Convinzione e coerenza. Queste doti Ueli Steck ce le ha sempre avute. Ha sempre sostenuto un tipo di alpinismo che mai è cambiato negli anni. Semplice, poco protetto, elegante, veloce, impossibile, puro. Purissimo. Stava tentando un’impresa difficile, da molti ritenuta addirittura infattibile. Si stava acclimatando su una montagna ardua, perché era convinto che la difficoltà dell’allenamento va regolata a seconda della difficoltà dell’impresa. Ha scelto di portare la sua tecnica, il suo modo di fare alpinismo anche in questa spedizione. Poi quella maledetta domenica. Quel presunto scivolare. Quella caduta. Sono sempre i migliori che partono. Lo svizzero Ueli Steck era, assieme a Simone Moro, probabilmente il più conosciuto alpinista della sua epoca. Se cercate alla voce ‘alpinista completo’, sapete che più che il suo è il primo nome della lista. Sin da piccolo si vede quello di cui è capace quando arrampica su roccia, ghiaccio o misto. Con calma arrivano le prime salite sulle Alpi, la sua prima nella nord dell’Eiger. La sua velocità è fin da subito il suo Leitmotiv, conquista cime in tempi paurosi, correndo su pendii nevosi, ghiacciati o rocciosi, senza mai fermarsi, senza troppo assicurarsi in caso di scivolata. A cavallo tra gli anni 2000 e gli anni 2010 arrivano i record sulle pareti nord più difficili delle alpi: Eiger, Grandes Jorasses e Cervino. Poi l’Himalaya, perché sempre di alpinista completo stiamo parlando. Steck conquista in totale 6 dei 14 ottomila, facendo segnare nel caso dello Shisha Pangma un record di 10 ore e mezza che impressiona tutti. Non è solo la velocità a guidarlo, ma anche le imprese impossibili. Il suo focus sono le vie nuove, quelle mai provate o mai riuscite, i concatenamenti di montagne, le traversate. Tutto in lui segue la logica dell’impossibile: il semplice fatto che qualcuno gli dica che non si può fare lo riempie di energia per rendere l’impossibile possibile. E così è accaduto per la sua ultima impresa, provare il concatenamento Everest-Lhotse, rispettivamente la cima più alta al mondo e la quarta. La particolarità dell’impresa stava non solo nel fatto che nessuno in passato è mai riuscito in questo concatenamento di cime ma anche nel fatto che le due vie di ascesa sarebbero state percorse per la seconda volta. Quindi niente via normale, neanche stavolta. Il tutto reso ancor più complesso dal fatto che il riposo tra una cima e l’altra non sarebbe stato effettivo riposo, visto che sarebbe avvenuto a 7900m s.l.m. e senza bombole di ossigeno supplementare. Un’impresa titanica. Per compiere tale impresa, Steck aveva programmato un allenamento serio su una difficile montagna vicino all’Everest, il Nuptse (7861 m), che avrebbe permesso l’acclimatamento necessario in vista della lunga traversata in programma. La tecnica di acclimatamento dello svizzero è particolare rispetto agli altri: il suo obiettivo è quello di compiere sbalzi di altitudine in velocità, in modo da forzare il proprio corpo in maniera più accentuata. Tutto si stava volgendo secondo i piani sino a domenica 30 Aprile, quando in una di queste tappe di acclimatamento Steck è presumibilmente scivolato, rotolando giù dalla parete del Nuptse, e conseguentemente morendo per la violenza degli impatti. Perché è scivolato? Perché non era assicurato? Perché è caduto? La risposta a tutto questo sta nello stile di scalata da parte dell’elvetico. Da sempre la sua filosofia è improntata sulla velocità e sulla perfezione di ogni suo movimento. Qualsiasi suo errore non viene assicurato da una corda che lo salvi. Il tutto è in libera, proprio perché il tempo che viene speso nell’assicurare la propria ascesa è tempo che poi non ci si ritrova più quando si è alla resa dei conti. È il tempo che si guadagna nell’arrivare prima e che si risparmia nel ritorno a campo base. È tempo in meno passato a quote al di là della zona della morte. Una tecnica che, seppur legata a elementi del passato, è profondamente moderna come concezione. L’altro lato della medaglia è una filosofia estremamente rischiosa. Posto che l’alpinismo estremo è per definizione uno sport poco sicuro, quella portata avanti da Steck è una concezione che tuttavia non presta fede alle più moderne tecniche di sicurezza e protezione individuale. La velocità costringe a un disuso sempre meno celato di dispositivi di protezione, rendendo l’essere umano il primo e unico responsabile della propria sorte. Alpinismo estremo secondo il vero senso della parola. Lo diceva spesso anche lo stesso Steck: so che in montagna devo essere perfetto, se sbagliassi ci sarebbe poco da fare. E purtroppo questa volta c’è stato veramente poco da fare. Ma tutto questo è giusto? È giusto rischiare la propria vita, rifiutando quelle che sono le più moderne tecniche di autoprotezione? La risposta a tutto questo sta nell’individuo, in quello che ognuno si sente di fare. Prima di tutto noi siamo quello che pensiamo e Steck è stato un esempio evidente di tutto questo. Non sarebbe l’alpinista che è stato se non avesse applicato sino in fondo quello che pensava. La velocità in montagna, uno stile libero e la ricerca dell’impossibile sono sempre stati gli obiettivi di ogni suo sogno. E questi sogni sono stati il motore di ogni suo atto, la luce che guidava il suo cammino. Steck è morto durante la sua attività preferita fatta nel modo che più gradiva. RIP Ueli.

