eufemismo, ad alleviare tali critiche. Il suo ruolo diventa così quello dell’eroe mancato, del campione sottomesso, del messia incompleto.

I meriti

Ma se davvero guardiamo il curriculum dello scozzese e lo compariamo con i curriculum di tanti altri tennisti che hanno rappresentato la Gran Bretagna negli anni bui, ci si accorge che quello che nel tempo ha fatto Murray è straordinario. Ci si rende conto che le critiche a lui rivolte sono infondate se confrontate al valore dei tennisti britannici del passato e in rapporto alle leggende che ha dovuto e deve fronteggiare. I commenti negativi di cui il tennista è oggetto vanno spesso oltre il suo vero demerito. Le sue uniche colpe sono quelle di aver abituato troppo bene il pubblico inglese a grandi vittorie e di essere scozzese.

La paura resta sempre quella che Murray vada a finire nel folto gruppo dei top players “normali”. Durante la carriera criticati, al termine della carriera osannati e negli anni successivi il ritiro pian piano dimenticati. E questo è un vero peccato, perché nonostante i suoi difetti di gioco e nonostante le “delusioni” inflitte al popolo inglese, è un giocatore che deve essere ricordato per sempre, da inglesi e non.

Sir Andrew Barron Murray, non si preoccupi , lei è davvero il messia che i britannici aspettavano, soltanto che il suo popolo lo capirà tardi.

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