Tecnologia nelle scuole: sì o no?

Scuola e tecnologia

I due mondi destinati a non incrociarsi


Nonostante le insistenti avance della tecnologia, il mondo dell’istruzione sembra non cedere. Se infatti la tecnologia abbia fatto grossi passi avanti e sia riuscita ad insediarsi nella nostra vita quotidiana sembra questo non avere alcuna rilevanza per quanto riguarda l’ambito scolastico. Il digitale fa ancora storcere il naso a molti. Non sono pochi gli insegnanti o gli operatori scolastici che prendono le distanze dal mondo tecnologico, ignorandone però tutti i vantaggi che invece si potrebbero detrarre dal suo progresso.
L’istruzione non dovrebbe farsi sostituire dalla tecnologia, ma dovrebbe cogliere l’occasione per responsabilizzare e rendere consapevoli i ragazzi degli innumerevoli utilizzi che si possono fare con essa.

La tecnologia a scuola: la questione che spacca a metà

L’introduzione del digitale nelle scuole è in Italia ancora qualcosa che fa discutere, che non riesce a mettere tutti d’accordo. Nonostante non vi siano delle ricerche scientifiche che rivelino gli effetti relativi all’apprendimento con la tecnologia, questo tema continua a creare polemiche. Un effetto ovvio però, è l’utilizzo che quotidianamente i giovani ( e non solo) fanno di smartphone e tablet, che più che un uso è un vero e proprio sfruttamento superficiale. La maggior parte degli utenti non sono in grado di sfruttare le reali potenzialità che la tecnologia ha da offrirgli.
Basta soffermarsi un attimo sul rapporto sul digital reading pubblicato recentemente dal ministero dell’Istruzione, da questa ricerca si capisce che i ragazzi sono capaci di navigare nel web senza problemi a meno che, non si tratti di fare ricerche più approfondite, in quel caso si smarriscono. Il rapporto conclude sostenendo che: “emerge chiaramente la necessità di integrare le tecnologie digitali nella didattica e di sperimentare nuove metodologie nella pratica pedagogica quotidiane”. E più avanti sottolinea come “l’insegnamento nel XXI secolo non deve considerare la tecnologia come il centro del processo educativo, deve piuttosto promuoverne l’uso consapevole e critico, attraverso pratiche che abbiano l’obiettivo di formare studenti in quanto e-citizen consapevoli, aggiornati e creativi”.

Anche Roberto Maragliano, docente di Tecnologie dell’Istruzione e dell’apprendimento presso l’Università di Roma Tre, interviene sul tema sostenendo che il digitale crea problemi ma precisando che: “La tecnologia ha il grosso pregio di essere trasparente: permette di vedere cose che prima non potevi vedere. Quindi oggi ci permette di comprendere che l’apprendimento è un processo complesso, per il quale non è più sufficiente il vecchio modello di apprendimento statico frontale basato sulla spiegazione e sulla restituzione, molto semplice e rassicurante, ma non adatto ai tempi attuali”. Il digitale permette così di portare anche tra le mura delle classi la complessità della realtà esterna e consente, per esempio, di sfruttare l’integrazione tra vari linguaggi: non solo la lingua scritta, ma anche l’audio, il video, l’immagine, tutti insieme.
“Ma – prosegue Maragliano – costringe a rimettersi in gioco per ridiscutere cosa e come insegnare, così come a cambiare la qualità dei contenuti, e non è un caso che oggi il digitale sia sfruttato più facilmente nella scuola primaria, laddove c’è maggior flessibilità e maggior attenzione all’apprendimento spontaneo, mentre nella secondaria prevale la disciplina rigida dettata dalle materie”.

