Il mondo visto dal Nanga

Simone Moro, la normalità in vetta al Nanga Parbat

Il Nanga Parbat si arrende: Simone Moro riesce per la prima volta nella storia a conquistare in inverno la montagna mangiauomini

Nanga Parbat, campo 4, 7100 metri s.l.m. 26 Febbraio 2016, ore 06:00 del mattino. 50 gradi sotto zero. Un uomo coi suoi tre compagni nel gelo di una tenda, svegli da un’ora. Di fronte a loro, il trapezio sommitale della montagna da anni sognata, pensata, desiderata. Attorno a loro il nulla, nessun suono eccetto il solito vento che da più di tre mesi li accompagna costante; nessuna luce, nessun segno di vita. Concentrazione, tensione, ansia, desiderio, amore. È tempo di andare, di camminare, di scalare, destinazione vetta. Apri la zip della tenda, su i ramponi, via, verso l’ignoto..

Il Nanga

Cartello infoirmativo
Il terribile cartello informativo dalla strada (tradotto, alla vostra sinistra la montagna assassina, il Nanga Parbat. Altezza 8126 m, 26660 ft)

Al termine del 2015 delle 14 cime sopra gli ottomila presenti sulla faccia della terra, solo 2 non erano mai state conquistate in completa stagione invernale, il Nanga Parbat (8126 m s.l.m.) e il K2 (8611 m s.l.m.). L’uomo della tenda a 7100 metri, tale Simone Moro, alpinista di Bergamo, in grado di raggiungere la vetta in prima invernale di tre cime sopra gli ottomila (Shisha Pangma 2005, Makalu 2009, Gasherbrum II 2011), già dal 2012 aveva concentrato gran parte delle sue forze per la conquista delle due vette mancanti. La sua attenzione si è focalizzata sul Nanga Parbat (letteralmente “montagna nuda”), la nona più alta al mondo, che sorge in territorio pakistano. Come spesso lui stesso afferma, essa è la montagna più grande al mondo, cioè quella che presenta un volume totale più grande; per dare dei numeri, l’Everest, che coi suoi 8848 m s.l.m. è la montagna più alta al mondo, sta due volte nel volume del Nanga Parbat, il Monte Bianco persino 40. È chiamata la montagna assassina in quanto, soprattutto in passato, svariate spedizioni hanno dovuto fare i conti con perdite umane, per via dell’alta possibilità di valanghe, della difficoltà di scalata delle varie pareti e l’alto dislivello dal campo base alla vetta. Per questi ed altri motivi tutti e 27 i tentativi di conquista in completa stagione invernale hanno fallito nel loro intento. Simone Moro stesso già aveva tentato la vetta in invernale due volte, nelle stagioni 2011/2012 e 2013/2014, senza mai riuscirci. Il meteo, il vento e soprattutto le limitate finestre di bel tempo avevano reso impossibile dei seri tentativi alla vetta.

Quale via?

Le due vie sul versante Diamir
Le due vie verso la vetta, Kinshofer in centro, Messner-Eisendle a sinistra

Così a dicembre del 2015 Simone si è deciso per un terzo tentativo, sperando che le condizioni precedentemente citate fossero attenuate. Dei tre versanti a disposizione la scelta è ricaduta sul Diamir, dei tre il meno ripido e sotto certi punti di vista il più facile. Il Nanga Parbat in invernale non era il sogno solo di Simone ma anche di una comunità alpinistica sempre più folta, attratta dalla complessità della sfida che proponeva il Nanga invernale. Alle pendici del Nanga Parbat infatti si sono presentate nella stagione invernale  2015/2016 6 spedizioni, 4 delle quali direttamente nello stesso versante scelto da Simone Moro. Dal Diamir le vie di scalata vagliate erano due, la via Kinshofer e la via Messner-Eisendle. Nella prima si sono cimentate una spedizione polacca e una internazionale mentre nella seconda una spedizione franco-polacca e la spedizione italiana guidata da Simone Moro. La sostanziale differenza tra le due vie sta nella difficoltà: se da un lato la via Kinshofer è corta e impervia, dall’altro la via Messner-Eisendle è lunga ma con rari passaggi difficoltosi. Purtroppo per Moro e la sua giovane compagna di scalata, l’altoatesina Tamara Lunger, quest’ultima via si dimostrava in stagione invernale ancora impercorribile per via della pericolosità data da crepacci e seracchi, costringendoli quindi a optare per la via Kinshofer. Nel frattempo a metà febbraio, per inconvenienti, per scadenze di permessi o per lavoro, alle pendici del campo base si ritrovavano solo 4 alpinisti, due della spedizione italiana, Simone Moro e Tamara Lunger, e due della spedizione internazionale, il basco Alex Txikon e il pakistano Ali Sadpara. Questi ultimi, scegliendo la via Kinshofer già dall’inizio della loro spedizione, hanno avuto modo non solo di attrezzare buona parte della salita ma, arrivando fino a campo 3 (6700 m ca.), anche di abituare il proprio corpo ad altitudini scarse di ossigeno. Nel contempo la via Messner-Eisendle non aveva permesso a Moro e Lunger di superare quota 6000 m ca., impedendo il giusto acclimatamento. Per questo motivo, nel momento in cui fosse capitata una finestra di bel tempo, Moro e Lunger sarebbero stati notevolmente sfavoriti dalle quote che via via si sarebbero loro presentate.

