Chiedere aiuto agli altri è un fallimento?

Il paradigma del successo, oggi

Competitività, merito, talento. Tre parole per riassumere l’aspettativa che la società odierna nutre nei confronti dei giovani: farcela da soli. 

Essere autonomi

L’obiettivo di introdurre i giovani in una società competitiva, meritocratica, in grado di riconoscere i talenti (e di premiarli) ha ormai da tempo trovato ampio spazio nella maggior parte delle società occidentali. E questo non accade solo in ambito economico. Competere -e primeggiare- è oggi l’esercizio principe in moltissimi aspetti della vita sociale. Si parte dal mondo della scuola, per passare a quello accademico, fino ad arrivare all’ingresso nel mondo del lavoro. E dietro all’imperativo di emergere, di distinguersi dagli altri, si cela la finalità di fondo di questa logica esaltatrice delle capacità individuali: essere autonomi, costruirsi da sé il proprio futuro. 

Senz’ombra di dubbio, quello di creare le condizioni adatte affinché i giovani possano trovare la propria strada in maniera totalmente autonoma e senza intoppi è un obiettivo nobile. Riconoscere a sé stessi di essersi costruiti da soli la propria indipendenza, inoltre, è certamente un atto che comporta gratificazione e soddisfazione. È di quest’idea buona parte della classe politica del mondo occidentale. Infatti, non è raro individuare nei quadri legislativi nazionali e sovranazionali leggi volte a valorizzare la competitività e premiare il merito in ambito imprenditoriale e professionale. Più di recente, sforzi istituzionali che vanno in questa direzione sono stati compiuti anche nel campo scolastico e in quello della ricerca accademica. 

Dalle intenzioni alla realtà

Com’è normale che accada, nel passaggio dalle intenzioni alla realtà concreta si incontrano delle differenze e le condizioni appaiono meno idilliache di quanto sarebbe desiderabile. Nel caso specifico, questo accade quando ai giovani vengono forniti gli strumenti -legislativi, economici- per costruirsi il proprio futuro, ma alcuni fattori impediscono loro di utilizzarli e raggiungere l’obiettivo. È eloquente in questo senso la realtà che si sono trovati ad affrontare i giovani occidentali nell’ultimo decennio. Si parla, com’è facilmente intuibile, della crisi che a livello globale ha colpito le economie sviluppate a partire dal 2008. Il fatto che la crisi del 2008 abbia ridotto di molto le possibilità dei giovani di rendersi autonomi, implica che alla base della loro indipendenza stia la componente economica. Si tratta di un passaggio ovvio, certo, ma è bene specificarlo.

Uno dei rischi legati a questa impostazione competitiva e meritocratica riguarda proprio le situazioni in cui qualcosa, nella percorso verso l’indipendenza, va storto. In particolare, la persistente sollecitazione al raggiungimento del successo individuale, può avere risvolti negativi a livello soggettivo qualora l’obiettivo non venga raggiunto. In termini pratici, se l’unico imperativo diventa “farcela da soli” senza alternative, c’è il rischio che un eventuale fallimento venga interpretato come una sconfitta personale. E, di conseguenza, l’idea di chiedere un aiuto esterno durante il proprio percorso risulta come un’ammissione di debolezza che in pochi sarebbero disposti a compiere. 

Il termine "guanxi" in caratteri cinesi
“Guanxi” è il termine cinese che identifica la rete di relazioni interpersonali tipica della cultura cinese

Dove chiedere aiuto è un punto di forza

Esistono realtà culturali diverse da quella occidentale dove, al contrario, la capacità di chiedere aiuto nei momenti di difficoltà è vista come un punto di forza. Addirittura, in Cina, ognuno è coinvolto in vere e proprie reti interpersonali di reciproca assistenza. Questi sistemi di relazioni vengono identificati con il nome “guanxi”. Si tratta di network di rapporti sociali nei quali si è inseriti sin dall’infanzia. Alcuni studi in proposito hanno rilevato che i genitori cinesi scelgono per i propri figli le scuole dove ci sono maggiori possibilità di inserirsi in reti interpersonali abbastanza solide da durare per tutta la vita.

Far parte di una guanxi comporta vantaggi notevoli in diversi ambiti. Vi si può far riferimento, ad esempio, per sbrigare più velocemente delle pratiche burocratiche. Ci si può rivolgere alla guanxi per ottenere contatti o informazioni utili in ambito professionale. E soprattutto, si può contare sui membri della propria guanxi per ottenere prestiti in denaro nei momenti di difficoltà. Ciò che tiene salde queste reti è il vincolo per il quale i favori ricevuti vanno restituiti quando se ne ha la possibilità. La reciprocità, insomma, è un requisito senza il quale il sistema delle guanxi non potrebbe funzionare. 

Il compromesso come soluzione?

I modelli confrontati vanno in direzioni opposte. Da una parte, far riferimento ad altri per ottenere aiuto, soprattutto in ambito economico, equivale ad un fallimento. Dall’altra, la forza individuale viene misurata proprio con la capacità di far parte di reti interpersonali di reciproca assistenza nei momenti di necessità. Valutare quale delle due sia l’impostazione migliore è un compito difficile. Soprattutto, richiede competenze delle quali chi scrive non è minimamente in possesso. Forse, non è azzardato affermare che una mediazione tra i due modelli potrebbe rappresentare un buon compromesso

Luca Mercanzin

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