Per favore non Facci-amo come ci pare

L’ordine dei giornalisti della Lombardia ha sospeso Filippo Facci per un articolo sull’Islam. Qualcuno lo difende nel nome della libertà.

Alla notizia della sospensione di Filippo Facci da parte dell’ordine dei giornalisti della Lombardia molti suoi colleghi hanno voluto esprimere la propria opinione. Marco Cobianchi ha detto addirittura che chi non difende Facci è un “cacasotto“.

Enrico Mentana, invece, ha affidato il suo messaggio a Facebook, attraverso la pagina celebre anche per i suoi blast.

(https://www.facebook.com/enricomentanaLa7/posts/10154832780137545)

Tutta questa storia è raccontata nel dettaglio in un bel articolo di Valigia Blu che consiglio vivamente. La cosa più importante che viene spiegata è che l’Ordine ha agito in seguito alla violazione di norme deontologiche – scrivetelo a Cobianchi!.

C’è un passaggio dell’articolo di Valigia Blu che però credo sia centrale in questa vicenda.

La questione cruciale, infatti, è: qual è la differenza che passa tra il lavoro di un giornalista professionista (come è Mentana), il prodotto di questo suo lavoro, il suo valore, e uno sproloquio che anima una discussione in un bar o in qualsiasi altro contesto della vita quotidiana? Mentana – che sulla propria pagina fustiga i commentatori “webeti” – pensa non ci sia alcuna differenza? Se è vero che Facci scrive (come minimo) “porcate”, appartenere alla stessa categoria di chi scrive un articolo-porcata costituisce per Mentana un problema meno grave – o un non-problema – del «tribunalicchio corporativo» dell’Ordine?

Qui si parla di responsabilità, una parola che nel pubblico sembra avere sempre meno importanza. Nel suo articolo Facci scrive parole che sarebbero oltraggiose ed ignoranti anche nei bar o per le strade. Ma soprattutto sembra ignorare completamente il potere e la responsabilità che ha in quanto giornalista.

Viviamo in un mondo confuso dove l’individualità è centrale ma dove ci dicono anche che uno vale uno e che tutti hanno il diritto a gridare la propria opinione.

Ma abbiamo davvero bisogno dell’opinione di tutti su tutto?

L’articolo

Eccone il risultato, ecco alfine le emozioni, le parole: che io odio l’Islam, tutti gli islam, gli islamici e la loro religione più schifosa addirittura di tutte le altre, odio il loro odio che è proibito odiare, le loro moschee squallide, la cultura aniconica e la puzza di piedi, i tappeti pulciosi e l’oro tarocco, il muezzin, i loro veli, i culi sul mio marciapiede, il loro cibo da schifo, i digiuni, il maiale, l’ipocrisia sull’alcol, le vergini, la loro permalosità sconosciuta alla nostra cultura,  le teocrazie, il taglione, le loro povere donne, quel manualetto militare che è il Corano, anzi, quella merda di libro con le sue sireh e le sue sure, e le fatwe, queste parole orrende che ci hanno costretto a imparare.

Queste sono le parole di Facci e allora sorge una domanda simile a quella posta da Valigia Blu: Mentana pensa davvero che sia vitale per un sano sistema democratico difendere il diritto a pubblicare queste cose? E Facci crede davvero che sia proibito odiare il loro odio? 

Il giornalista continua il suo post dicendo che odia l’islam perché l’odio è democratico “esattamente come l’amare”. Ma cosa significa esattamente questa frase? Credo che i lettori converranno con me se dico che l’odio è anche nobile, povero, comunista e fascista. Insomma l’odio è umano, come l’amore, ma non democratico, almeno non solo.

Però Facci voleva giustificarlo ed estenderlo questo odio, rimuovere paure e incertezze, non abbiate timore di odiare, è democratico. Anzi non è solo democratico, siccome proibiscono di odiare il loro odio è anche rivoluzionario, è fico.

Allora Facci voleva parlare proprio a quelle persone che non potrebbero mai fare giornalismo e che nemmeno li leggono i giornali. Facci parlava agli ignoranti.

Ignoranti nel senso che ignorano

Perché ignoranti? Perché tutti gli islamici sono più di un miliardo e 800 milioni di persone ed è umanamente impossibile odiarli tutti. Anzi, scommetto che su un numero tanto grande ci sarebbero anche decine di persone di cui Facci si potrebbe addirittura innamorare.

La cultura si costruisce

Per questo chi scriveva sapeva perfettamente che le sue parole sarebbero piaciute a persone che stanno cercando un nemico qualsiasi da accusare. Avrebbe potuto scrivere di rom o di immigrati, doveva solo trovare “il diverso” giusto.

La cultura però si costruisce e non la può costruire chiunque. Servono teste pensanti e preparate, non élite al di sopra di tutti ma persone competenti. La competenza serve sia per riparare un lavandino che per pubblicare un articolo di politica estera. Entrambe le cose hanno la stessa dignità.

Le competenze però sono diverse, gli studi, gli esercizi pratici, l’esperienza è diversa. Io non chiederei a Mentana di aggiustarmi le tubature come non chiederei al mio idraulico di spiegarmi la guerra in Siria.

La cultura si costruisce e noi non possiamo dimenticarlo nel nome della libertà. Perché senza cultura non esiste una libertà sana.

E se Mentana dice che la libertà è di tutti contribuisca a crearne una migliore. Si schieri con quelli che lottano per fornire una buona informazione e non chi non lo fa. Non ne abbiamo bisogno. Ci serve imparare ancora la responsabilità e valorizzare chi fa cultura, non chi pensa che un tesserino sia un lasciapassare per qualsiasi opinione. 

Prendo di nuovo in prestito le parole di Antonio Scalari scritte su Valigia Blu:

Se Mentana, e gli altri colleghi che prendono le difese di Facci, hanno deciso che queste sono le regole della categoria, bene. Perché sì, anche questa sarebbe a suo modo una regola. Se è così ne prendiamo tutti atto. Mentana, e gli altri, la smettano però di considerarsi una categoria professionale perché, se le cose stanno così, significa che non c’è più differenza tra la parola scritta di un professionista – anche un pubblicista o un non iscritto all’Ordine – e qualsiasi altra spontanea manifestazione di ciò che ci passa per la testa. Se è così, il giornalismo è indistinguibile dai rutti.

La cultura si costruisce, la libertà si conquista e la competenza e la responsabilità sono importanti. Se le diamo per scontate non andremo lontano.

Matteo Gabbrielli

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