La finestra di bel tempo

E una lunga e inaspettata finestra di bel tempo è arrivata, permettendo così a Simone e agli altri 3 alpinisti di sferrare l’attacco alla cima; se non fosse stato possibile, sarebbe stata comunque una buona possibilità di acclimatamento per poter sperare in un’ulteriore finestra entro il 21 marzo. Il programma, stilato dal più esperto Simone Moro, era chiaro: lunedì 22 febbraio da campo base (4100 m s.l.m.) a campo 2 (6180 m), martedì pausa a campo 2 a causa del previsto vento forte (80-90 km/h), mercoledì da campo 2 a campo 3 (6750 m), giovedì da campo 3 a campo 4 (7450 m) e venerdì la vetta.  Dopo che il programma è stato rispettato, il giovedì sera Simone propone due decisioni fondamentali ma inusuali. Per prima cosa abbassa la quota di posizionamento del campo 4 a 7100 m per avere una notte meno tormentata e per favorire l’assimilazione di cibo, visto il loro scarso acclimatamento. Da ultimo decide di posticipare la partenza da mezzanotte alle 6 del mattino per facilitare la termogenesi, cioè la capacità da parte del corpo umano di produrre calore, grazie alla presenza del sole che dalle 10 avrebbe illuminato il versante ovest su cui è posto il trapezio sommitale. Se fossero partiti a mezzanotte avrebbero avuto 10 ore di buio-ombra che li avrebbero notevolmente limitati.

La vetta

E siamo al venerdì, si esce dalla tenda e si comincia a camminare con lentezza evidente, data dalla mancanza di ossigeno (nessuno utilizza bombole): ogni 15 passi una pausa di 60 secondi (e stiamo parlando di alpinisti allenati!). Fatica, sforzi, ricerca di ossigeno, ricerca del calore, sguardo verso l’alto. A soli 70 metri di dislivello dalla vetta però Tamara non ce la fa più e costringe sé stessa a scendere, il ciclo mestruale arrivato proprio in quei giorni l’ha debilitata togliendole il quantitativo necessario di sangue per poter sopravvivere a quelle quote. La capacità di rinuncia è una capacità assai rara in montagna e ritrovarla in una scalatrice alpinisticamente giovane (deve ancora compiere 30 anni!) è un fatto ancor più inconsueto. Nel frattempo gli altri tre imperterriti proseguono verso la vetta che ormai dista solo pochi metri. Gli ultimi passi e poi…è fatta, la tanto agognata cima del Nanga Parbat è sotto i loro piedi, come si suol dire, non è più possibile salire! È venerdì 26 febbraio e sono le 15:37 locali.

La discesa

Ma la vetta è solo la metà del percorso, gli incidenti mortali più comuni sono avvenuti nella storia per la maggior parte in discesa più che in salita. Quindi qualche foto veloce e poi giù di corsa verso campo 4, che sicuramente non sarà raggiunto prima del buio. Per questo motivo, una volta lasciato alle spalle il trapezio sommitale, la tenda non si vede, attorno a loro solo l’oscurità. Poi una luce, dapprima fioca e poi sempre più intensa a indicare la via. È Tamara che dalla tendina di campo 4 segnala la posizione del campo. Nel frattempo infatti lei è riuscita in una discesa rapida a causa di una “fortunata” caduta di circa 200 metri nella neve, durante la quale comunque ha rischiato la morte, dovuta alla sua scarsa lucidità in quei momenti. Ed è così che sani, salvi, stanchi ma felici, i 4 compagni si ritrovano tutti nella tenda del campo 4 e il giorno successivo rientrano al campo base, il posto nel quale davvero si può dire di aver completato la propria impresa.

L’impresa della normalità

Al campo base
I protagonisti dell’ascesa arrivati al campo base dopo la conquista (da sinistra a destra A. Txikon, T. Lunger, S. Moro, A. Sadpara)

Simone è stato il vero protagonista della scalata avendone consigliato e programmato i minimi dettagli, non a caso è l’unico e solo alpinista ad aver portato a termine 4 prime invernali su un ottomila, e così resterà per sempre, non potendo alcuno eguagliare il suo record. Il suo pensiero non si ferma solo a sé stesso ma coinvolge tutta la squadra, compresa Tamara, che giudica aver svolto un ruolo fondamentale nella conquista della vetta. Per questo Simone, memore di tante sue rinunce per avverse condizioni, considera Tamara come una delle 4 persone che ha raggiunto la vetta nonostante fisicamente non ci sia stata. Ed è proprio su questo aspetto, più che in tante vette raggiunte, che Simone Moro compie la sua più grande impresa, in questo campo dove vince la sua giusta battaglia: vivere l’alpinismo da essere umano e non da divinità che tutto può. Da essere umano sogna e desidera la montagna, da essere umano si allena duramente per raggiungerla e durante la scalata cresce e scopre la bellezza e i limiti dell’uomo. Ed è a questi limiti che si ferma, perché oltre la vita è solo ed esclusivamente il rischio. Simone non è il più grande alpinista estremo ma il più eccezionale alpinista normale.

Filippo Tessarollo

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