Il razzismo raccontato da un’italiana

Il razzismo in Italia raccontato con gli occhi di una ragazza di 22 anni

Mi chiamo Wendy e ho 22 anni. Ho origini africane ma sono nata in Italia. Da quattro anni vivo a Bruxelles, dove frequento l’università di fisioterapia.



TBP: Iniziamo subito diretti, tu ti senti italiana?

Io sì, mi spiego, sono nata in Italia, il mio documento d’identità è italiano, la mia cultura è italiana così come la mia lingua e le mie abitudini. Sono gli altri a non considerarmi tale, sarà dovuto al fatto che non sono bianca. Il colore della mia pelle ha da sempre parlato per me, in Italia almeno. Non ha importanza quello che mi sento io, ma quello che sentono gli altri.
La cosa assurda è che non sono neanche considerata africana dagli africani, in pratica non ho un’identità. Non posso averla, non me lo permettono. Sto nel mezzo, nel niente. Sono tutto ma niente. Sono semplicemente marchiata. Non mi è possibile avere un senso di appartenenza.

TBP: Immagino questo possa aver scaturito in te un senso di insicurezza, di malessere. Non sentirti accettata mai, da nessuno. Ciò ti ha mai reso difficile vivere in Italia? Hai mai subito episodi di discriminazione o razzismo in prima persona?

Purtroppo molte persone sono ignoranti e ritengono che sia il colore della pelle a garantire la cittadinanza alle persone, non importa che tu sia nata lì, che parli la loro stessa lingua, che mangi i loro stessi cibi. Non importa nemmeno che tu abbia la loro stessa cultura e magari anche la stessa tradizione. Rimane il fatto che tu non sia bianca, ma nera. Inizialmente sì, questo ha creato in me molti problemi a livello personale. Poi ho smesso di farci caso, ho smesso di dare importanza a queste persone.
E sì, ho subito personalmente episodi di razzismo. Alle elementari, ad esempio, i bambini mi prendevano in giro perché dicevano fossi marrone come la merda. Ma a questo non ho mai dato tanto peso in fondo, erano solo bambini. E col passare del tempo ho capito che i bambini in realtà rispecchiano i propri genitori. Parlano con la loro bocca.
Sono i grandi che mi preoccupano. Infatti, i maggiori problemi li ho avuti proprio con loro. Principalmente a scuola, con le insegnanti.

TBP: Quindi per lo più hai subito una discriminazione da parte dei professori, ovvero l’istituzione che in realtà avrebbe dovuto impedire casi simili, ma anzi integrare ed insegnare il rispetto verso gli altri?

Esattamente. So che sembra strano ma per me è stato così. I peggiori momenti della mia vita li ho passati dietro i banchi di scuola, e gli artefici erano proprio i miei insegnanti, o meglio, alcuni di essi.

TBP: Ti va di raccontarci qualche episodio in particolare?

Certo. Ricordo che alle elementari una maestra mi derideva davanti ai compagni perché avevo le treccine. Diceva che ero sporca. Continuava a toccarmi i capelli e con aria schifata continuava a dire che non ero pulita per via delle mie treccine. Io inizialmente non capii la gravità della situazione, ero piccola. Mi ricordo però che quando tornai a casa e lo raccontai a mia mamma lei arrabbiò molto. Forse è in quel momento che misi a fuoco quanto accaduto. Ti dico solo che mia madre è una maniaca dell’ordine e della pulizia, puoi capire bene quindi che ciò che aveva detto la maestra era pura cattiveria. Mia madre andò a scuola e discusse a lungo. Dopo qualche giorno la maestra venne trasferita ad un altro corso.
Mi ricordo la delusione e la tristezza negli occhi di mia madre. Mi ricordo la forza che ebbe ogni giorno nel proteggermi e prepararmi a questa triste realtà. Le promisi che qualsiasi cosa che mi venisse detta o fatta contro a causa del colore della mia pelle, io ne avrei parlato con lei. E le promisi anche che non avrei mai dato a nessuno il permesso di prendersela con me solo perché ho la pelle di un colore diverso.

TBP: Hai avuto altri problemi a scuola da parte di insegnanti?

Sì, alle superiori. Frequentavo il liceo classico e non avevo mai avuto alcun problema in italiano o latino, almeno fino al terzo anno. Quell’anno cambiammo insegnante e da voti alti come 9 o 10 mi ritrovai a prendere 3 e 4. È stata una brutta botta. Ho messo in discussione me stessa, la mia preparazione. Sono arrivata a pensare che non fossi capace. Che il problema fossi io.
Ringrazio i miei amici che mi hanno sempre protetto ed appoggiato, che hanno reso tutto sempre meno brutto. Anche quando questa professoressa esultò con questa frase: «Ai miei cani piacciono solo i colori puri. Quando vedono qualcuno vestito di nero iniziano ad abbaiare». Anche dopo un’esclamazione del genere i miei amici sono stati capaci di farmi ridere e di prendere tutto con molta leggerezza.

TBP: È una frase davvero grave.

Sì, la frase era molto offensiva. Tutti rivolsero i propri sguardi a me. Se non ci fossero stati i miei amici in quel momento, non so come avrei reagito.
I problemi con la prof poi migliorarono, per così dire, ma comunque non raggiungevo mai voti altissimi. Era diventato impossibile per me poter aspirare al massimo. Smisi di darle importanza. Smisi di farmene una colpa. Questo, ovviamente, dopo mesi di pianti e di recriminazione a me stessa, dopo gli attacchi di panico dovuti all’umiliazione subita. Mia madre me lo diceva sempre:«Se gli altri devono fare 100, ricordati che tu devi fare 150». Io dovevo sempre dimostrare qualcosa, sempre essere al massimo.

