Il sacrificio è l’unica salvezza per la razza umana

Se il genere umano vuole sopravvivere è necessario un sacrificio

Sacrificio. Effetto serra. Sovrappopolazione. Radunate i pensieri e mettetevi comodi. L’argomento di oggi è quantomeno necessario per far chiarezza, se non sulla situazione attuale, almeno sulla propria onestà intellettuale.

sacrificio

Premessa

Basandosi sul principio che le cellule tumorali si riproducono molto più rapidamente di quelle normali, le sostanze utilizzate per questi trattamenti interferiscono con i meccanismi legati alla replicazione delle cellule,  uccidendole durante questo processo (azione citotossica). L’effetto della chemioterapia, quindi, si fa sentire soprattutto sui tumori che crescono velocemente, ma anche su alcuni tipi di cellule sane soggette a rapida replicazione (come le cellule dei bulbi piliferi, del sangue e quelle che rivestono le mucose dell’apparato digerente). Si spiegano così i più comuni effetti collaterali di questi trattamenti (perdita di capelli, anemia e calo delle difese immunitarie, vomito, diarrea e infiammazione o infezione della bocca).

Queste conseguenze, a volte,  preoccupano più della malattia stessa. È importante tuttavia sottolineare che, a fronte di questi disturbi, talvolta rilevanti, la chemioterapia ha il merito di aver ribaltato la prognosi di chi è colpito da alcune forme di cancro, per esempio le leucemie infantili, il linfoma di Hodgkin o il tumore del testicolo, che oggi in un’altissima percentuale di casi giungono a completa guarigione.

Il più grande ostacolo dell’essere umano è la sua non predisposizione al sacrificio

Sacrificio. Una parola che implicita la domanda «Perché io?». Codardia, istinto di conservazione. Chiamatelo come vi pare.

Ifigenia, Polissena, Andromeda, Abramo, Cristo. Il comune denominatore dei prodotti all’interno dell’insieme Sacrificio è il futuro. Il futuro infatti è l’obiettivo inaccessibile cui tutti puntiamo ma cui nessuno giungerà. Bisogna quindi scindere la concezione di futuro: il nostro futuro sarà il presente dei nostri posteri. I nomi presenti all’inizio di questo paragrafo hanno un solo ed unico sinonimo: futuro. Ognuno di essi, attivamente o passivamente, ha compiuto un sacrificio al fine di garantire un futuro a coloro che verranno. Il sacrificio non è dunque legato per condizione di necessità a chi lo opera o lo subisce, è invece fondamentale – parlando sia in ambito medico sia per quanto riguarda la religione o le credenze – per le generazioni future.

Ambiente, inquinamento e le comodità cui non possiamo fare a meno

È questa la chiave di comprensione dell’argomento di oggi. Il nostro futuro è indissolubilmente legato all’ambiente in cui viviamo. 

Proprio come il malato teme maggiormente le cure del trattamento chemioterapico rispetto alla patologia di cui è affetto, così l’essere umano è terrorizzato dalle conseguenze che il sacrificio apporterebbe alla vita quotidiana. Parliamoci chiaro, per risolvere – o meglio, arginare – il problema climatico non è sufficiente che lo 0,00014% della popolazione statunitense guidi una Prius, o che da lunedì prossimo riduco il consumo di carne, o che ancora Salgado finanzi una cooperativa brasiliana per restituire un po’di fauna e flora locale ad un territorio arido. No, purtroppo i piccoli numeri non servono a nulla. Ciò che serve è una coscienza di massa. In particolar modo servirebbe un po’, ma non tanta eh, di onestà intellettuale.

Rimaniamo coi piedi per terra. A livello individuale il riscaldamento climatico non ci tange. Ovviamente si parla di statistica. Al giorno d’oggi sono obiettivamente pochi – estendendo la totalità alla popolazione mondiale – gli individui che risentono concretamente del cambiamento climatico. Coloro i quali sono allergici al polline e affini, dal momento che l’innalzamento delle temperature protrae la stagione allergenica. Agricoltori, apicoltori. Insomma, qualcuno già se ne accorge, ma il campione è minimo. Dunque, osservando il comportamento di chi non è interessato direttamente dal cambiamento, si deduce che la scelta sia quella di attendere, attendere che la situazione diventi critica. A fronte di ciò non si tiene però in considerazione il problema della sovrappopolazione, già evidente all’alba del 2000, una certezza nel 2050. Dunque risorse limitate e consumi esponenzialmente maggiori.

Ritorniamo per un momento in ambito medico. La cura migliore è la prevenzione. Una frase fatta, certo, ma inattaccabile. Non è difficile immaginare il crollo delle statistiche di sopravvivenza una volta che la patologia si è sviluppata. Bene, adesso aggiungete il fatto che l’organismo colpito si trova in una condizione di sovrappeso e che non possa idratarsi più di due volte al giorno. Quant’è la possibilità di sopravvivenza?

