Umberto Bossi (fonte: livesicilia.it)

I secessionisti se ne andranno dalla Lega Nord

La secessione non s’ha da fare

Il 14 maggio 2017, alle primarie della Lega Nord, Matteo Salvini ha sbaragliato la concorrenza dell’avversario Giovanni Fava. La netta riconferma del segretario uscente è uno spartiacque decisivo nella storia del Carroccio. 

Matteo Salvini e Giovanni Fava (fonte: tg.la7.it)
Matteo Salvini e Giovanni Fava, avversari alle primarie della Lega Nord del 14 maggio 2017 (fonte: tg.la7.it)

Il Carroccio spaccato in due 

Ottantadue a diciotto. La proporzione percentuale della consultazione fornisce un’indicazione chiara sui rapporti di forza interni al partito. Il voto del 14 maggio si è tradotto in un vero e proprio trionfo per Matteo Salvini. Ma l’importanza della sua vittoria va ben oltre il raggiungimento del mero obiettivo della riconferma. Perché, nonostante sia innegabile che il merito della crescita di consensi nei confronti della Lega Nord degli ultimi anni si debba tutto alla linea salviniana, per il segretario riconfermato non sono mai mancati i detrattori. 

Il riscontro mediatico dei dissidi interni alla Lega non è nemmeno paragonabile a quello riguardante i litigi tra le correnti del Partito Democratico. Eppure, da quando Matteo Salvini è stato eletto segretario la prima volta nel 2012, due fazioni con visioni diametralmente opposte hanno spaccato a metà il partito di via Bellerio. Le primarie dello scorso 14 maggio hanno riprodotto fedelmente questa spaccatura. E probabilmente, ne hanno segnato la fine. Non in quanto causa di un probabile riavvicinamento tra i due fronti. Piuttosto, perché una parte degli sconfitti sembra intenzionata ad abbandonare definitivamente il progetto leghista

La battaglia del Senatùr

Tra gli “sconfitti” non si conta qualche militante poco influente o un paio di consiglieri comunali della provincia lombarda. Al contrario, a capo della mozione anti-Salvini siede chi ha fatto la storia del Carroccio secessionista: Umberto Bossi. Proprio il Senatùr, leader indiscusso del partito per oltre vent’anni, abbandonerà la casa politica di cui ha costruito le fondamenta. Il paradosso più eclatante della storia leghista degli ultimi 5 anni, è esattamente l’effettiva impotenza dello storico ex segretario nei confronti di Salvini. Non è difficile capire perché a Bossi la linea adottata dal segretario attuale non sia mai piaciuta. Niente di più intuitivo: l’apertura agli elettori del sud Italia operata da Salvini ha sancito l’abbandono della lotta per l’indipendenza della Padania. In altre parole, ha vanificato l’impegno per la secessione di cui il Senatùr è stato protagonista in prima linea. 

I temi del conflitto 

Guardando in concreto alle primarie di quest’anno, Giovanni Fava ha rappresentato la componente “nostalgica” del partito, quella facente capo ad Umberto Bossi. Le prerogative della fazione bossiana sono quelle che eravamo abituati ad associare alla Lega prima che Salvini ne assumesse la guida. La secessione, innanzitutto. L’indipendenza delle regioni settentrionali d’Italia è l’obiettivo politico fondante della Lega. Per Giovanni Fava e i suoi sostenitori, dunque, sarebbe dovuta tornare a dominare la quotidianità delle sedi federali del Carroccio. Ovvia è la conseguente avversione dei nostalgici per l’apertura verso il Meridione di marca salviniana.

Le divergenze tra le due visioni leghiste non si affievoliscono nemmeno sul piano internazionale. Fanno infatti capo a Giovanni Fava i contrari all’alleanza con il Front National. Nel programma di Marine Le Pen, secondo questi ultimi, sarebbe presente un’impronta eccessivamente centralista, del tutto in contrasto con le pretese autonomiste mai abbandonate dai fedeli bossiani. L’aspetto più intrinseco dello scontro interno alla Lega nella prospettiva internazionale riguarda, in generale, la posizione del partito rispetto all’Unione Europea. Anche i nostalgici concordano sulla linea euroscettica salviniana, ma essi sostengono che questa non può avere maggior peso della battaglia per la secessione del Nord Italia. Ed è evidente che, sotto la guida di Matteo Salvini, le pretese antieuropee hanno soffocato quelle indipendentiste della Lega Nord delle origini. 

Risultato inequivocabile

Il risultato delle primarie parla chiaro: Matteo Salvini -e con lui la sua linea progammatica- ha sbaragliato la concorrenza nostalgica e secessionista. Da questo trionfo, il segretario riconfermato è uscito rinforzato al punto da potersi permettere di dichiarare di non avere tempo da perdere con i nostalgici. La dichiarazione di Salvini è arrivata in risposta al duro attacco a lui rivolto dal suo predecessore Umberto Bossi. “Se vince lui potrei lasciare. Ci sono migliaia di fuoriusciti ed espulsi che hanno messo assieme un partito abbastanza grande, attorno a Roberto Bernardelli. Io potrei valutare la situazione, sono per continuare la battaglia per la liberazione del Nord”. Ecco le parole pronunciate dal Senatùr in merito alle primarie del 14 maggio. 

La dichiarazione di Umberto Bossi la dice lunga anche sul suo futuro politico e su quello di coloro che non hanno mai abbandonato la linea secessionista. È chiaro che un progetto di rifondazione del movimento indipendentista sia sul punto di nascere in concreto. Insieme ad Umberto Bossi, ne saranno fautori Roberto Maroni e Roberto Bernardelli. Il primo, presidente della Regione Lombardia, il 14 maggio aveva scelto Giovanni Fava. Il secondo, co-fondatore del partito Pensionati negli anni ’80, ha ormai da tempo abbandonato la Lega Nord. E proprio dall’intraprendenza di quest’ultimo partirà il nuovo progetto politico secessionista. Perché Bernardelli è stato il primo a paventare l’idea di una restaurazione della Lega originaria.

Paradosso leghista

Il paradosso è che un progetto di questo tipo, oggi, è realizzabile solo partendo dalla fondazione di un nuovo movimento, del tutto estraneo a quello dove l’idea del Nord indipendente ha dominato per circa 20 anni. La conferma definitiva, in questo senso, è arrivata con il risultato delle primarie. Umberto Bossi, Roberto Maroni e tutti gli altri nostalgici dovranno farsene una ragione. E dovranno ammettere che la speranza silenziosa di un ritorno alla Lega degli albori, da loro nutrita durante il primo quinquennio di Salvini, è rimasta schiacciata dal carisma del leader riconfermato. Quelli della Lega storica, insomma, abbandoneranno definitivamente la Lega. Matteo Salvini sembra sicuro della propria forza e vede la separazione come una questione ininfluente.

In definitiva, nella profonda pianura padana, tutti i militanti col fazzoletto verde nel taschino saranno sottoposti ad una scelta di portata storica. Dovranno decidere se accodarsi al nuovo corso della Lega euroscettica e sovranista, oppure se ritornare al vecchio caro indipendentismo che li aveva uniti in origine. Tutti gli altri potranno attendere ansiosi il verdetto definitivo. Con la certezza che, per i leghisti, ci sarà sempre un nemico (immaginario?) da sconfiggere. 

Luca Mercanzin

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