I primi rifugiati climatici negli Stati Uniti che non credono al riscaldamento globale

Un’isola in Louisiana sta scomparendo sott’acqua: stanziati 48 milioni di dollari per trasferirne gli abitanti

Ogni mattina alle 3:30, quando Joann Bourg lascia la casa ammuffita e arrugginita che i suoi genitori hanno costruito sulla proprietà di suo nonno, teme che il ponte che connette questo sputo di terreno acquitrinoso con la terraferma della Louisiana sia di nuovo allagato e che mancherà un altro giorno di lavoro. Vive con le sue due sorelle, sua madre 82enne, il figlio e il nipote sulla terra dove i suoi antenati, membri delle tribù di nativi americani della Louisiana del Sud-Est, hanno vissuto per generazioni. Adesso quella terra sta morendo, annegando nel sale e naufragando nel mare, e lei è pronta ad andarsene.

L’isola che scompare: Isle de Jean Charles

L’isola di Jean Charles si trova nel Sud della Louisiana, a 130 km da New Orleans. Dal 1955 l’isola ha perso il 98% della sua area e gran parte dei suoi abitanti a causa dell’erosione costiera e del crescente livello del mare. All’erosione del terreno hanno contribuito uragani devastanti e la costruzione di canali di petrolio e di gas lungo la palude. Inoltre decenni di sforzi per il controllo delle inondazioni hanno interrotto il naturale processo di sedimentazione che riforniva le coste.  

La sua popolazione che arrivava a 400 persone è ora scesa a 85.  Joann Bourg, come quasi tutti nell’isola, appartiene alla tribù dei Biloxi-Chitimacha-Choctaw. Le origini di questo insediamento risalgono alla prima metà dell’Ottocento quando molti nativi americani furono deportati dalle loro terre d’origine in seguito all’Indian Removal Act. Ora in un perverso paradosso della storia lo stesso governo gli chiede di andarsene, con un fondo stanziato in risposta ai cambiamenti climatici per trasferire gli abitanti dell’isola: il primo del suo genere. 

Per più di un secolo i nativi americani sull’isola hanno pescato, cacciato e coltivato tra i lussureggianti alberi di banana e noce che una volta si estendevano per ettari. Ora le case e le roulotte patiscono la muffa, cicatrici arrugginite delle crescenti inondazioni. Gli alberi da frutto sono per la maggior parte perduti o morenti a causa dell’acqua salata nel suolo. E sono rimasti ben pochi animali da cacciare. Il poco che resta sarà alla fine inondato non appena i combustibili fossili scioglieranno le calotte polari e aumenteranno ulteriormente i livelli del mare, ha previsto il National Cilmate Assessment, un report di tredici agenzie federali che ha indicato gli abitanti dell’isola di Jean Charles tra i più vulnerabili della nazione.

Strada che collega alla terraferma
La strada che collega all’isola è spesso allagata, isolandola dal resto del mondo.

I primi rifugiati climatici

Nel 2016 il Dipartimento della Casa e dello Sviluppo urbano degli Stati Uniti ha annunciato fondi per un totale di un miliardo di dollari in tredici Stati, per aiutare le comunità ad adattarsi al cambiamento climatico: costruendo argini più forti, dighe e sistemi di drenaggio. Tuttavia i 48 milioni di dollari stanziati per l’isola di Jean Charles, parte di questo fondo, sono qualcosa di totalmente nuovo: la prima assegnazione di risorse federali per trasferire un’intera comunità alle prese con l’impatto dei cambiamenti climatici. Le divisioni che questo tentativo ha mostrato e i problemi logistici e morali che ha presentato, anticipano su piccola scala gli imponenti problemi che il mondo potrebbe affrontare nei prossimi decenni, confrontandosi con una nuova categoria di sfollati che ha preso il nome di rifugiati climatici

Dal momento che il cambiamento climatico causato dall’uomo scalda il pianeta, i governi di tutto il mondo stanno affrontando la realtà che i crescenti livelli dell’acque, le tempeste più violente, l’aumento delle inondazioni, le siccità più severe e la diminuzione delle scorte d’acqua dolce potrebbero costringere le persone più vulnerabili a lasciare le loro case. Tra 50 e 200 milioni di persone, soprattutto agricoltori e pescatori, potrebbero essere sfollate entro il 2050 a causa del cambiamento climatico, secondo le stime della United Nations University Institute for Enviroment and Human Security e della International Organization for Migration.

“Avremo dei rifugiati climatici” ha avvertito l’ormai ex segretaria dell’interno Sally Jewell. Ma il problema è complesso, spiega Walter Kaelin, a capo della Nansen Initiative, un’organizzazione di ricerca che lavora con le Nazioni Unite per indirizzare i dislocamenti legati a condizioni climatiche estreme. “Non si vuole aspettare fino a quando le persone abbiano perso le loro case, scappino e diventino rifugiati” dice. “L’idea è di pianificare in prospettiva e fornire alle persone alcune opzioni”.

