La Palestina conquista l’indipendenza

La nuova vita dei palestinesi

Un giornalista di Gaza racconta la nuova vita nella Palestina indipendente. Riflette sul significato della libertà, sull’iter politico che si è concluso con l’indipendenza e sulle incognite per il futuro. 



La piazza più viva di Gaza

Eccomi: come tutte le sere d’estate da qualche mese a questa parte, seduto al tavolino di un caffè di Palestine Square. Mentre gusto la mia solita birra Taybeh, osservo tutto quello che succede qui, nella piazza più viva di Gaza. Ormai, immaginare Palestine Square come il mio personale osservatorio della realtà palestinese è diventata una routine. È quello che mi sono abituato a fare da quando in redazione abbiamo deciso che ci saremmo comportati da veri e propri insider della nuova società palestinese.

Il motivo per cui l’elemento della novità è al centro della nostra linea editoriale è chiaro: la Palestina è uno Stato sovrano, libero e indipendente. Non credo di azzardare se dico che i manuali di storia del futuro parleranno dell’indipendenza dello Stato palestinese come di una delle novità storiche più importanti del XXI Secolo. Molti degli aspetti della vita di un Paese che nelle democrazie consolidate appaiono da decenni come scontati, qui a Gaza e in generale in Palestina sono novità alle quali ancora fatichiamo ad abituarci.

Abituarsi alla libertà

Da molti punti di vista, si tratta di vere e proprie banalità. Ma per noi palestinesi, nati in un territorio dove la libertà di ogni popolo di autodeterminarsi è rimasta in discussione fino a poco tempo fa, non lo sono affatto. Cosa c’è di più banale di uscire la sera per bere una birra in un caffè del centro? Eppure, dopo mesi durante i quali questo è ciò che ho fatto ogni sera, potermi concedere questo piacere mi sembra ancora qualcosa di straordinario. Ecco: direi che noi palestinesi dobbiamo abituarci alla libertà. 

The Falasteen’s Eye è una testata online nata qualche anno fa dall’idea di alcuni ragazzi nati e cresciuti a Gaza. Io sono entrato in redazione a due anni dalla fondazione, nel dicembre del 2023. Qualche mese dopo, nel maggio del 2024, è stato compiuto quello che viene comunemente considerato come il primo grande passo concreto verso la soluzione definitiva della questione israelo-palestinese. La Conferenza di Marsiglia, che ha ribadito la volontà delle parti di pervenire ad una soluzione a due Stati, sembrava a tutti noi palestinesi l’ennesima promessa destinata a svanire nel nulla.

La svolta di Marsiglia

Per fortuna il nostro pessimismo, seppur più che giustificato, ci aveva portato ad una conclusione sbagliata. A partire dalla Conferenza di Marsiglia, tutti gli attori coinvolti si sono impegnati davvero verso l’obiettivo della soluzione. Soprattutto, dopo decenni di tentativi falliti lo hanno fatto le sole due parti che concretamente avrebbero potuto porre fine al conflitto: il governo israeliano e l’Autorità Nazionale Palestinese. La grande novità da Marsiglia in poi è stata la rinuncia da parte delle due parti ad alcune delle prerogative che storicamente bloccavano le trattative.

Israele ha accettato la proclamazione di Gerusalemme Est come capitale della Palestina e ha cessato i suoi insediamenti nell’area. L’autorità palestinese ha accettato di non contestare le “10 miglia strategiche”, la zona di sicurezza al confine tra i due Stati che Israele presidia militarmente. Inoltre, sono rimasti sotto la giurisdizione israeliana alcune porzioni di territorio della Cisgiordania. In tutto il mondo si sprecano le considerazioni su chi sia uscito vincitore dalla risoluzione. Le maggiori potenze mondiali, in generale, si sono pronunciate positivamente rispetto alla nuova situazione. 



