La psicosi come risposta

La salute mentale è il nuovo obiettivo

Dall’approvazione della Legge Basaglia al traguardo del welfare psichico


I had a black dog, his name was depressionMatthew Johnstone

Nonostante gli enormi passi in avanti compiuti negli ultimi decenni, le psicosi e i disturbi mentali in generale rimangono un grande tabù della società odierna. Da una patologia psichica seria come la schizofrenia al più comune disturbo d’ansia, il consulto con psichiatri e psicoterapeuti è considerato qualcosa di profondamente stigmatizzante, di non condivisibile.

Ma perché?

Principalmente perché le psicosi e i disturbi che ne derivano esercitano una forza alienizzante in termini sociali. L’individuo – il diverso – percepisce in modo anomalo ciò che lo circonda ed è a sua volta avvertito anomalo dall’esterno.

Si prenda ad esempio una qualsiasi piazza di una qualsiasi città. Una donna comincia ad agitarsi. Si passa nervosamente le mani tra i capelli, si gratta con forza gli avambracci, si guarda in giro spaesata. Urla. La gente che fino a pochi istanti prima stava tranquillamente passeggiando nella piazza si allontana spaventata, percependo la donna come un potenziale pericolo. La donna, dal canto suo, avverte un senso di estraniamento che non riesce a razionalizzare.

Le persone nella piazza sono intimorite dall’imprevedibilità. Non riescono a desumere quali cause abbiano portato ad un comportamento così extra-ordinario, ma più importante non riescono a formulare una percentuale di rischio. In questo modo non hanno alternativa se non delegare l’intervento a qualcuno di specializzato.

Psicosi biologica e divina

Qualcuno di specializzato, s’è detto. Pensandoci velocemente la figura più idonea che rintracceremo mentalmente sarà uno psichiatra e/o uno psicoterapeuta. Perfetto, ma per spiegare lo stigma sociale che la psicopatia impone è necessario andare un po’ più indietro nel tempo rintracciando due cause: una artificiale e una biologica. E chi meglio di Anthony Hopkins potrebbe prestarsi come esempio?

Anthony Hopkins – a sinistra Il silenzio degli innocenti; a destra Il Rito

Il dottor Lecter de Il silenzio degli innocenti è lo psicopatico serial killer antropofago entrato ormai nell’immaginario collettivo. Il personaggio viene studiato da psichiatri e specialisti ed incarna la causa biologica. Per indole atavica è avvertito come pericolo, come minaccia, in funzione del nostro essere (stati) animali e a causa di ciò percepito come predatore. Il meccanismo biochimico innescato dal nostro organismo è molto comune ma forse non chiaro. Per capirci, è la stessa situazione di quando ci troviamo in uno stato di ansia, più o meno accentuato. Sia per l’attesa dell’esito di un esame universitario o medico, sia per prestazione, sia per qualunque altro motivo, il nostro corpo reagisce in maniera primordiale. L’afflusso di sangue si concentra, ad esempio, nelle gambe come istinto alla fuga. A fronte di ciò che si percepisce come pericolo si verifica la fase di allarme, in cui avvengono modifiche ormonali e biochimiche

Si tende così ad identificare biologicamente un comportamento fuori dall’ordinario come rischio e, di conseguenza, ad evitarlo. Tale tendenza comporta ovviamente un ulteriore isolamento sociale a scapito di chi soffre di psicosi.

Vade retro

La causa “artificiale” ha invece una connotazione più superstiziosa (con buona pace di tutti i credenti). Come sempre avviene per le domande prive di risposta – e molte patologie psichiche non ne hanno ancora una – l’essere umano propende, fin dagli albori della specie razionale, ad identificarne una causalità ultraterrena. Per quanto possa sembrare anacronistico, l’esorcismo (formula presente in quasi tutte le religioni) è una pratica ancora attuale. Ciò sintetizza una forma mentis – sebbene drasticamente ridotta rispetto al secolo scorso – in cui l’opera divina agisce, in un modo o nell’altro, in ambito clinico. E nonostante bipolarismo e schizofrenia non rientrino più sotto l’egida di esorcisti o stregoni, il marchio del posseduto è tuttora presente.