Ma come già detto, questo è un tema dalle mille visioni. Una di queste, ci viene offerta da Benedetto Vertecchi, docente di Pedagogia sperimentale all’Università Roma Tre, esprime così il suo scetticismo verso l’era tecnologica e l’introduzione di questa nella vita scolastica:” La tecnologia può produrre risultati eccezionali se applicata nella scuole con funzioni strumentali e se non proposta in chiave imitativa, così come è successo finora […]
[…]”I bambini hanno bisogno di stabilire una connessione funzionale tra la capacità mentale e la sua traduzione in azioni: è un processo molto complesso, che deve essere supportato nel suo sviluppo. La scrittura è un’attività assolutamente necessaria a questo scopo costringendo a elaborare il pensiero per arrivare a ragionamenti logici e strutturati, mentre la sostituzione con la tastiera impedisce questo apprendimento”.
Vertecchi ritiene siano tante le conseguenze che l’introduzione del digitale possa provocare agli studenti:” una caduta nella capacità di scrivere, sia sotto forma di difficoltà nell’ortografia – affidata ai correttori automatici – che nella capacità di organizzare correttamente i concetti; il dominio del “copia e incolla” provoca una seria difficoltà di coordinare e strutturare il pensiero che si trasforma in conseguenti problemi dell’apprendimento; la certezza di riuscire a trovare sempre una risposta all’esterno della propria testa porta a un preoccupante deterioramento della memoria. Per Vertecchi la scuola deve tornare a puntare sulle attività manuali libere e sulla scrittura e vietare i device tecnologici prima dell’adolescenza.

Anche Adolfo Scotto nel suo libro Senza educazione. I rischi della scuola 2.0 denuncia la fiducia eccessiva che è stata data al mondo digitale e del conseguente potere di tablet e computer. Secondo Scotto per una buona scuola sono necessari buoni insegnanti, la tecnologia crea solo problemi di apprendimento.

Per Dianora Bardi è necessario rendere gli studenti consapevoli ad un buon uso della tecnologia, come è necessario rendere gli stessi studenti, protagonisti del percorso di apprendimento.

Anche l’Ocse sottolinea nel suo report dedicato al digitale a scuola che “aggiungere le tecnologie del XXI secolo alle pratiche di insegnamento del XX semplicemente diluisce l’efficacia dell’insegnamento: la tecnologia può amplificare l’effetto di un ottimo insegnamento, ma un’ottima tecnologia non può sostituire un cattivo insegnamento”.

Smartphone in classe?

La tecnologia, il tema più dibattuto a livello sociale ma soprattutto scolastico. Per questo l’annuncio della ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, riguardo l’insediamento di una commissione ministeriale per costruire le linee guida dell’utilizzo di smartphone in classe a scopi puramente didattici ha scatenato reazioni contrastanti.
Sebbene via siano opinioni diverse e discordanti, il piano nazionale è stato avviato e potrebbe rappresentare per l’Italia una svolta in ambito scolastico.
In attesa delle linee guida promesse dalla nostra ministra, non ci rimane altro che sperare che perlomeno qualunque professionale sarà ben formato, con la giusta conoscenza e padronanza quanto consapevolezza dei vantaggi e dei rischi, che si può incorrere con l’utilizzo della tecnologia. Insomma, la svolta dell’Istruzione potrebbe rappresentare finalmente anche una svolta digitale, in cui le persone saranno in grado di fare scelte appropriate.
A contrastare l’iniziativa è sempre il timore che i ragazzi possano dimenticare come si scriva a mano abituati al t9, timore che però viene evidenziato da numerosi studi e ricerche che collegano tale attività al pensiero e al conseguente sviluppo di importanti facoltà mentali.
Molti accentuano la propria tesi facendo riferimento all’uso eccessivo delle app e di come queste in un certo senso possano aver preso controllo della nostra mente arrivando addirittura ad organizzare, calcolare, ricordare al posto nostro così come fanno leva che le app stiano sostituendo l’esercizio della memoria, facilitandoci da una parte la vita ma dall’altra rovinandocela.

E se fossero le app a salvare le scuole ?

