Oscar 2017: è successo qualcosa che non sapete.

Basta con le gaffe, parliamo della verità.

 

Che dire, la premiazione degli Oscar è uno degli eventi più attesi di ogni anno. Non è solo un modo sfarzoso e ambizioso di celebrare il cinema e riconoscere il talento degli artisti che lavorano in questo ambiente, è la maniera “hollywoodiana” per ricordare come ogni singola produzione cinematografica può coinvolgere, accompagnare e far riflettere gli uomini sulla realtà che li circonda.
È un peccato dover assistere alla fine della magia, smorzata il giorno seguente dai social-avvoltoi che obbligano i media a parlare delle “divertenti futilità” che hanno così incredibilmente suscitato l’attenzione del grande pubblico.

 


Quest’anno il ricordo della notte degli Oscar non svanirà di certo con le prime luci dell’alba. Ad aver fatto scalpore, più che discorsi di accettazione coinvolgenti, classifiche inaspettate e abiti griffati ben intonati ad acconciature mozzafiato, sono stati una serie di “imprevisti” che hanno reso, nel bene e nel male, questa serata indimenticabile, almeno per i social.  Sono già virali infatti i commenti, le allusioni e gli sketch che ridicolizzano quelle che chiamano le “vere protagoniste” di questa edizione: le gaffe.
Due in particolare sono stati gli avvenimenti fortuiti che hanno monopolizzato l’attenzione degli spettatori: il clamoroso “errore della busta”, che ha voluto premiare La la land come miglior film al posto di Moonlight, e il video clip in memoria degli artisti scomparsi che ha commemorato una produttrice viva e vegeta.

 


È inutile sottolineare il lavoro e la difficoltà che si nasconde dietro all’organizzazione di un’ evento di simile importanza, ma questo non interesserà l’attento spettatore che cercherà sempre l’ombra nello splendore.

 


Stavolta però, le freddure alla “la la..moonlight” dovranno farsi da parte. Come sappiamo, il presidente Trump sta attuando il suo programma “anti-terrorismo”, cosa più che lecita se non necessaria. Il problema sembra essere più che altro il modus operandi del presidente: freddo, veloce, terrificante. Così rapido che viene da chiedersi se sia quello giusto. Ad ogni modo, i decreti che bloccano l’accoglienza dei profughi e che allontanano i cittadini di molti Paesi “minacciosi”, sono stati presi in seria considerazione durante la notte degli Oscar. È bene che il social-avvoltoio, l’attento spettatore amante dell’ombra, ci rifletta.

 

A causa di questo ordine Asghar Farhadi, il regista de Il Cliente, non ha potuto partecipare alla serata in cui il suo film ha vinto l’Oscar.


Il giorno precedente la consegna del premio, l’ Accademy ha commentato così la vicenda:

-l’Academy celebra i grandi risultati nell’arte cinematografica, che ha come obiettivo il superamento dei confini per parlare al pubblico di tutto il mondo, senza differenza di nazionalità, di etnia o di religione. Come sostenitori dei cineasti – e dei diritti umani di tutte le persone – in tutto il mondo, troviamo molto problematico il fatto che Asghar Farhadi, il regista del film iraniano vincitore dell’Oscar “Una Separazione”, assieme al cast e la troupe del film nominato all’Oscar di quest’anno “Il Cliente”, possano subire il divieto di ingresso nel paese a causa della loro religione e del paese da cui vengono-.

Di seguito il discorso scritto da Farhadi che è stato letto nel momento della premiazione, purtroppo non da lui.

“È un grande onore ricevere questo prezioso premio per la seconda volta (dopo Una separazione nel 2012, ndr). Vorrei ringraziare i membri dell’Academy, la mia troupe in Iran, il mio produttore Alexandre Mallet-GuyCohen MediaAmazon e i miei colleghi candidati nella categoria del film straniero. Mi dispiace di non essere con voi stasera. (..)    I filmmaker possono accendere le loro cineprese per catturare le qualità umane comuni e rompere gli stereotipi di diverse nazionalità e religioni. Creano empatia tra noi e gli altri. Un’empatia di cui oggi abbiamo più che mai bisogno. Grazie”                   

Postai Eleonora

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