Siria 2030

Siria 2030

I bombardamenti non sono mai cessati. Gli aiuti non sono mai arrivati.

Ho 22 anni e vivo la mia vita aspettando solo il giorno in cui salterò in aria, in cui le macerie mi soffocheranno, proprio come è successo a mia madre, a mio padre e alla mia sorellina.

La mia amata terra non è altro che un accumulo di cenere. L’hanno fatta diventare una trappola umana.
Sono nato con il suono delle bombe, con le grida, i pianti dei bambini. Sono cresciuto con la disperazione negli occhi delle persone. Con la paura.

Non è rimasto niente della Siria se non un ammasso di cadaveri. Un intero stato messo in ginocchio. Una guerra senza fine.

Ci avevano promesso che ci avrebbero aiutati, che sarebbero venuti in pace. In realtà hanno solo contribuito alla nostra distruzione infondo, come si può combattere la violenza con altra violenza?!

Nessuno ne ha parlato. Hanno fatto tutti finta di ascoltare mentre noi vivevamo l’inferno. Siamo rimasti soli. Dimenticati dal mondo. Nessuna compassione, nessuna solidarietà. Solo tanta diffidenza. Tante bugie.

Ora la mia Siria è una prigione da cui non puoi evadere. Ora la mia Siria è una condanna a morte. Siamo rimasti in dieci nella mia città e non facciamo altro che chiederci quando anche noi verremmo ammazzati. Quando anche la nostra innocente vita verrà spezzata. Quando la nostra vita varrà meno di denaro e petrolio.

Dov’è l’umanità? Come è possibile che abbiano permesso tutto questo?

Cammino tra le macerie, mi faccio spazio tra i cadaveri, guardo quello che (non) è rimasto della mia oasi: Ghouta. I bombardamenti non cessano. Le esplosioni non hanno mai fine. Gli attacchi con le armi chimiche stanno distruggendo un’intera popolazione. Non arriva nessun aiuto. La gente sta morendo di fame, sta morendo per mancanza di farmaci.

Ogni giorno che passa sento i miei organi cedere. La mia forza abbandonarmi, la speranza che tutto questo avrà un giorno una fine, scomparire. Un crimine di guerra mai punito.

Una catastrofe umanitaria. C’è solo polvere e tanta rabbia. Hanno buttato giù tutto. Non abbiamo una casa, un letto. Non abbiamo più una famiglia. Non abbiamo niente.

Vedo uno dei tanti soldati, uno sguardo assente ma duro, con il suo mitra nella mano a scherzare con il suo collega. Mi avvicino, gli chiedo se potessi fargli una domanda, acconsente ma non sembra molto convinto. In ogni caso decido di fare la domanda, e con le lacrime agli occhi gli chiedo:”perché sta succedendo tutto questo?”. Lui mi guarda per un secondo abbassa lo sguardo, poi lo tira frettolosamente su, mi guarda con aria dura ma con un filo di vergogna e mi risponde:”mi dispiace piccolo, ma sei nato dalla parte del momento sbagliata”. Io lo guardo con disprezzo e gli chiedo chi avesse deciso quale fosse la parte giusta del mondo. Lui non risponde. Si volta e con il suo collega vanno via.

Mi sento soffocare. L’aria è sempre più irrespirabile. Il suolo sta cedendo. Ed io sento di non poter farcela più.

Mi chiamo Omar e insieme ad altri milioni di persone, sono morto per una guerra non mia.

 

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