Presa di coscienza e possibili soluzioni

Una volta appurato che non è più concesso il privilegio dell’attesa, a meno che non ci si trovi favorevoli all’estinzione della specie, bisogna pensare al rimedio. La soluzione non può essere moderata, ma drastica. Come nel caso dei trattamenti chemioterapici.

Disagi. Il sunto delle conseguenze a breve termine del risanamento del pianeta si riduce ad una parola: disagi. Si noti bene che l’input non arriverà dalle classi sociali agiate o dalla politica, bensì dalle fasce di popolazione più umili. Come nel caso dei martiri o di tutti coloro i quali si sono sacrificati, la conditio sine qua non è che non ci sia quasi più nulla da perdere. Nessun interesse economico o politico. Dagli strati sociali più bassi si passerà alla classe definita benestante, fino a coinvolgere la quasi totalità della popolazione.

A questo punto l’offerta di combustibili fossili ed energie non rinnovabili supererà la domanda facendo crollare i mercati. E sarà allora che anche gli intoccabili verranno coinvolti nel cambiamento climatico. Per soddisfare la domanda green saranno stanziati fondi a favore di politiche di aggiornamento energetico, si intraprenderanno percorsi produttivi totali per veicoli a impatto zero, la tutela ambientale prenderà il posto della sigaretta dopo il caffè, gli sprechi saranno ottimizzati e il riciclo diverrà consuetudine.

Le basi per la rivoluzione

Potrebbe sembrare un discorso ingenuo, utopico, ma i sintomi sono espliciti. Il pianeta Terra è ormai anni che sanguina dal naso, costretto nella cappa di smog chiamata progresso industriale e consumismo. Scansate le incertezze accidiose del non fare nulla delegando il problema alle prossime generazioni, il genere umano del secondo decennio del XXI secolo deve agire prima che la situazione divenga irrecuperabile.

Ipotizziamo di trovarci nel 1° gennaio 2019. L’anno del sacrificio.

La razza umana cessa l’utilizzo delle automobili. Tutti. Completamente.

  • Gli incidenti stradali risulterebbero ai minimi storici dall’invenzione della prima autovettura, se non azzerati. Ne conseguirebbe il risparmio sui costi di tribunale e sulla sanità pubblica.
  • Diminuirebbero le patologie derivanti da condizioni di sovrappeso. Muovendosi prevalentemente a piedi, i casi di obesità calerebbero e con essi anche le complicazioni cardiovascolari collegate. Da ciò si risparmierebbe sulle spese per la sanità pubblica.
  • Nel caso italiano, le importazioni di petrolio subirebbero un netto calo, rimpinguando il budget statale destinato alla ricerca di fonti energetiche rinnovabili.
  • La rete stradale verrebbe ridimensionata e la cementificazione del territorio contenuta. Si punterebbe maggiormente sull’incremento della viabilità ferroviaria favorendo al contempo il turismo.

Ovviamente sarebbe poco obiettivo considerare solo queste conseguenze a lungo termine. Ma se si analizzassero logicamente i risultati a breve termine dello stop alle auto tutto il discorso verrebbe a mancare. Sacrificio non per niente

Superati i disagi iniziali, si penserebbe alla “vita a piedi” come alla normalità, escludendo certamente alcune eccezioni:

  • Lo Stato garantirebbe alle fasce protette (anziani, disabili, donne in stato di gravidanza, malati) una risposta di trasporto eco-sostenibile (pronto soccorso, taxi).
  • Lo Stato garantirebbe un servizio pubblico di trasporto elettrico verso e da gli enti pubblici (poste, ospedali, scuola, polizia) attraverso automezzi elettrici ad impatto zero.

Sì, direte voi, e con chi è costretto a prendere la macchina per andare a lavorare?

  • Aziende, imprese e datori di lavoro, per legge, saranno tenuti a riconoscere l’orario flessibile a coloro i quali si recano al lavoro a piedi.
  • Aziende, imprese e datori di lavoro, per legge, assicureranno ai dipendenti due giorni a settimana in cui si lavorerà da casa.
  • Aziende, imprese e datori di lavoro, per legge,  forniranno ai dipendenti un servizio di trasporto sostenibile a domicilio

Conclusioni

Impossibile. Tutto impossibile.

 È questo il problema. Viviamo in una società cristallizzata sulle proprie abitudini. Il semplice pensiero di cambiarla alla base intimorisce o suscita ilarità. Ed è qui che ci sbagliamo. La Terra è nostra, proprio come le automobili. Non c’è legge che ci imponga di usarle, non c’è legge che ci imponga di salvare il mondo. 

Ed eccoci qui, di fronte ad una scelta. Vincerà la pigrizia e il menefreghismo? Chissà.

Gianluca Minuto

[La premessa è stata fornita dal sito www.airc.it]

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