Breve storia di Potere operaio

Pensare alla rivoluzione: storia di Potere operaio

In questo articolo voglio narrare brevemente la storia di Potere operaio (Po) che, nato alla fine degli anni ’60, costituì il tentativo di concretizzare le teorie operaiste di alcuni intellettuali di sinistra negli anni ’50 e ’60.

Prima pagina di Potere operaio
Il primo numero della rivista “POTERE OPERAIO”

Nascita  e teoria dell’Operaismo

Prima però di descrivere le vicende di Po bisogna parlare del contesto socio-economico dell’Italia degli anni ’50 e ’60 e dell’operaismo.

Era l’epoca del boom economico: il paese si stava affrancando una volta per tutte dallo stato di  povertà in cui si trovava fin dall’unificazione del 1861  e il possesso di un televisore e dell’automobile divennero i segni più evidenti del sempre più crescente benessere.

Tutto ciò fini però per sconvolgere le basi sociali del paese.

L’emigrazione dal Sud Italia verso il triangolo industriale Milano-Torino-Genova (sempre più affamato di lavoratori da impiegare nell’industria e nell’edilizia) fece esplodere il razzismo verso i meridionali e le contraddizioni del boom economico come, per esempio, la mancanza di abitazioni e l’incapacità dello Stato di fornire servizi pubblici efficienti. Nel primo caso, finché non nacquero piani di edilizia popolare, si assistette alla la nascita di baraccopoli (dette “coree”) a Milano e a situazioni di sovraffollamento a Torino mentre nel secondo caso lo Stato non riuscì a costruire un efficiente welfare state.

Il benessere andò a intaccare anche il mondo giovanile che, stretti tra autoritarismo scolastico-genitoriale asfissiante e una crescente voglia di libertà, avviarono una stagione di mobilitazione sociale (culminata con il ’68) destinata a cambiare la società. Gli effetti più evidenti della nuova situazione economica riguardava il mondo scolastico-universitario: per la prima volta nella storia recente della scuola pubblica una parte sempre crescente di giovani appartenenti alle classi meno abbienti poterono frequentare il liceo e di conseguenza l’università.

Tutto ciò mise in crisi il sistema scolastico che si trovò incapace di adeguarsi al nuovo corso della società e finendo per alimentare le proteste del mondo giovanile.

In campo lavorativo la stretta alle rivendicazioni sindacali innescate dalla crisi economica del 1963-64 generò un senso di sfiducia verso i sindacati che esplose nel 1969. Studenti e operai si unirono nelle proteste di piazza con i primi che tentarono di diventare i nuovi rappresentanti dei lavoratori attraverso il tentativo, alla fine non riuscito, di relegare in posizione marginale i sindacati a favore di gruppi della sinistra radicale.

La rivoluzione ungherese del 1956 diede a Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista italiano (Pci), la possibilità di epurarlo dagli ultimi sostenitori della via armata alla presa del potere in Italia mentre per i socialisti (favorevoli alla rivolta ungherese al contrario dei comunisti che invece ne appoggiarono la repressione da parte dell’Urss) fu il motivo per iniziare l’avvicinamento alla Democrazia cristiana (Dc) culminato con la nascita dei governi dei centro di centro-sinistra. Tirando le somme di questa breve premessa sulla situazione della sinistra italiana degli anni ’50, si può dire che l’idea della rivoluzione venne messa in soffitta preferendo puntare su una pacifica trasformazione in senso socialista della società italiana in tempi medio-lunghi.

Bene, l’operaismo riprende il concetto di rivoluzione (mandato in pensione dalla sinistra tradizionale) perché alcuni dei suoi teorizzatori, come il fondatore Mario Tronti, erano dei fuoriusciti socialisti e comunisti che si erano messi in rotta di collisione con le scelte dei rispettivi partiti. L’operaismo occupandosi di come innescare la rivoluzione in un paese a capitalismo avanzato s’interessò del ruolo della tecnologia nella società e dell’organizzazione della classe operaia in chiave rivoluzionaria.

Gli scritti di Marx furono i principali punti di riferimento degli operaisti visto che li usarono per analizzare il ruolo dello sviluppo tecnologico nei rapporti tra classe operaia e capitale mettendone in luce gli effetti sociali ed economici. Il capitale per tutelare e aumentare il suo profitto spinse, da un lato, l’acceleratore del progresso della tecnica e dall’altro accentuò il suo dominio nella società con l’obiettivo di creare una massa sempre crescente di lavoratori da sfruttare.

Come era possibile per il capitale fare ciò?