Un piccolo assaggio del prossimo futuro, che è già presente

I funzionari della Louisiana hanno affrontato uno dei più rapidi tassi di perdita di territorio al mondo, un’area della dimensione del Delaware è scomparsa dal Sud della Louisiana dagli anni trenta. Un piano che dovrebbe costare decine di miliardi di dollari prevede un gigantesco muro di argini e dighe lungo la costa. Tuttavia alcuni luoghi, come l’isola, sarebbero lasciati fuori. Per quelle comunità il trasferimento totale potrebbe essere uno strumento efficace, rispetto ad altri più difficili e costosi. Gran parte del fondo da un miliardo stanziato per affrontare i cambiamenti climatici riguarda progetti per migliorare le infrastrutture come strade, ponti, dighe, argini e sistemi di drenaggio, per resistere ai mari crescenti e alle tempeste più violente. Ma gli esperti vedono luoghi come l’Isola di Jean Charles come una causa persa.

Il piano per il reinsediamento dell’isola di Jean Charles è uno dei primi programmi del suo genere al mondo, una prova del modo in cui rispondere al cambiamento climatico nelle circostanze più drammatiche e senza dividere le comunità. Secondo i termini del fondo federale, i residenti dell’isola devono essere trasferiti in terre più asciutte, in un luogo che al momento non è stato definito. Tutti i fondi devono essere spesi entro il 2022. “Vediamo questo come un modo per segnare un precedente per il resto del paese e del mondo” ha dichiarato Marion McFadden, che sta attuando il programma nel Dipartimento della Casa e dello Sviluppo urbano.

Amiya Brunet, 3 anni, sul ponte che porta alla sua casa e che viene ricoperto dal fango durante i temporali.

Le difficoltà di un piano di reinsediamento

Ma perfino un piano come questo, che trasferirebbe solo sessanta persone circa, è stato difficile da mettere in piedi. Tre precedenti tentativi, risalenti al 2002, hanno fallito in seguito a complicazioni logistiche e politiche. L’attuale programma affronta le stesse sfide, dimostrando i limiti di un reinsediamento su qualunque scala più grande. 

Molti abitanti non vogliono andarsene. Il legame con l’isola è molto radicato. Genitori e nonni hanno vissuto lì. C’è un cimitero sull’isola che nessuno vuole abbandonare. Un’antica e giustificata sfiducia verso il governo si oppone ad ogni sforzo e un’ancor più aspra disputa tra le tribù indiane e i membri presenti sull’isola ha ostacolato il tentativo di unirsi dietro un piano comune. “Perderemo tutta la nostra eredità, tutta la nostra cultura” si lamenta Albert Naquin, capo della tribù a cui appartiene la maggioranza dei residenti dell’isola. “Tutto sta per diventare solo storia”.

Andarsene o meno è soltanto la prima delle domande difficili: Dove andranno tutti? Che pretese avranno su ciò che hanno lasciato alle loro spalle? Saranno ben accolti dai nuovi vicini? Ci sarà lavoro nelle vicinanze? Chi sarà autorizzato ad unirsi a loro? “Non è semplicemente una questione di firmare un assegno e muoversi felicemente in un luogo dove essere accolti dai nuovi vicini”, dice Mark Davis, direttore del Tulane Institute on Water Resources Law and Policy. “Se risulta difficile trasferire una dozzina di persone” continua, “diventa impossibile in qualunque modo trasferirne migliaia, o centinaia di migliaia, oppure, se si guarda alle previsioni per il Sud della Florida, forse anche milioni”.

Eppure per Trump il riscaldamento globale è un’invenzione

Lo stanziamento del fondo risale ai tempi dell’amministrazione Obama. Da allora le cose a Washington sono profondamente cambiate. Il neoeletto presidente Trump ha più volte dichiarato di non credere al riscaldamento globale, quasi fosse un’entità trascendente. Per dipanare ogni dubbio, ha sostituito la pagina del sito della Casa Bianca dedicata agli impegni per affrontare i cambiamenti climatici con una dedicata al nuovo piano energetico nazionale, fortemente basato sui combustibili fossili. 

Trump pone spesso l’accento sulla differenza tra la realtà e ciò che i media diffondono. Ecco in questo caso a parlare è direttamente la realtà, che forse per alcune persone è più intuitiva da comprendere del parere comprovato della stragrande maggioranza della comunità scientifica da più di mezzo secolo. Il riscaldamento globale è un dato di fatto e le responsabilità sono principalmente dell’uomo. Quello che sta succedendo oggi in Louisiana nei prossimi decenni potrebbe diventare uno scenario drammaticamente normale. 

Sarà probabilmente questo il grande tema della nostra epoca, potenzialmente una crisi umanitaria senza precedenti e senza confini. Se il riscaldamento globale rimane costante, il livello del mare può aumentare più di un metro solo entro il secolo. Ci stiamo avvicinando nel modo peggiore alle sfide che ci attendono. Fare come se nulla fosse significa soltanto condannare noi stessi e le generazioni a venire.

Il testo di questo articolo è stato tradotto da The New York Times.

Emanuele Monterotti

Rispondi