Cosa si aspettano i palestinesi

Nei fatti, finora, i passaggi fondamentali del processo sono stati questi. Nel 2024, i primi ministri d’Israele e Palestina hanno firmato la Pace di Marsiglia, risultato finale della Conferenza tenutasi nella città francese. A partire da maggio del 2025, il governo israeliano ha completato le operazioni di ritiro del proprio esercito dalle zona occupate e dagli insediamenti. Sto scrivendo questo articolo nel giugno del 2025, e ci sono alcune cose che noi palestinesi ci aspettiamo per il futuro prossimo del nostro Stato. Prima di tutto, le elezioni. Le prime elezioni libere, in cui potremo scegliere i nostri rappresentanti politici, che avranno pieni poteri in uno Stato sovrano.

Prima ancora delle elezioni, però, ci aspettiamo che le forze politiche del Paese mettano fine alle loro rivalità. Le due maggiori organizzazioni politiche palestinesi, Al-Fatah e Hamas, sono  stati per lungo tempo in lotta per il potere interno. Ma tutto quello di cui ha bisogno oggi la Palestina, è che tutte le forze politiche mettano da parte i dissidi e lavorino ad un primo, fondamentale obiettivo comune. L’obiettivo di cui parlo viene spesso sottovalutato, ma è in realtà un aspetto fondamentale. Lo Stato palestinese, e con esso la sua natura democratica, hanno bisogno di consolidarsi e di acquisire abbastanza forza da respingere ogni tentativo di rovesciamento.

Vietato banalizzare

Come vi dicevo sopra, mentre scrivo questo articolo mi trovo a Palestine Square. Come ogni sera, vengo nel caffè con la vista migliore sulla piazza, e osservo tutto quello che mi circonda. Fa parte del mio lavoro. Tornando alla linea editoriale di Falasteen’s Eye: in redazione ci siamo ripromessi che avremmo osservato capillarmente la vita della nuova società palestinese, ponendo al centro l’elemento della novità e senza mai banalizzarne alcun aspetto. Elemento della novità: potrebbe significare tutto e niente. Per la mia mission editoriale, significa cercare di capire che significato ha la libertà per noi palestinesi.

Per quale motivo per noi è importante non banalizzare quello che osserviamo? Provate a pensare, ad esempio, a quanto sarebbe facile banalizzare la libertà e dimenticarci del suo significato. Uscire la sera per una birra o per una passeggiata, incontrarsi con un amico o uscire per delle commissioni. O ancora, poter scrivere liberamente tutto ciò di cui si sente il bisogno di parlare. Cose di tutti i giorni, verrebbe da dire. Eppure, per noi palestinesi, fino a qualche tempo fa erano un lusso. Probabilmente è per questo che ancora non riesco abituarmi all’idea della mia birra Taybeh che tutte le sere vengo a bere in Palestine Square. 

Colpo su colpo

Rispetto alla Palestina e al suo futuro, rimangono ancora molte incognite e questioni in sospeso. La destra israeliana è rimasta su posizioni molto dure e talvolta ambigue rispetto alla questione. Il leader del Likud, che ne è l’espressione partitica, di recente ha dichiarato che “alcuni diritti fondamentali dello Stato d’Israele rispetto alla questione palestinese sono stati calpestati”. Ariel Ben Teddim, cresciuto politicamente con gli insegnamenti di Benjamin Netanyahu, ha continuato dicendo che “Likud, tornato al governo, rivendicherà questi diritti e farà di tutto per farli rispettare”. Gli esponenti più intransigenti della politica palestinese rispondono per le righe. La linea seguita da Hamas, infatti, è quella della risposta “colpo su colpo” a qualsiasi nuovo segnale di ingerenza da parte di Israele. 

Allo stato attuale, il processo di stabilizzazione dello Stato palestinese procede. Ma le posizioni di una parte della politica di entrambi i Paesi potrebbero farlo inceppare. E per questo vanno contrastate. Le esternazioni più recenti della destra israeliana e di Hamas si rivelano in tutta la loro natura conflittuale. La posizione ambigua di alcuni attori internazionali sulla questione, inoltre, non aiuta. E soprattutto, alimenta le convinzioni più estreme e meno disposte al dialogo. Tutto quello di cui noi palestinesi avremmo bisogno oggi, invece, è proprio il dialogo. Un dialogo che permetta al processo di consolidamento dello Stato palestinese di procedere senza intoppi. E che ci garantisca, una volta per tutte e senza interruzioni, quella libertà a cui non siamo ancora riusciti ad abituarci. 

 

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