Usando lo Stato e i suoi mezzi coercitivi che divenne, in questo modo, il tramite con cui il Capitale poteva rendere i principi capitalistici un fatto naturale e quindi accettati dalla classe operaia. Gli operaisti sostenevano che per sconfiggere il capitale si doveva tornare alla fabbrica, (di cui la società era diventata un’appendice), perché tutto era nato in quel luogo e occupandolo sarebbe cominciato il sovvertimento dell’ordine borghese. Di fronte a tutto ciò gli operai avevano due scelte: integrarsi nel sistema o fare la rivoluzione.

La scelta rivoluzionaria rendeva necessario avviare un discorso sull’organizzazione della classe operaia in cui emerse l’originale posizione degli operaisti in merito alla dialettica tra operai e avanguardia. La classe operaia conteneva già sé una capacità rivoluzionaria che non doveva essere instillata ma soltanto riscoperta, grazie dall’avanguardia che si trovava così a dover preparare la lotta rivoluzionaria seguendo gli imput degli operai.

Il partito rimaneva sempre necessario a fare la rivoluzione.

Il suo compito era però quello di coordinare la volontà operaia, innescando un processo rivoluzionario (fondato primariamente su condizioni e richieste determinate dagli operai) attraverso la scelta del momento giusto per avviarlo in quanto dotato delle capacità di comprendere il momento giusto di dare inizio ai giochi.

Nascita, evoluzione e fine di Potere operaio

Potere operaio (Po) era un gruppo della sinistra radicale nato nell’estate del ’69 e scioltosi nel ’73 a causa di divergenze interne sul futuro dell’organizzazione. Alla scelta della lotta armata, sancita nel corso di una conferenza tenutasi a Roma nell’autunno del ’71, vi arrivò dopo una lunga fase dottrinale in cui tentò di elaborare una propria teoria rivoluzionaria ispirata alle idee operaiste.

In seguito alla scelta del ’71 Po continuò a esistere pubblicamente ma si articolò su un doppio livello pubblico e occulto. Il primo era quello delle riunioni dei militanti e dell’illegalità di massa (occupazioni, scontri con la polizia e servizi d’ordine per le manifestazioni) mentre il secondo si componeva di persone non collegabili direttamente a Po (non erano militanti che partecipavano alle attività pubbliche) ma che rispondevano ai vertici del gruppo. Il livello occulto, specializzato nell’uso di bombe molotov e altri ordigni esplosivi, costituiva il braccio armato di Po ed era presente nell’Italia centro-settentrionale prima con il nome di Lavoro Illegale e poi di Fronte armato rivoluzionario operaio (F.a.r.o).

Po sviluppò una serie di legami con altre organizzazioni radicali (l’inglese Big Flame e la francese Materaeux pour l’intervention per esempio) e terroristiche sia europee (la tedesca Rote Armee Fraktion) che palestinesi (Fronte della liberazione palestinese) e disponeva di una base logistica in Svizzera che fungeva da rifugio sicuro per i militanti fuggiti dall’Italia e fornitore privilegiato di armi, in seguito ad alcuni furti presso alcuni depositi d’armi  di Ponte Brella e Locarno.

Data la rete estera di Po e le affinità ideologiche con altri gruppi armati italiani ci furono dei tentativi di coordinare la lotta armata con altri gruppi terroristici italiani come i Gruppi armati proletari (Gap) di Feltrinelli, di cui venne tentata la fusione tra i due gruppi, e le Brigate rosse. In questo ultimo caso la collaborazione si concretizzò attraverso la creazione del partito armato di Mirafiori (responsabile di sabotaggi e pestaggi di dirigenti dello stabilimento torinese), la creazione della brigata Ferretto (attiva a Porto Marghera), lo scambio di armi tra i due gruppi e sostegno logistico per l’organizzazione dell’omicidio di Marco Pisetta (brigatista riparato a Friburgo in seguito al suo pentimento) alla fine non concretizzatosi.

Lo scioglimento del gruppo avvenne in seguito alle diverse visioni sul suo futuro da parte dei suoi membri e principalmente riassumibili in due posizioni. La prima, sostenuta da Antonio Negri, vedeva nella partecipazione alle nascenti assemblee autonome (prodromi dell’Autonomia operaia organizzata) il futuro del gruppo mentre la seconda, propugnata da Oreste Scalzone e Franco Piperno, voleva continuare il processo di militarizzazione e di trasformazione in partito di Po.

Prevalse la linea Scalzone-Oreste e Negri venne espulso ma nel giro di un anno le sue idee si rivelarono quelle più corrette e Po si sciolse definitivamente.

Zaramella Guglielmo

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