Su Nico e sul vuoto della vita

Nico 1988: la biografia di una sconfitta

 

Nico è nata a Colonia nel 1938 e cresce durante il blocco di Berlino; finita la guerra inizia la sua carriera come modella lavorando per fotografi e registi. Il suo lavoro la porta a viaggiare moltissimo entrando fin da subito in contatto con il mondo della musica: tra i suoi amanti Brian Jones, Jim Morrison e Alain Delon. Trasferendosi a New York frequenta la Factory e diventa una delle principali muse ispiratrici di Andy Wharol; sarà proprio il maestro della pop art ad introdurla a Lou Reed con il quale produrrà l’iconico album “The Velvet Underground and Nico”. Nico è tutto questo ma il problema è che forse è solo questo.

 

Nico e i The Velvet Undergorund
Nico e i The Velvet Undergorund

Susanna Nicchiarelli ha vinto quest’anno il premio Orizzonti per il miglior film al Festival di Venezia con la pellicola Nico, 1988: la ricostruzione degli ultimi tre anni di vita della cantante ormai cinquantenne.

Parigi, Anzio, Manchester e Praga sono le tappe dell’ultimo tour di Nico insieme ad una band di ragazzi troppo giovani e per nulla alla sua altezza (a suo dire), la sua assistente Laura di cui ignora la presenza e Richard, una figura che si destreggia tra l’essere un padre amorevole ad un amante segreto, nonché produttore musicale che cerca di sorreggere un castello di carte destinato a crollare.

Ma i palchi, le persone e la musica sono solo un rumoroso sfondo alla caduta libera di Nico nell’autocommiserazione e nell’astio: una dipendenza da eroina, rumorosi flashback di innominabili feste private e un figlio poco più che adolescente dagli istinti suicidi che Nico rincorre in modo ossessivo come per riempire egoisticamente un vuoto che la perseguita da sempre.

Ogni fotogramma sembra esser stato costruito in modo che nessuno riesca a provare empatia per questa donna e innumerevoli sono i momenti in cui, al contrario, gli unici sentimenti che si riesce a provare sono fastidio e avversione: gli stessi che ritroviamo negli occhi di Richard quando, chiuso in un bagno con Nico, si trova obbligato a osservarla mentre cerca goffamente di trovare una vena libera sulla caviglia con in mano una siringa.

Quello che Nicchiarelli rappresenta è quasi un ribaltamento della figura classica della rockstar in decadenza che vive solo di musica; in Nico non c’è nulla del patinato stereotipo del genio e sregolatezza ma solamente la profonda delusione di una donna che, come afferma lei stessa, è stata sia alla vetta del successo che sul fondo dell’anonimia per accorgersi di come in entrambi i casi ci sia solamente il vuoto. Sebbene lei ripeta incessantemente quanto la sua vera carriera nasca dopo l’incontro con la musica di Lou Reed tutti intorno a lei sembrano venerare l’ombra della sua bellezza ormai sfumata su cui non si è costruito nulla di veramente concreto e duraturo.

La Nico che viene raccontata dalla regista, grazie al recupero di documenti reali di quegli anni, non è quindi solo il racconto di una decadenza ma l’esposizione di una vita intera che forse non era esattamente come ci si aspettava o come la si raccontava ma che senz’altro è più cruda e veritiera. Altrettanto forse non si può dire della regia che, soprattutto in alcune sequenze, poteva essere più coerente con il messaggio inclemente e schietto che invece si percepisce nell’interezza della pellicola.

 

Gemma Pistis

Rispondi