Ueli Steck, la velocità in montagna è poco sicura?

Ueli Steck, uno dei più noti alpinisti estremi, ha perso la vita domenica scorsa durante una fase di acclimatamento in Nepal

Convinzione e coerenza. Queste doti Ueli Steck ce le ha sempre avute. Ha sempre sostenuto un tipo di alpinismo che mai è cambiato negli anni. Semplice, poco protetto, elegante, veloce, impossibile, puro. Purissimo. Stava tentando un’impresa difficile, da molti ritenuta addirittura infattibile. Si stava acclimatando su una montagna ardua, perché era convinto che la difficoltà dell’allenamento andava regolata a seconda della difficoltà dell’impresa. Ha scelto di portare la sua tecnica, il suo modo di fare alpinismo anche in questa spedizione. Poi questa maledetta domenica. Questa scivolata. Questa caduta. Sono sempre i migliori che partono.

Chi è Ueli Steck

Lo svizzero Ueli Steck era, assieme al suo amico Simone Moro, probabilmente l’alpinista più conosciuto della sua epoca. Se cercate alla voce ‘alpinista completo’, sapete che più che il suo è il primo nome della lista. Sin da piccolo si vede quello di cui è capace quando arrampica su roccia, ghiaccio o misto. Col tempo arrivano le prime salite sulle Alpi, la sua prima nella nord dell’Eiger. La velocità è fin da subito il suo Leitmotiv, conquista cime in tempi paurosi, correndo su pendii nevosi, ghiacciati o rocciosi, senza mai fermarsi, senza troppo assicurare la propria ascesa. A cavallo tra gli anni 2000 e gli anni 2010 arrivano i record sulle tre pareti nord più difficili delle alpi: Eiger, Grandes Jorasses e Cervino. Poi l’Himalaya, perché sempre di alpinista completo stiamo parlando. Steck conquista in totale 6 dei 14 ottomila, facendo segnare nel caso dello Shisha Pangma un record di 10 ore e mezza che impressiona tutti. Non è solo la velocità a guidarlo, ma anche le imprese impossibili. Il suo focus sono le vie nuove, quelle mai provate o mai riuscite, i concatenamenti di montagne, le traversate. Tutto in lui segue la logica dell’impossibile: il semplice fatto che qualcuno gli dica che non si può fare lo riempie di energia per rendere l’impossibile possibile. E così è accaduto per la sua ultima impresa, il concatenamento Everest-Lhotse, rispettivamente la cima più alta al mondo e la quarta. La particolarità dell’impresa stava non solo nel fatto che nessuno in passato è mai riuscito in questo concatenamento di cime ma anche nel fatto che le due vie di ascesa erano state percorse solo una volta nella storia. Quindi niente via normale, neanche stavolta. Il tutto reso ancor più complesso dal fatto che il riposo tra una cima e l’altra non sarebbe stato effettivo riposo, visto che sarebbe avvenuto a 7900m s.l.m. e senza bombole di ossigeno supplementare. Un’impresa titanica.

