I protagonisti delle Finals 2017

Ogni giocatore ha la sua storia, che si interseca con quella di squadra e con il concetto di vittoria/sconfitta. Le Finals rappresentano all’estremo questo concetto, sono l’evento che fa la storia di un giocatore, in un modo o nell’altro.

  • Stephen Curry 

    Il grande sconfitto del 2016, è il grande vincente del 2017? Vado leggermente controcorrente. Sicuramente Steph Curry ha vinto, sicuramente ha ottenuto la sua rivincita personale, sicuramente ha dimostrato di essere un giocatore migliore rispetto a quello delle Finals 2016 (in cui ha avuto problemi di infortuni). Contro Cleveland, però, Curry ha dimostrato di non essere paragonabile, a livello di capacità di incidere offensivamente nei momenti decisivi, a Durant, LeBron e Irving. Curry è fenomenale nel cavalcare l’entusiasmo della squadra e il suo, è fenomenale nella capacità di giocare con una spensieratezza che i compagni avvertono, è fenomenale nel dare botte psicologiche agli avversari con le sue triple. Chiariamolo, resta uno dei più forti cestisti al mondo e ha deciso tantissime partite proprio nei momenti decisivi. Ma contro Cleveland quest’anno, proprio nei momenti più importanti di una battaglia che per lui valeva una carriera, dopo la stoppata+”this is my house” di LeBron l’anno prima, anche la sua mano è diventata un po’ più fredda. Da notare, invece, il suo apporto difensivo, con più di due rubate di media a partita (ha fatto meglio solo Kevin Love). Insomma, è stata rivincita, è stata vittoria, è stato fondamentale e ha chiuso con 27 di media nelle Finals. Ha vinto la sua battaglia personale, ma non è stato il faro della vittoria come forse avrebbe voluto e dovuto. Perché quando il gioco si fa duro, palla a Durant in isolamento e canestro.

Forse LA giocata delle Finals, che va a vendicare l’umiliazione subita l’anno scorso. Quando cavalca l’onda dell’entusiasmo Curry è uno dei top 3 della lega, i problemi sorgono quando nell’onda si sta affogando (gara-4 insegna).
  • Kyrie Irving 

    Alla voce “ritardo infernale” ecco presentarsi il nativo di Melbourne, uno nato per essere decisivo, ma che ha ancora troppe pause (incidono anche i suoi 25 anni). Chi lo sa che serie sarebbe stata se Irving avesse giocato anche le prime due gare. Inspiegabilmente, si risveglia solo a metà gara-3 e dimostra di essere un giocatore imprescindibile per Cleveland, permettendo ai Cavs di macinare punti anche quando non è LeBron ad impostare l’attacco (e non può fare tutto il Re dai). Quando attacca il ferro, Irving se lo mangia e i Warriors faticano a trovare contromisure.  D’altronde, stiamo parlando dell’ l’uomo che ha vinto, con un vero e proprio goal in zona Cesarini, le Finals 2016. La sua assenza ingiustificata nelle prime due partite della serie, lo rende uno dei tanti colpevoli della sconfitta di Cleveland, nonostante sia stato fenomenale nelle gare successive. Nel 2018 sarà rivincita anche per lui.

La tripla che vale una carriera di Irving. Lo standard da mantenere è questo, caro Kyrie.
  • Kevin Durant 

    Come Cesare quando entra a Roma. La completezza della sua vittoria metterebbe in difficoltà qualsiasi teoria di Schopenhauer sul pessimismo esistenziale (non è vero, ma è un’esagerazione più che dovuta). Domina le Finals, in difesa e in attacco, vincendo molto spesso i confronti one-to-one contro il Re regnante. La sua “The Decision” atta a vincere, lo porta sul trono del mondo (perché il giorno dopo gara-5, penso che la popolazione media che conosca il nome di Durant sia salita almeno di un buon 30%). Resta il fatto che forse sarebbe stato più bello ad Oklahoma, resta il fatto che con questi Warriors era fin troppo facile. Resta il fatto che senza di loro forse non ce l’avrebbe mai fatta e viceversa. Nonostante l’anello, non mi espongo a dire che sia stata la scelta giusta. Ma questo ragazzo, a 28 anni, ha finalmente un titolo per entrare nell’Olimpo dei migliori di sempre dell’NBA. Il codice che ti fa saltare la fila in discoteca. Una vita da privet, ottenuto passando a fil di spada i Cavalieri senza che essi ti porgessero il fianco. E proprio quando sembravano vicini a portare a casa la battaglia. La sua tripla in gara-3 è il timbro a grandezza d’uomo che ha deciso le Finals.

L’ennesima tripla sbagliata da Korver (un modesto 31% da 3 per lui nelle Finals), scatena il contropiede Warriors. In transizione, KD chiude partita e serie.
  • LeBron James 

    Eccesso di superiorità. Per Flavio Tranquillo sarebbe dovuto essere lui l’MVP: sono pienamente d’accordo. Nonostante Durant sia stato fenomenale e abbia vinto, il Re ha un’incidenza insormontabile sul destino della sua squadra: lo dimostrano i minuti giocati, 212 contro i 199 di KD (che quindi aveva anche la possibilità di essere più “riposato” per fare certe giocate). Ma alla fine ha perso: perde il confronto con Durant, perde la bella con Curry, subisce un sonoro 4-1 che è umiliante per un Re. Il fatto che LeBron abbia giocato delle Finals a livelli pazzeschi e ne sia uscito comunque sconfitto, rende lecito qualsiasi dubbio relativo alla completezza della rosa di Cleveland (ovviamente, bisogna sempre paragonarsi a Golden State). Se ne andrà? A mio parere dipenderà dalle garanzie che gli darà la dirigenza dei Cavs: con un Paul George al posto di un Kevin Love, considerando che i Warriors dovranno per forza di cose mandar via qualcuno causa salary cap troppo alto, la sfida potrebbe essere alla pari. Se non ci sarà la possibilità di realizzare un’operazione di questo tipo, allora un suo addio diventerebbe probabile. Secondo me il Re resterà almeno un altro anno a casa sua.

Cleveland è in difficoltà per la sfuriata dei Warriors nel primo quarto di gara-2. James risponde emettendo un decreto reale.

Alfredo Montalto

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