Pool di Mani pulite, da sinistra: Gherardo Colombo, Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo

Tangentopoli venticinque anni dopo

Dall’arresto di Chiesa all’inizio di ‘Mani pulite’: si scopriva Tangentopoli

Era il 17 febbrario 1992 quando veniva arrestato Mario Chiesa con accusa di concussione. Dopo poco scoppiò lo scandalo che fece affondare la Prima Repubblica: veniva a galla Tangentopoli. Si scoprì che a livello nazionale la classe dirigente politica e imprenditoriale italiana era coinvolta in un sistema di finanziamenti illeciti.

Mario Chiesa, arrestato per concussione il 17 Febbraio 1992
Mario Chiesa, arrestato per concussione il 17 Febbraio 1992

Torta e commensali

In un video rilasciato da Repubblica, Piercamillo Davigo, a venticinque anni dallo scandalo, ricorda gli eventi dell’epoca. Davigo è un magistrato italiano, Presidente della II sezione penale della Corte di Cassazione e dall’aprile 2016 è Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati. Negli anni ’90, allo scoppio dello scandalo di Tangentopoli, entrò a far parte del pool di “Mani Pulite”, assieme ad altri magistrati tra cui Antonio Di Pietro. Secondo il magistrato il principale fattore che fece crollare il sistema fu il fatto che finirono i  soldi. Ogni anno la “torta” degli appalti pubblici era più grossa di quella dell’anno precedente. Questa “torta”, ovvero la quota che personalità politiche e imprenditoriali si spartivano illegalmente attraverso tangenti, aumentava all’aumentare del debito pubblico. Quando però il debito pubblico, a causa di vincoli internazionali, non è più potuto crescere, ecco il crash: la torta si è ristretta e quando la torta si restringe i commensali litigano sulla distribuzione delle fette.

Piercamillo Davigo (1950), magistrato italiano
Piercamillo Davigo (1950), magistrato italiano

La fine di Mani pulite

Mani pulite permise di rendersi conto di un sistema che nessuno conosceva e nessuno immaginava. Afferma Davigo: ”noi siamo abituati a pensare ad un sistema in cui gli eletti siano scelti dagli elettori e in cui le imprese competono nel mercato secondo le regole della libera concorrenza. Nessuna delle due cose è integralmente vera”. È tristemente realista. E ancor più triste fu ciò che successe all’enorme serie di inchieste giudiziarie. Mani Pulite finì lentamente. Finì perché i vari governi dei quindici anni successivi anziché cercare di contenere la corruzione cercarono di contenere indagini e processi. È stata fatta una serie di leggi attraverso cui si sono aboliti reati o sono stati trasformati in modo tale da non essere perseguibili nel concreto. Sono state cambiate le regole processuali in modo da azzerare le prove che c’erano state fino a quel momento. Ed ecco che in molti hanno potuto (e possono) dichiararsi innocenti.

Gherardo Colombo (sinistra), Antonio Di Pietro (centro), Piercamillo Davigo (destra), magistrati del pool di Mani Pulite
Gherardo Colombo (sinistra), Antonio Di Pietro (centro), Piercamillo Davigo (destra), magistrati del pool di Mani Pulite

Oggi?

Oggi la situazione non è cambiata di molto. La corruzione c’è, è spaventosamente presente. Il finanziamento della politica non è trasparente. I partiti continuano a spartirsi società ed enti pubblici secondo convenienza politica. Le mafie investono i loro capitali in queste dinamiche. E la legge, dichiara Davigo in un’intervista al Corriere della Sera, spesso “è contraria al senso comune di giustizia. E molte delle norme che applichiamo lo sono”. Come se non bastasse “la minaccia del carcere non è credibile perché il codice penale è uno spaventapasseri”.

E i cittadini? I cittadini si abbandonano ad uno stato di rassegnazione e desolazione. L’affluenza alle urne è sempre più in crisi. Guadagna consenso l’”anti-politica”. L’opinione pubblica, purtroppo, non crede che possa cambiare qualcosa. A dimostrazione di ciò, si veda lo scarso interesse per il Convegno del 7 Febbraio a Milano per il venticinquesimo di Tangentopoli: un pubblico risicato in un’Aula Magna praticamente vuota. Ad intervenire c’erano anche Antonio Di Pietro e Piercamillo Davigo che hanno manifestato amarezza. Ma questa è solo una briciola della sfiducia generale.

Ciò che preoccupa non è tanto che forse la società italiana nel suo complesso non abbia appreso una lezione dallo scandalo del 1992. Quanto piuttosto che la lezione, rimasta impressa nella mente di tutti, è che ci sfugge gran parte di quello che ci circonda. Che non si può conoscere veramente il sistema in cui viviamo. E allora forse è più facile girarsi dall’altra parte. O sbraitare contro tutto e tutti.

Samuele Nardi

 

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