Programma Steck
L’itinerario che Steck avrebbe voluto seguire. Sulla destra il Nuptse, il monte sul quale lo svizzero ha perso la vita.

La morte

Per compiere tale impresa, Steck aveva programmato un allenamento serio su una difficile montagna vicino all’Everest, il Nuptse (7861 m), che avrebbe permesso l’acclimatamento necessario in vista della lunga traversata in programma. La tecnica di acclimatamento dello svizzero è particolare rispetto agli altri: il suo obiettivo è quello di compiere sbalzi di altitudine in velocità, in modo da forzare il proprio corpo in maniera più accentuata. Tutto si stava svolgendo secondo i piani sino a domenica 30 Aprile, quando in una di queste tappe di acclimatamento Steck è presumibilmente scivolato, rotolando giù dalla parete del Nuptse, e conseguentemente morendo per la violenza degli impatti. Perché è scivolato? Perché non era assicurato? Perché è caduto?

Il risparmio di tempo

Ueli Steck 2
Steck di corsa in una delle sue tappe di acclimatamento sul Nuptse

La risposta a tutto questo sta nello stile di scalata da parte dell’elvetico. Da sempre la sua filosofia è improntata sulla velocità e sulla perfezione di ogni suo movimento. Qualsiasi suo errore non viene assicurato da una corda che lo salvi. Il tutto è in libera, proprio perché il tempo che viene speso nell’assicurare la propria ascesa è tempo che poi non ci si ritrova più quando si è alla resa dei conti. È il tempo che si guadagna nell’arrivare prima e che si risparmia nel ritorno a campo base. È tempo in meno passato a quote al di là della zona della morte. Una tecnica che, seppur legata a elementi del passato, è profondamente moderna come concezione.

Sicuro?

L’altro lato della medaglia è una filosofia estremamente rischiosa. Posto che l’alpinismo estremo è per definizione uno sport poco sicuro, quella portata avanti da Steck è una concezione che tuttavia non presta fede alle più moderne tecniche di sicurezza e protezione individuale. La velocità costringe a un disuso sempre meno celato di dispositivi di protezione, rendendo l’essere umano il primo e unico responsabile della propria sorte. Alpinismo estremo secondo il vero senso della parola. Lo diceva spesso anche lo stesso Steck: so che in montagna devo essere perfetto, se sbagliassi ci sarebbe poco da fare. E purtroppo questa volta c’è stato veramente poco da fare.

Semplicemente Ueli

Ma tutto questo è giusto? È giusto rischiare la propria vita, rifiutando quelle che sono le più moderne tecniche di autoprotezione? La risposta a tutto questo sta nell’individuo, in quello che ognuno si sente di fare. Prima di tutto, noi siamo quello che pensiamo e Steck è stato un esempio evidente di tutto questo. Non sarebbe l’alpinista che è stato se non avesse applicato sino in fondo quello che pensava. La velocità in montagna, uno stile libero e la ricerca dell’impossibile sono sempre stati gli obiettivi di ogni suo sogno. E questi sogni sono stati il motore di ogni suo atto, la luce che guidava il suo cammino. Steck è morto durante la sua attività preferita fatta nel modo che più gradiva.

RIP Ueli.

Filippo Tessarollo

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