Rodrigo Duterte e la guerra alla droga

La deriva populista nelle Filippine

Rodrigo Duterte è da qualche mese presidente delle Filippine. La sua politica populista e violenta sta colpendo il Paese. Ma i suoi connazionali sembrano approvarne l’operato. 

Un gruppo di sostenitori di Rodrigo Duterte durante una dimostrazione di piazza.
Alcuni sostenitori di Duterte indossano una maglia con il suo volto stampato durante una manifestazione pubblica. (fonte: www.rappler.com)

Chi è Rodrigo Duterte

Rodrigo Duterte è stato eletto Presidente delle Filippine nel maggio del 2016. Dal 30 giugno, il giorno dell’inizio del suo mandato, nel Paese sono state uccise migliaia di persone per mano della polizia. Il ricorso diffuso all’uccisione di presunti criminali e tossicodipendenti fa parte della politica di contrasto al degrado promessa da Duterte durante la campagna elettorale. Ad essere maggiormente coinvolti in questo spietato spargimento di sangue sono i ceti sociali più bassi. Nonostante questo, è proprio tra i più poveri che il presidente raccoglie maggiori consensi. 

Un fenomeno contenuto

Le statistiche dell’Ufficio delle nazioni Unite per la droga e il crimine (Unodc) evidenziano come l’abuso di stupefacenti nelle Filippine sia un fenomeno piuttosto contenuto. Secondo il Dangerous Drugs Board (Ddb), un ufficio governativo filippino che si occupa del contrasto alla tossicodipendenza, la percentuale di filippini che fanno uso di droghe supera di poco il 2%. Ed è una statistica, questa, al di sotto della media mondiale. Secondo il Ddb, inoltre, il 53% dei tossicodipendenti del Paese sarebbe disoccupato. Solo il 29% di essi, infine, raggiungerebbe il livello di istruzione secondaria superiore

Il passato del presidente

Dati alla mano, emerge con evidenza come il presidente abbia sfruttato ed ingigantito il fenomeno della tossicodipendenza al fine di accrescere i propri consensi. Duterte è un politico di lunga data, e per circa 20 anni è stato sindaco di Davao, una città delle Filippine. Anche nel corso del mandato da sindaco, ha fatto della guerra alla droga una delle prerogative della sua amministrazione. I risultati di questa politica sono stati, almeno numericamente, tutto sommato positivi. L’abuso di stupefacenti a Davao è diminuito, e questo ha contribuito a rendere Duterte un eroe per tutta la città. Questo “successo”, certo, ha influito sulla crescita del suo consenso a livello nazionale.

Lo squadrone della morte 

Sull’operato di Duterte a Davao pesa il suo presunto legame con un’organizzazione paramilitare, lo squadrone della morte (Dds). Il ruolo dei suoi componenti era esattamente quello di “ripulire” le strade da ladri e spacciatori. Human Rights Watch ha denunciato, tra la fine degli anni 90 ed il 2009, circa 900 omicidi attribuibili all’organizzazione. Non si ha nessuna certezza sul legame di Duterte con quest’ultima. Ma in effetti, il presidente ne ha spesso difeso l’operato e condiviso i fini. I suoi oppositori, a questo proposito, sono certi del diretto legame che intercorre tra l’ex sindaco e il Dds. Ma allo stesso tempo, sono impossibilitati ad offrirne una dimostrazione concreta.

Ammissioni inquietanti

Il fatto che la maggioranza dei tossicodipendenti filippini non abbia un lavoro (53%), rafforza l’asserzione secondo la quale sarebbero le classi meno abbienti il bersaglio principale della politica violenta del presidente. Ed è Duterte stesso ad aver confermato questa tendenza. Avrebbe infatti affermato che “è più facile colpire gli sbandati per strada, piuttosto che i ricchi che fanno uso di droghe nei loro jet privati”. Nemmeno questa inquietante ammissione del presidente ha però provocato una diminuzione del consenso nei suoi confronti. Dopo circa 10 mesi di mandato, più del 70% dei filippini si riterrebbe soddisfatto dell’operato di Duterte.

Retorica e consenso

La popolarità di Duterte perdura nel tempo dopo la vittoria alle elezioni con oltre 6 milioni di voti di scarto sul suo principale avversario, Mar Roxas. Il presidente incarna in tutto e per tutto la figura del leader populista ed anti-establishment. A contraddistinguerlo sono la spregiudicatezza e la giustificazione della violenza, sia essa fisica o verbale.  La sua retorica contro le élite corrotte portata fino all’esasperazione è stato uno dei fattori che hanno contribuito alla sua vittoria. Questo attacco frontale e continuo alla classe dirigente è stato accompagnato con costanza dalle invettive contro tossicodipendenti e criminali. 

L’abbandono delle periferie

Prima dell’elezione di Duterte, nei quartieri poveri delle città filippine, spesso delle vere e proprie baraccopoli, la sicurezza era a livelli minimi. O, comunque, essa era legata alle gerarchie instauratesi tra gli abitanti che vivono al loro interno. Le istituzioni, ed in particolare le forze dell’ordine, tendevano a non occuparsi di quello che avveniva all’interno dei quartieri poveri. Così, nelle zone periferiche delle città, le attività criminali proliferavano. E coloro che ne rimanevano estranei, vivevano nella paura

Strategia elettorale

Un misto di frustrazione e desiderio di sicurezza ha dunque spinto i filippini a scegliere Duterte come presidente. Durante la campagna elettorale, tutta la sua proposta è ruotata attorno alla lotta alla droga. Questa tematica non era mai stata al centro del dibattito pubblico filippino. Né tantomeno aveva mai avuto un ruolo cruciale nella proposta politica di un candidato. La decisione di Duterte di rendere questo problema la propria prerogativa elettorale sembra piuttosto essere stata dettata più che altro da una necessità strategica. E più precisamente, la necessità è stata quella di fare delle classi sociali più basse una solida base elettorale e di consenso.

Il senso di abbandono

Facendo ricadere la propria scelta su Duterte, i filippini hanno anche avallato la sua politica violenta. Ed in particolare, hanno dimostrato di essere disposti a rinunciare alla propria libertà in cambio di maggior sicurezza. Questa è anche una delle motivazioni alla base della crescita dei movimenti populisti europei. A questo punto, emerge la necessità che la classe politica inizi ad interrogarsi seriamente sui propri errori del passato. E, probabilmente, nel farlo dovrebbe partire proprio dai fattori che in alcuni Paesi, come le Filippine, hanno contribuito al concretizzarsi della deriva populista. Uno di questi è di certo il senso di abbandono provato dalle classi più povere.    

Luca Mercanzin 

Rispondi