Dall’inizio dell’anno scolastico 2017/2018 negli Stati Uniti è stata introdotta Remind, l’app che consente agli insegnanti di gestire i rapporti con studenti e genitori attraverso il cellulare. L’app è stata ideata dal 27enne Brett Kopf che nel 2009 aveva creato insieme a suo fratello una startup omonima nella città di San Francisco.
Sono un milione gli insegnanti che hanno scaricato l’app e 17 milioni tra studenti e genitori. Disponibile gratis in versione iOS e Android, in Stati come il Texas, Alabama, e la Georgia, il 40 /50% dei docenti utilizza Remind. L’applicazione ha subito acquistato nuove funzionalità e raggiungendo il terzo posto tra le applicazioni migliori sull’App Store di Apple.
Inizialmente il software era stato ideato per disturbi di apprendimento scolastico come la dislessia, lo stesso Brett da piccolo ne è stato affetto, in modo tale che gli insegnanti potessero mantenere una comunicazione costante e immediata con genitori e alunni, informandoli di compiti da svolgere a casa, o ricordando scadenze di interrogazioni e orari di ricevimenti. Importante app utile anche ad avvisare le famiglie quando la scuola rimarrà chiusa per cattive condizioni di tempo o su altre insolite circostanze. I genitori, oltre tutto, sono in grado di controllare anche se i loro figli sono stati diligenti in classe e, eventualmente, la loro assenza ingiustificata. Attraverso Remind è possibile, del resto, inviare, anche programmandoli, documenti, foto e messaggi di testo.
Nell’ultima versione è stata introdotta la funzione di messaggistica vocale e alcuni opzioni di risposta ad icone (stella, punto interrogativo ecc.) per il ricevente, in modo da avere un feedback immediato e aumentare il coinvolgimento della classe.
L’app permette di riprendere argomenti compresi meno, di porre domande e richieste sulla difficoltà della materia, o persino sulla partecipazione ad una gita scolastica. Ma Brett è stato scrupoloso, Remind infatti nasconde il numero telefonico di ogni studente al proprio insegnante inoltre, non è permesso inviare messaggi individuali ma solo di gruppo. L’obiettivo è quello di connettere ogni insegnante, studente e genitore in modo tale da migliorare l’attività scolastica.

Ma sono tante le app che possono facilitare l’apprendimento in ambito scolastico, sebbene con funzioni differenti e più o meno avanzate. Tra le tante si possono menzionare TeacherKit , Smart Seat , Blackboard , Edmodo , che integra funzionalità di gestione della didattica tipici dei Learning Management System (LMS), o Schoology , chiamato Facebook degli insegnanti, e Google Apps for education , che include la piattaforma Google Classroom.
E l’Italia da che parte va? In diverse scuole si ricorre alla tecnologia principalmente grazie all’intraprendenza del singolo dirigente e insegnante, vengono usate principalmente le app di Google, Skype, o i social network per stabilire una rapporto continuativo e proficuo con i propri alunni.
“Dopo una prima fase di utilizzo di Facebook si è passati però a strumenti più specifici” – fa notare Alessandro Bencivenni, docente di ruolo della Scuola Secondaria di Secondo Grado e fondatore del blog Profdigitale.com.
Nel sito, dedicato all’innovazione digitale nella scuola italiana, in cui si vanno pian piano diffondendo app per la comunicazione insegnanti-famiglia come ClassDojo , si trovano utili recensioni su applicazioni quali Heux , Nearpod e l’italiana SocialClassroom , mentre, contemporaneamente, si affrontano temi legati all’adozione del BYOD (Bring your own device), richiamato anche nel documento “La buona scuola ”, che implica la possibilità di utilizzo in classe di tablet e telefonini di proprietà degli studenti.

Informazioni sull’impiego di applicazioni come Edmodo si possono ottenere pure visitando le pagine di Insegnantiduepuntozero , fondato da Giuseppe Corsaro, insegnante presso l’Istituto Leonardo da Vinci di Mascalucia (CT), il quale amministra il gruppo Facebook Insegnanti 2.0 con oltre 12000 iscritti. Novità interessante, sottolinea Enrica Bricchetto, docente e media educator dell’I.I.S. C.I. Giulio di Torino, è l’iniziale diffusione nelle scuole delle app del registro elettronico per consentire ai genitori di accedere dai dispositivi mobili ai dati sulle pagelle e sul percorso scolastico dei figli.

Una soluzione introdotta, per esempio, dall’Istituto Majorana di Brindisi, una delle realtà, sotto la guida del dirigente scolastico Salvatore Giuliano, più all’avanguardia nell’uso della tecnologia digitale come gli iPad, che ha introdotto Classeviva . Un programma di più ampio respiro di sperimentazione delle applicazioni mobile per fini didattici e inclusivi è, invece, quello portato avanti dall’Istituto comprensivo statale di Cadeo e Pontenure . Le app nell’ambiente scolastico sono una rivoluzione – sostiene il preside Daniele Barca – soprattutto per l’inclusione, perché rende i bambini tutti uguali, capaci allo stesso modo di svolgere un’attività, superando gli svantaggi delle disabilità.

Grazia Scano 

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