Dove nascono gli eroi dello sport americano: l’NCAA e la fabbrica dei campioni

Il concetto di epica a stelle e strisce

Il mese di marzo negli USA significa solamente una cosa: March Madness NCAA.

Per chi non fosse pratico del mondo universitario americano, si tratta del periodo in cui si elegge la squadra di basket regina dell’intera Nazione. Se pensate si tratti di niente più che un evento per i CUS statunitensi, vi citerò un’unica cifra: 17.800.000.

E’ il numero degli spettatori che si sono sintonizzati sulla Finale Villanova-North Carolina un anno fa. Cifra comunque di molto inferiore ai 28.3 milioni dell’anno precedente, in quanto la Finale 2016 è stata anche la prima trasmessa dalla TV via cavo. Un po’ come se Sky trasmettesse in diretta un qualsiasi torneo giovanile universitario.

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L’arena gremita dell’NRG Stadium di Houston nel 2016

Da dove viene tutto questo seguito? In primi dall’importanza che lo sport riveste nella cultura statunitense.

Secondo Jorge Luis Borges gli americani, essendo una Nazione giovane e priva di un’epica propria, hanno dovuto costruirne una propria incentrata su fatti storici del passato recente.

Uno dei più grandi cantastorie dei nostri giorni, l’avvocato Federico Buffa, ha rafforzato il concetto ampliandolo allo Sport e, in particolare, alle discipline create ed evolutesi negli States. Per creare epica, infatti, non si potevano sfruttare narrazioni di successi basati su sport di cultura e nascita europea ma, per evidenziare la frattura con le origini, si dovevano mitizzare gli eroi di quegli sport totalmente Made in USA; Football Americano, Baseball e Basket.

Il sistema universitario americano

Non è semplice parlare delle Università a stelle e strisce senza scivolare nei classici cliché da serie TV post-adolescenziali. Nella nostra testa cataloghiamo gli studenti in tre categorie: i secchioni/geni nerd alla Sheldon Cooper, i/le figli/e di papà ben descritti in Gossip Girl e i super atleti, solitamente campioni del Football, protagonisti di mille film motivazionali.

In realtà il mondo Universitario americano è ben più ricco e variegato, contando circa 2.000 istituti universitari accreditati. In questo mare magnum c’è posto per tutti: per le Università prestigiose (e dalle rette proibitive) in stile Ivy League, per altri atenei più piccoli e meno irraggiungibili ma pur sempre privati e anche per alcuni istituti pubblici.

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Gli 8 atenei appartenenti alla Ivy League.

Ma non è finita qui. Oltre al dualismo pubblico/privato, la vera diversificazione tra atenei sta nell’offerta formativa. Alle Università prestigiose che puntano sulla ricerca e l’alta formazione (da cui l’appellativo di research universities), si affiancano atenei che offrono una formazione più didattica e basilare e altre, addirittura, che garantiscono corsi di recupero a studenti con gravi lacune scolastiche.

Una buona Università è per tutti?

L’accesso ad atenei elitari come quelli della già citata Ivy League costa, in media, 45.000$ annui. Direte: selezione naturale ed accesso ai soli figli di papà o, al massimo, ai fenomeni dello sport e ai piccoli geni che riescono a guadagnarsi una borsa di studio. Fino a qualche anno fa sarei stato d’accordo con voi, oggi sareste/saremmo smentiti facilmente.

Da qualche tempo, infatti, i figli delle famiglie statunitensi con un reddito annuo inferiore ai 60.000$ potranno accedere gratis ad atenei come Harvard. I regimi di pagamento della retta, quindi, sono ormai di tipo proporzionale per la maggior parte dei grandi college americani. L’unico vero ostacolo al vostro accesso resta perciò il superamento del test di ammissione.

A meno che… A meno che non siate dei progetti di campione in un qualche sport. In quel caso saranno le Università stesse a farvi la corte.

Negli States, infatti, lo sport in generale è una religione e quello universitario tocca picchi di fanatismo. Ogni ateneo è famoso per almeno una disciplina specifica e mette in atto un vero e proprio corteggiamento nei confronti dei più promettenti prospetti che usciranno dalle high school.

I mezzi sono più o meno leciti, anche se gli studenti sono ufficialmente reclutati per studiare.

In quel capolavoro cestistico-cinematografico intitolato “He Got Game”, Spike Lee racconta a modo suo le strategie di reclutamento dei giovani campioni usciti dal liceo. Jesus Shuttlesworth, interpretato magistralmente da un Ray Allen ad inizio carriera NBA, viene sedotto attraverso mezzi più o meno leciti: soldi offerti alla famiglia indigente, soldi al giocatore, contratti ufficiosi con i più grandi brand americani, fino alla promessa di uno sconto di pena al padre galeotto.

In una scena particolarmente “toccante” del film, Jesus/Ray viene introdotto dai vari senior delle università che sta visitando (tra i quali Rick Fox, allora ala dei Lakers) alla bella vita d’ateneo: donne, alcool, droghe e festini di ogni tipo. Senza preoccuparsi troppo della formazione.

