Revenge Porn: quando nasce, dove nasce e come estirparlo

Nuove vittime di revenge porn tra il leak degli account delle star ai gruppi segreti di Facebook

E’ del 15 marzo la notizia di un nuovo furto di fotografie personali di moltissime attrici. Tra di esse Emma Watson e Amanda Seyfried le quali hanno prontamente puntato il dito ed esposto denuncia, senza lasciare spazio a nessun commento superfluo. Ma questo è solo una goccia di una questione che non possiamo più ignorare.

Il revenge porn è uno dei più grandi problemi su Internet. Di conseguenza è anche uno dei più grandi problemi su Facebook.

Solo un esempio ne è la recente scoperta negli Stati Uniti di un gruppo segreto di Facebook chiamato “Marines United”. Composto da membri attivi o veterani della Marina statunitense, nel quale circolavano fotografie di nudo o particolarmente invasive di donne senza che ci fosse il loro minimo consenso.

Queste foto includevano sia ex ragazze dei soldati, sconosciute così come membri stessi dell’esercito e civili. Il dipartimento della difesa ha iniziato l’investigazione e la commissione del Senato per i servizi armati si è subito mossa.

Commenti nel gruppo Marines United
fonte: Sofrep.com

E’ evidente che Mark Zuckerberg stia cercando di inglobare nel suo dominio la quasi totalità dei servizi online e contemporaneamente è anche tanto evidente come Facebook sia uno dei terreni più fertili per il revenge porn. Specialmente nei cosiddetti gruppi chiusi, ristrette aree dove i membri sono scelti dall’ amministratore. Data la difficoltà della legge di riuscire a fermare questi fenomeni è più che necessario da parte di Facebook, trovare una soluzione.

Ma la storia del revenge porn è tristemente più complessa del solo fenomeno di Facebook.

Breve storia triste del revenge porn

Possiamo documentare primi fenomeni di Revenge Porn già dal 1980 quando Hustler Magazine pubblicò una foto rubata nella sezione dei lettori chiamata “Beaver Hunt”. La sua vera fioritura la troviamo però nella giungla anonima e senza leggi del primo Internet, specificamente nei gruppi Usenet dove dal 2000 foto e video di ex ragazze degli utenti sono diventate un vero e proprio genere chiamato “realcore porn” (Usenet era, per chi ha avuto la fortuna di essere ancora abbastanza giovane da non conoscerlo, praticamente un Reddit decentralizzato).

Da questo momento il revenge porn esplode in contemporanea con la pornografia online. Questo non vuol dire che il porno non fosse già abbastanza popolare nei primi del 2000 ma, dopo il lancio di Youtube nel 2005 e grazie dunque alla facilità di condivisione di video, piattaforme come Youporn o RedTube lo hanno reso onnipresente. Data la facilità di caricamento di materiali, i contenuti di produzioni professionali non furono le uniche cose caricate su questi siti. Le categorie del porno amatoriale create dagli utenti diventano più popolari che mai.

Questa esplosione di contenuti amatoriali consensuali e l’incremento di foto di nudo inviate per messaggio, hanno aperto la porta al revenge porn. “Nel 2007 ero l’unica che lavorava contro tutto ciò.” Dichiara Danielle Citron, professoressa di legge all’ Università del Maryland. “Ma con la saturazione pornografica e la possibilità di fotografare e fare video con un semplice cellulare, avevamo moltissime giovani ragazze vittime di pressioni ad inviare foto di nudo. Era diventata quasi una moda.” Nascono tutti insieme siti del genere, dagli originalissimi nomi come “realexgirlfiend.com” mentre piattaforme pornografiche come Xtube cominciano a denunciare i moltissimi report da parte di vittime inconsapevoli del fenomeno.

Il caso Hunter Moore

Se esiste un caso oltreoceano che fa da esempio a tutto ciò è sicuramente Hunter Moore che nel 2010 apre il famoso sito “IsAnyoneUp.com”. Il sito postava immagini e video pornografici che gli utenti inviavano delle proprie ex ragazze insieme ai nomi completi e troppo spesso con i link diretti al loro profilo Facebook. Oltre a questo Moore era famoso per deridere le vittime fino a quando una di queste non lo trovò e non lo accoltellò con una penna. Moore chiuse il sito nel 2012 ma ovviamente il revenge porn non terminò in quel momento.

Hunter Moore prima di venire a sapere del suo arresto.

Infatti il fenomeno non fu per nulla confinato solo alle ex partner. “Le invasioni ai dati personali e ai Cloud cominciarono ad essere innumerevoli” Aggiunge Citron “Chiamano queste donne “Cyber slaves”. Nel 2014 ricordiamo tutti la condivisione di foto di nudo di moltissime celebrità tra cui quelle di Jennifer Lawrence.

