Semplicemente Eusebio

Ci sono delle date e dei posti che sono destinati a restare nella Storia, quella con la esse maiuscola e anche quella più spicciola, come è nel calcio. Il 25 gennaio è una di queste e una terra improbabile lo scenario della nostra storia. È quasi una striscia di terra nell’estrema parte a sud dell’Africa, il Mozambico. Una terra affascinante, che si affaccia sull’Oceano Indiano, un paese di mare, quasi in simbiosi con quella che è diventata la nazione europea di riferimento, il Portogallo. Qui, nel lontano 1942, il 25 gennaio, appunto, nasceva Eusébio da Silva Ferreira, più conosciuto con il solo nome di battesimo, identificato sui campi di calcio con il soprannome di Pantera Nera. Nasceva nell’attuale Maputo, all’epoca nota come Lourenço Marques, dal nome dell’esploratore che contribuì a colonizzare il paese, una città che, come tutto il Mozambico, presenta notevoli affinità con Lisbona, anche se la capitale portoghese si affaccia sul fiume Tago.

Non è un caso citare le due città di cui sopra, perché sono le due dove si sono compiute le gesta calcistiche di Eusebio. Dopo aver iniziato a giocare nel suo paese, infatti, la non ancora Pantera Nera, ma già calciatore dalle doti promettenti, fu segnalato a Béla Guttman, tecnico di origini ungheresi che avrebbe fatto la storia di quel periodo, che allenava proprio la franchigia portoghese. Da subito Eusebio si segnalò per le sue doti di funambolico ed efficace attaccante, grazie ad uno strapotere atletico e a doti tecniche fuori dal comune. Subito con la maglia rossa del Benfica il nostro iniziò a mettersi in mostra.

La consacrazione avvenne dopo poco tempo: ancora acerbo nel 1961, quando i portoghesi si aggiudicarono la Coppa dei Campioni superando a Berna il Barcellona per tre a due; fu protagonista, invece, la stagione successiva, quando i rossi furono capaci di superare ad Amsterdam nientemeno che il Real Madrid. In una sfida epica come solo quel calcio sapeva regalare, alle Merengues non bastò la tripletta di un altro mito, Ferenc Puskás, perché Águas, Cavém e Coluna mantennero sempre in equilibrio il risultato, fissato alla fine dalla doppietta vincente della Pantera Nera, che iniziò così ad entrare nel mito.

Ormai stella consacrata, in un’epoca in cui non c’era l’impatto mediatico dei nostri giorni, Eusebio finì con il dividere la scena internazionale con O’ Rei Pelè, raggiungendo il suo apice ai mondiali di Inghilterra del 1966. In un’edizione infausta per l’Italia e difficile per le squadre sudamericane, con la stella di Pelè offuscata da un infortunio, il Portogallo mise in mostra i suoi gioielli, raggiungendo un terzo posto che l’attuale stella di Cristiano Ronaldo ancora deve contribuire nemmeno ad eguagliare, anche se il Portogallo si è appena laureato Campione d’Europa. Ci fu, anzi, quasi un passaggio di consegne tra il Portogallo e il Brasile, quando i primi superarono i secondi nel girone (tre a uno), contribuendo alla loro clamorosa eliminazione, ma l’impresa ci fu nei quarti contro la sorprendente Corea del Nord. I “Ridolini” asiatici, come furono dipinti i coreani prima di eliminare l’Italia, sfiorarono l’impresa quando, nel quarto di finale contro i portoghesi, si trovarono in vantaggio addirittura di tre reti: fu a quel punto che si risvegliò Eusebio che, con quattro reti, riportò la qualificazione dal lato degli europei. La carriera del nostro continuò ancora luminosa con tante vittorie con il Benfica (saranno undici gli scudetti e cinque le coppe vinte), e una chiusura di carriera negli Stati Uniti, come usava all’epoca per tutti i vecchi campioni. Dopo, Eusebio ha continuato a vivere nella sua leggenda, fino a raggiungere la conclusione della sua parabola terrena all’inizio del 2014.

Raffaele Ciccarelli

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