TBP: A parte la scuola hai avuto qualche altro tipo di problema? Te lo chiedo perché sono cosciente dell’ingiustificato pregiudizio che vige in Italia.

Sì. Sono cresciuta in un piccolo paesino delle Marche dove mi conoscevano tutti. Qualche persona che mi guardava storto non mancava. Magari per strada o al supermercato, a volte sentivo su di me sguardi carichi di paura. Come se io potessi fargli del mare. Ora tu mi vedi, sono mingherlina e non farei del male neppure a una mosca, eppure. Addirittura una volta provai a restituire un portafoglio caduto ad una signora. Ma questa continuava a fuggire da me. Io provai a spiegarle che volevo solo restituirle una cosa sua. Ma lei non ne volle sapere. Continuava a fuggire. Fin quanto non dovetti fermare un ragazzo e spiegarle la situazione. Il ragazzo consegnò il portafoglio alla signora e le spiegò cosa fosse successo. Lei non mi chiese scusa, mi guardò e basta. Ma il suo sguardo parlava per lei. Era pietrificata. Ed io, soddisfatta. Era una rivincita per me.

TBP: Non so in quanti avrebbero restituito il portafoglio dopo un comportamento del genere.

È stato un bel gesto. Non so, mi viene naturale comportarmi così. Capisco il pregiudizio e la paura che hanno le persone del diverso. Non le giustifico ma non le giudico neanche. E io non posso fare altro che essere migliore, dimostrare che non è come pensano, almeno nel mio piccolo.

TBP: Tutti abbiamo paura di ciò che non conosciamo. Il pregiudizio è un dato di fatto, ma non bisogna permettere che questo ci limiti, che metta una barriera.

Esatto, perché così facendo precludi una possibilità a me, ma la precludi anche a te perché non sai se poi io potrei rivelarmi la persona migliore che hai mai conosciuto. Per questo motivo rimango dell’opinione che con alcune persone non sia possibile il confronto, il dialogo. Perché purtroppo si otterrebbe solo uno scontro. Bisogna dare tempo al tempo, con la speranza che poi si rendano conto.

TBP: Ora tu vivi a Bruxelles, hai mai riscontrato situazioni simili lì?

Assolutamente no, non ho mai avuto alcun problema. Anzi, io sono arrivata a Bruxelles attraverso un progetto da Ragazza alla pari e inizialmente stavo sempre sul chi va là. Aspettavo che qualcuno mi giudicasse perché nera, invece no. A nessuno è mai importato il mio colore. A nessuno è mai interessato se avessi o meno le treccine. Loro volevano giudicarmi per la mia persona, non per mio aspetto. Insomma, qui la diversità è vista come un vantaggio. In Italia invece è un problema.
In Italia ho sempre vissuto con l’obbligo di comportarmi bene. Mi spiego, è come andare a casa dell’amico di tuo cugino, se tu rompi qualcosa è un problema ma se lo fa lui no. È il sapersi comportare a casa degli altri, anche se poi è anche casa mia. Non so se sia giusto o sbagliato. So che è così.

TBP: Pensi che in Italia i media contribuiscano all’odio? 

Decisamente sì. Il principale problema italiano sono i media. Loro non raccontano nessuna verità. Raccontano la verità che gli italiani vogliono sentire. Si perché ci hanno abituati a cercare un colpevole, siano abituati a lamentarci in continuazione senza però mai trovare una soluzione. E la politica ed i media fanno questo, alimentano questo senso di ignoranza. Trovano il colpevole e fanno in modo che i fallimenti dell’italiano medio provengano da qualcun altro, in questo caso dagli immigrati. In Italia sono molti a dire che gli immigrati vengono a rubarci il lavoro. Ma allo stesso tempo loro il lavoro neanche lo cercano. Ovviamente mi riferisco solo ad alcuni, per fortuna non sono tutti così. Ho molti amici che sono anni che devono farsi un curriculum. Ma che ci vuole a farlo? Io lavoro da quando ho 16 anni.

TBP: Secondo te perché molti non credono che gli immigrati vengano in Italia per cercare una vita migliore? Per fuggire dalla guerra, dalla fame.

Perché l’italiano è abituato a lamentarsi senza trovare soluzioni. Non agiscono. E quando sono altri a farlo, li criticano. In Italia molti credono ancora alla favola che gli immigrati alloggino in hotel extra lusso. In realtà, molti vivono in case distrutte, tutti ammassati fra loro senza intimità e in situazione di forte degrado. Voglio solo dire che la maggior parte dei richiedenti asilo vengono fatti vivere in condizioni pietose e disumane, ma questo non lo dice nessuno. Conosco tante persone che hanno dovuto vivere in condizioni simili. Conosco tante persone che sono fuggire dalla guerra, che hanno rischiato di morire e che hanno visto la morte in faccia. Ne conosco altre che sono rimaste sole, che non sapevano cosa ne sarebbe stato di loro. Non chiedo che a questi vengano dati chissà quali servizi o chissà quali comfort, chiedo solo che gli esseri umani si comportino come tali, da umani. Chiedo solo che non si guardi la differenza di etnia, ma che ci si riesca a guardare negli occhi, che ci si renda conto che siamo tutti persone, che nella nostra diversità siamo tutti uguali. Chiedo solo che queste persone vengano davvero aiutate. Chiedo solo all’Italia di imparare dal proprio passato, di togliersi questa ipocrita maschera e che inizi a vedere a colori e non più in bianco e nero.

 

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