Franco Basaglia con i pazienti dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, 1968-1969. (Gianni Berengo Gardin, Contrasto)

I 40 anni di una legge umana

Il 2018 ha visto il quarantesimo anniversario della legge 180/78, meglio conosciuta come Legge Basaglia. Al trattamento più umano di tutti coloro affetti da una qualche psicosi socialmente invalidante è seguita la definitiva chiusura dei manicomi italiani. La pubblicazione del rapporto L’istituzione negata a cura di Franco Basaglia in quei primi mesi del 1968 avrebbe di lì a poco spianato la strada istituzionale del riconoscimento di dignità a tutti i pazienti psichiatrici.

Ma dunque cosa viene dopo l’istituzionalizzazione? Il riconoscimento sociale. Tuttavia il tabù sembra permanere nonostante i dati Istat (si prenda il caso dell’Italia) presentino un incremento del malessere psicopatologico. 17 milioni di italiani (dati del 2016) presentano un disturbo mentale. 245mila gli schizofrenici.

Pierluigi Vergineo, Medico Chirurgo Specializzato in Neurologia, psichiatra presso l’Ambulatorio di Alcologia – Servizio Tossicodipendenze ASL BN1 di Benevento, spiegava così in un articolo del 2014:


Dopo venti anni di attività in psichiatria sono ancora stupito e spaventato dalla follia. Ho visto giovani suicidarsi, altri cavarsi gli occhi, altri ancora mutilarsi i genitali.

Dico subito che Franco Basaglia, il padre della Legge 180/79 che ha chiuso i manicomi, non apparteneva all’antipsichiatria. In un suo famoso testo (Lezioni Brasiliane, una raccolta di conferenze che svolgeva in tutto il mondo) ribadiva che:

  1. la follia esiste e non è una invenzione del Potere per schiacciare e rinchiudere gli emarginati;
  2. la follia è diversità (tutti i malati sono straordinari ovvero fuori dall’ordinario);
  3. la follia è paura della diversità (anche colui che teme i folli e vuole rinchiuderli, in qualche modo è dominato dall’irrazionale).

Ciò che il grande psichiatra, direttore del Manicomio di Trieste, per questioni di opportunità politica sanitaria, non ha mai sottolineato è che la follia è pericolosa per sé e per gli altri. Questa evidenza era talmente radicata nella coscienza comune che il codice penale Rocco, sin dal 1930, riteneva sufficiente un attestato medico ed una ordinanza del P.M. del Tribunale per la restrizione a vita. Anche Vittorino Andreoli nel suo testo “I miei matti” condivide l’opinione della pericolosità dei pazienti psichiatrici. A differenza dei detrattori della Legge 180, afferma che non è più necessario il Manicomio ma è sufficiente la “potente” terapia farmacologica. Andreoli parla addirittura di “contenzione chimica”. In effetti la scoperta dei neurolettici intorno agli anni 50 ha dimostrato l’efficacia della terapia medica sui sintomi psicotici e soprattutto sulla violenza e gli acting.out. Secondo Andreoli fin quando si assumono psicofarmaci non si può essere pericolosi. Il problema nasce quando si smette di assumere i farmaci.


Il welfare psichico

Si può chiedere qualcosa in più all’attuale sistema sanitario in ottica psicopatologica? Ovviamente sì e questa sarà probabilmente la sfida dei prossimi anni. Isolazionismo istituzionale e stigma sociale saranno gli ostacoli da abbattere favorendo la demistificazione e la ricerca medica. Assistenzialismo alle famiglie e ai singoli individui, per una società non più normata dalla xenofobia nella sua accezione etimologica.

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