Sexting, il peso dell’intimità ai tempi di internet

Sexting, un fenomeno web da prendere con le pinze. 

L’ultimo caso di violazione della privacy e conseguente umiliazione pubblica è avvenuto in un liceo genovese, ai danni di una ragazza di sedici anni, alle prese con il sexting.

sexting
Sexting. Una parola nata dal web

La protagonista di questa vicenda ha visto il diffondersi di un video che la ritrae insieme al suo ex ragazzo (autore della divulgazione delle immagini) nel pieno dell’intimità. Potrebbe non scandalizzare nemmeno più una notizia simile, dato che avvenimenti del genere avvengono quotidianamente e con conseguenze addirittura più tragiche rispetto a quello a cui abbiamo appena fatto riferimento.

Invece è necessario capire, analizzare gli aspetti che vengono fuori da questa vicenda e mettersi in discussione, chiedersi: quanto della mia intimità è in mio potere e quanto no?

La ragazza è ora in cura da uno psicologo. Altre donne, prima di lei, non hanno trovato la forza necessaria a reggere il peso di una simile crudeltà, messa in atto attraverso uno Smartphone: oggetto di uso quotidiano che alimenta il fenomeno del sexting.

Educazione o punizione?

Neologismo dell’epoca web, definisce l’atto di scambiare messaggi dai contenuti sessualmente espliciti. In un periodo storico (il nostro) in cui lo Smartphone si è fatto così pervasivo da incidere sulle nostre abitudini, i cambiamenti che questi portano a livello sociale sono molteplici e sempre più veloci. Così veloci da lasciare indietro l’educazione adeguata al loro utilizzo, in una rincorsa sempre più goffa.

Chiariamoci, soluzioni come quelle dei corsi sugli effetti penali di tali atti sono fondamentali. È essenziale, però, capire come non sia producente puntare solo ed esclusivamente sulle conseguenze, ma che sia necessario prima comprendere la risonanza che può avere uno Smartphone. Cercare di educare prima, per poi non dover considerare sanzioni a danno avvenuto.

I “connessi” a livello globale:

  • 3,7 miliardi gli utenti di internet (su circa 7 miliardi di persone)
  • 2,7 miliardi di utenti sui social media (coprendo così il 37% della popolazione globale) incrementando i propri numeri rispetto al 2016 (a sua volta in crescita rispetto agli anni precedenti)
  • utenti di dispositivi mobili: 5 miliardi circa.

fonte: wearesocial.com 

In uno scenario in cui tutti (o quasi) sono connessi ad una piattaforma web, attraverso Facebook, Youtube o App di messaggistica, dovrebbe essere indispensabile, sin dalle scuole primarie, un’educazione al digitale. Che venga dalle istituzioni o da quel nucleo familiare che troppo spesso si lascia andare al facile “più se ne parla ai tg, peggio sarà!”. Il bullismo è sempre esistito, anche quando c’erano meno mezzi su cui parlarne, oggi ha solamente nomi diversi. Parlarne per capire, quindi, e istruire chi ancora non è in grado di capire le implicazioni di tali strumenti.

In Inghilterra ci hanno già pensato (sintomo che la vita digitale è oggetto di dibattito anche al di fuori dell’Italia) istituendo corsi per comprendere i confini entro i quali si può operare con l’“identità virtuale”. Lo scopo è informare, parlare di vita reale e virtuale. Cercando di capire come le caratteristiche dell’essere umano quale la sessualità, debba essere affrontata. Tanto nella vita vera, quanto in quella virtuale. Perché le due cose sono ancora ben diverse, “l’ambiente ibrido” è ancora lontano da noi. Lo scatto dell’intimità di una coppia era impressa nelle polaroid degli anni ’80 e nascosta nei luoghi del nostro cuore, lontani da occhi estranei. Così come oggi si ama e si conserva un’immagine, solamente con maggiori difficoltà. 

Alberto Mancuso

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