Questi avvenimenti fecero del 2014 un anno fondamentale per una consapevolezza più profonda riguardo il revenge porn. Lawrence definì con forza ciò che era successo come un vero e proprio crimine sessuale in un intervista a Vanity Fair. Intanto nello stesso anno l’FBI arrestò Hunter Moore.

La risposta degli Stati Uniti

Prima del 2014 perseguire il revenge porn significava andare incontro a strutturali ostacoli. Innanzitutto erano molte le donne che si rifiutavano di denunciare per paura di ritorsioni e anche quando queste lo facevano, secondo Citron, la stessa polizia tacciava le denunce come una reazione eccessiva a mere chiacchere da spogliatoio. “Spesso dicevano alle ragazze che semplicemente i ragazzi saranno sempre ragazzi” Riporta la Professoressa.

Per quanto riguarda la legislazione statunitense, nonostante esistano leggi specifiche e siano già stati effettuati arresti, non tutto funzioni alla perfezione. “Molte di queste leggi sono state scritte in maniera insufficiente” Specifica Franks “In particolare quelle in cui la sentenza viene applicata solo se vi è una prova di un’ effettiva intenzione a fare del male alla vittima”. Lo stesso Hunter Moore in realtà è stato condannato per aver rubato l’identità delle vittime e non per aver pubblicato del revenge porn.

La legislazione americana -e non solo-  è nota per essere particolarmente lenta se si parla di crimini online. Ma piattaforme di condivisione di contenuti come Twitter e Facebook dovrebbero avere forse ancora meno scuse. Si cominciano di certo a scorgere dei tentativi di frenare il revenge porn. Dal 2015, Facebook, Reddit, Twitter, e Microsoft lo hanno tutti proibito e Google ha promesso di deindicizzare i contenuti a richiesta. Ma non è ancora abbastanza,  specialmente se parliamo di Facebook. Quando si parla di porno non consensuale sui social media, il 50% di questo lo troviamo sul sito di Zuckemberg.

Le regole di Facebook per quanto riguarda il revenge porn sono esplicite. E’ contro le linee guida della community e si impegnano a oscurare tutto ciò che viene riportato. Ma nei gruppi chiusi, le sole persone che possono reportare questi contenuti sono quelle approvate come membri.

Il caso italiano, di chi sono le responsabilità?

D’altronde abbiano numerosi esempi anche in Italia. A partire dai questi famosi gruppi segreti su Facebook come il recente “cagne in calore”. Qui gli utenti pubblicano fotografie rubate dai profili Facebook di donne e giovani ragazze o addirittura scatti rubati sotto i quali post è norma commentare in maniera più che esplicita- e  sintomo di una sessualità vissuta malissimo- quello che si volesse fare o meno con la malcapitata.

commenti ad una foto non consensuale
screen da un gruppo privato di facebook
fonte: TPI

Senza tralasciare casi più tristemente noti come quello di Tiziana Cantone o altri che passano in sordina. Un terribile esempio sono i contatti e geolocalizzazioni di donne scambiati online come figurine spesso dagli stessi partner o parenti. Come successo negli Stati uniti non ci siamo neanche noi fermati a donne e ragazzi comuni. Senza andare a scavare troppo in là basti citare il caso della giornalista Diletta Leotta vittima in contemporanea del furto di fotografie dal suo cloud e dell’esposizione pubblica in ogni angolo della sua sacrosanta intimità.

Nonostante il numero considerevole di vittime, la legislazione italiana è ancora incatenata in un complesso numero di norme. Questo non vuol dire che non esistano casi in cui la legge è stata senza concessioni, dalla parte della vittima. 

Innanzitutto si è difesi dalla V sezione penale della Cassazione. Essa ritiene che la diffusione senza consenso di immagini online valga tanto quanto la condivisione a illimitate persone. Le sanzioni già gravissime, possono essere peggiorate in caso possa esserci un’offesa della persona appellandosi al reato di diffamazione.

Il primo passo è sempre e comunque una querela. Anche da parte di ignoti se la diffusione delle immagini si è già disperso nei meandri dell’ Internet.

Ma se la legge può trovare il colpevole, non può condannare coloro che si nascondono dietro un semplice click. Persone di qualsiasi tipo, incapaci di prendersi la responsabilità. Perchè se parliamo di foto distribuite senza consenso, chi guarda, apre o condivide è tanto colpevole quanto chi ha rubato. 

Gemma Pistis

(Tratto e tradotto da WIRED)

 

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