Formazione innanzitutto

Formazione dicevamo. Negli States esiste la figura di studente-atleta: uno studente che deve saper coniugare impegni sportivi da quasi-professionista con gli obblighi formativi di una realtà universitaria.

La National Collegiate Athletic Association (NCAA) è l’organismo ufficiale statale che coordina la vita formativa e sportiva di questi giovani.

Uno studente-atleta solitamente riesce ad entrare in un college grazie ai suoi meriti sportivi, per i quali viene insignito di una borsa di studio. Questa, tuttavia, può essere legata al rendimento scolastico. Per poter continuare ad usufruire della formazione accademica (e di tutti i benefit che ne derivano, anche in termini di formazione sportiva), i giovani atleti devono mantenere una media scolastica accettabile, secondo gli standards di ogni ateneo.

Siccome lo sport è comunque una vetrina per il college stesso, non vi è nessun interesse di perdere un potenziale campione per lo scarso rendimento scolastico. Ecco perché questi ragazzi sono spesso esonerati da lezioni di approfondimento e sono seguiti da tutor nel loro studio. Ufficialmente nessuno vi dirà che i professori chiudono un occhio in caso di brutti voti ma la realtà, più o meno emersa, è questa.

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Shaq alla sua cerimonia di laurea in Scienze Motorie nel 2012 (Barry University).

Parallelismi italici

Premetto che in Italia non esiste niente di lontanamente simile alla NCAA e alla tipologia di formazione accademica universitaria. Lungi da me affermare chi sia meglio ma che siano due mondi agli antipodi è indubbio.

La cosa più simile agli studenti-atleti che possiamo “vantare” non è legata al mondo dell’Università, nel quale esistono, al massimo, i Centri Universitari Sportivi: belle realtà ma confinate troppo spesso ad hobby per studenti fuori sede.

Un timido paragone, invece, si potrebbe fare con le squadre Primavera della nostra Serie A.

Per chi non lo sapesse, MTV, un paio di anni fa, ha trasmesso un reality sui giovani calciatori delle giovanili della Fiorentina intitolato “Calciatori – Giovani Speranze”.

La trasmissione aveva come obiettivo quello di filmare i sogni, le aspettative, le delusioni di questi giovani adolescenti che sognavano di calcare, un giorno, i campi di Serie A.

In questo caso il reclutamento avviene, ad opera degli scout delle varie squadre, su tutto il territorio nazionale (sempre più spesso anche fuori dai confini) e parte già dalle scuole medie inferiori.

Indimenticabile agli occhi degli appassionati resterà la storia del napoletano Vincenzino Sarno, oggi fantasista del Foggia in Lega Pro, acquistato dal Torino all’età dieci anni e subito rientrato a casa per difficoltà, prevedibili, di adattamento.

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Vincenzo Sarno, 10 anni, calciatore del Torino, valore: 120 milioni di lire.

Anche in Italia i ragazzi vengono seguiti nel loro percorso scolastico da tutor esperti che cercano di salvaguardare la formazione extra-sportiva garantendo al giovane almeno un diploma di scuola superiore.

La differenza abissale con gli States la cogliamo subito: oltreoceano si parla di fornire un diploma universitario ad un ragazzo che esce dalla high school, in Italia si fatica a portare i giovani atleti ad un diploma di scuola superiore.

E’ tutto oro ciò che luccica in NCAA?

Domanda retorica, la risposta è “No”. I veri progetti di campione vengono visionati già durante i loro anni all’high school e, solamente di recente, la NBA ha posto il veto sul passaggio diretto dei giocatori dal mondo dei licei al professionismo.

LeBron James, Kobe Bryant, Kevin Garnett sono solo alcuni esempi di fenomeni approdati in NBA senza passare per il college: tutti pronti da subito a reggere l’impatto con il professionismo.

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Le caute aspettative della stampa su di un giovane ragazzo del liceo: LeBron James

Ad oggi un giocatore, prima di dichiararsi eleggibile al Draft, deve passare almeno un anno al college. Un solo anno.

Secondo l’NBA questo anno dovrebbe fare la differenza rispetto al passaggio diretto? Evidentemente sì, ma non cambia, di fatto, le cose. Anzi, legittima l’evidente supremazia dell’aspetto sportivo su quello educativo: sarebbe interessante andare a vedere quanti di questi giovani completano, anche in un secondo momento, il percorso di laurea.

Credo che le percentuali sarebbero ben più basse di quelle ai liberi di Shaquille O’Neal il quale, nonostante l’apparenza da buontempone-fancazzista, ha in saccoccia due lauree, una in business administration e una in scienze motorie, e un master sempre in business administration.

Ma, d’altronde, nessun sistema è privo di difetti, proprio come diceva il buon Shaq quando parlava del suo tiro dalla lunetta “il mio 40% ai liberi è il modo di Dio per dire che nessuno è perfetto.”.

Daniele Mengato

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