Proteste in Paraguay: rifiuto di un ritorno al passato

Il rischio di un ritorno al passato

Un gruppo di manifestanti ha causato l’incendio del parlamento paraguayano. Alla base della protesta una controversa riforma costituzionale. Ma anche il rischio di un ritorno al passato. 

Horacio Cartes, presidente del Paraguay (fonte: lintellettualedissidente.it)
Horacio Cartes, presidente del Paraguay e autore della riforma costituzionale che ha scatenato le proteste ad Asunción (fonte: lintellettualedissidente.it)

Parlamento in fiamme

Nella notte tra il 31 marzo e il 1 aprile, un gruppo di manifestanti ha provocato l’incendio della sede del parlamento del Paraguay, nella capitale Asunción. Le proteste sono scaturite dopo l’approvazione da parte del senato di una riforma costituzionale che permetterebbe la rielezione del presidente e del suo vice. Il bilancio degli scontri, che hanno visto protagonisti un migliaio di manifestanti, è di circa 30 feriti ed una vittima. A perdere la vita Rodrigo Quintana, 25enne oppositore del presidente Horacio Cartes ed esponente del Partido Liberal. 

Dentro le istituzioni

Le tensioni nel Paese sudamericano sono nate in seguito all’approvazione dell’emendamento, resa possibile dal voto favorevole di 25 dei 45 componenti del senato. Il disegno di riforma è stato approvato dal Partido Colorado, espressione del presidente Cartes, oltre che da alcuni partiti minori. Una ferma opposizione è arrivata invece dal Partido Liberal, i cui esponenti avevano occupato l’aula assembleare del senato in segno di protesta. L’occupazione non ha però impedito il voto, avvenuto in una sala adiacente. 

Nelle strade di Asunción

Prima dell’incendio, momenti di tensione avevano visto protagonisti nelle strade i manifestanti e la polizia. Le forze dell’ordine hanno tentato di respingere la protesta con l’utilizzo di manganelli ed idranti. Strumenti repressivi rivelatisi inefficaci allo scopo, tanto da permettere ad alcuni degli insorti di fare ingresso nel palazzo e dare alle fiamme alcune stanze del primo piano. I media locali parlano di circa 200 arresti tra i dimostranti. L’omicidio di Rodrigo Quintana sarebbe avvenuto, stando alle notizie diffuse dopo l’accaduto, nella sede del Partido Liberal, dove diversi politici dell’opposizione si sono rifugiati in seguito agli scontri.

Iter legislativo

Il progetto di riforma attende ora il vaglio della Camera dei deputati, già previsto per il 1 aprile, ma rinviato in seguito agli scontri. L’approvazione da parte della seconda camera appare abbastanza scontata, vista l’ampia maggioranza di cui in essa gode il partito del presidente. Un referendum popolare seguirebbe l’eventuale approvazione della Camera ed un esito positivo della consultazione sancirebbe la definitiva entrata in vigore della riforma. Di certo, la risposta di piazza operata da alcuni cittadini dimostra che una parte del Paese respingerebbe senza indugi la modifica costituzionale. Ma nulla certifica che la maggioranza del Paese si identifichi nella posizione dei dimostranti. 

Cartes, presidente controverso

Sul conto del presidente Cartes pesano le accuse di corruzione e riciclaggio di denaro. Il suo passato imprenditoriale, inoltre, rafforza le ipotesi secondo le quali vi sarebbero interessi economici personali alla base del suo operato. “La democrazia non si conquista né si difende con la violenza”. Queste le parole utilizzate dal presidente su Twitter per commentare i fatti dei giorni scorsi. Difficile trovare coerente la sua condanna della violenza, visto l’utilizzo di quest’ultima da parte del governo stesso nel tentativo di fermare la protesta.   

Mai più la dittatura

“Mai più la dittatura” è lo slogan che ha raccolto diverse centinaia di manifestanti nelle strade di Asunción. Secondo i contrari alla riforma, infatti, l’introduzione della rielezione presidenziale rappresenterebbe un colpo basso per la democrazia paraguayana. E spianerebbe la strada alla dittatura. Esperienza, quella dittatoriale, che nessuno nel Paese vorrebbe rivivere dopo i 35 anni che hanno visto al potere il generale Alfredo Stroessner. La Costituzione, bersaglio dell’emendamento approvato dal senato, era entrata in vigore nel 1992, proprio dopo la destituzione del dittatore.   

Il generale Alfredo Stroessner
Il generale Alfredo Stroessner, presidente del Paraguay dal 1954 al 1989 (fonte: bloomberg.com)

Pericolo per la democrazia

Una prima riflessione si rende necessaria evidenziando proprio il fatto che il Paraguay abbia già vissuto un’esperienza dittatoriale. Non è possibile -e non sarebbe nemmeno ragionevole- legare automaticamente la possibilità di rielezione del presidente alla nascita di un regime antidemocratico. Ma è certo che la perpetuazione del mandato presidenziale la renderebbe una possibilità più concreta. Ed è probabilmente proprio il rimando al passato, insieme al potenziale pericolo che la riforma rappresenterebbe per la democrazia paraguayana, che ha in primis scatenato la protesta. 

Corruzione, nel presente e nel passato

Esiste inoltre un legame, seppur non immediato, tra la figura di Cartes e l’ormai defunto generale Stroessner. Come si è detto sopra, l’attuale presidente ha alle proprie spalle alcune accuse di corruzione. E proprio quest’ultima costituisce uno dei connotati fondamentali della classe politica protagonista durante il regime del generale. Il collegamento tra potere e corruzione individuabile in Cartes, dunque, potrebbe essere stato interpretato dai manifestanti come ulteriore conferma del rischio di un ritorno al passato stroessneriano. Occorre comunque evidenziare che quello corruttivo sia un fenomeno molto diffuso nel Paese. 

Memoria storica

Sarà la storia a valutare l’opportunità delle modalità di protesta scelte dai manifestanti. Non vi sono invece dubbi sulla forza che un gruppo contenuto di persone può assumere nei confronti delle istituzioni. È difficile immaginare che qualche centinaio di persone possa mettere in crisi il complesso istituzionale di un intero Paese. E, quasi sicuramente, una mancata previsione di questo tipo ha portato le forze dell’ordine a sottovalutare le potenzialità della protesta. La certezza che forniscono i fatti di Asunción è che la forza della memoria storica può mettere in crisi le istituzioni. Senza possibilità che la repressione intervenga efficacemente.  

Luca Mercanzin

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