Una manifestante sostenitrice del "leave" davanti Westminster (fonte: homesandproperty.co.uk)

Theresa May ha attivato il meccanismo per completare la brexit

La lettera che cambierà il futuro del Regno Unito

Ieri, 29 marzo, Theresa May ha dato ufficialmente il via al processo che porterà a termine la brexit. Lo ha fatto inviando al presidente del Consiglio Ue la lettera di notifica con la quale ha richiesto l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

La premier Britannica Theresa may (fonte: stopeuro.org)
Il primo ministro del Regno Unito Theresa May (fonte: stopeuro.org)

La lettera 

Dopo il referendum dello scorso giugno, il Regno Unito compie un altro passo verso la fuoriuscita dall’Unione Europea. Con la lettera indirizzata al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, la premier britannica Theresa May ha richiesto formalmente l’avvio del meccanismo previsto dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Nella giornata di ieri, ha preso dunque concretamente forma un processo che non mancherà di essere insidioso e per diversi aspetti imprevedibile. Nel frattempo, si sprecano commenti ed opinioni su quali saranno le concrete conseguenze di brexit per i cittadini britannici e non solo.

Questioni aperte

All’attivazione dell’articolo 50 seguirà una fitta serie di trattati tra Ue e Regno Unito, con i quali le parti dovranno negoziare le condizioni che determineranno la fuoriuscita. Come si legge nel testo dell’articolo, infatti, “[…] l’Unione negozierà e concluderà un accordo con lo Stato, stabilendo le disposizioni per il suo ritiro, tenendo conto del quadro per le future relazioni con l’Unione”. Ed è proprio sulle “relazioni future” che si concentrano le previsioni dei protagonisti e le analisi dei commentatori. Molte sono infatti le questioni aperte la cui risoluzione dipenderà dagli esiti dei trattati. 

La situazione economica

Theresa May ha ribadito che il Regno Unito lascerà anche il mercato unico, nel rispetto della volontà popolare dei britannici. Sulle conseguenze economiche a breve termine, la premier ha fornito una rassicurazione rilevante. Ha infatti affermato che “le aziende britanniche dovranno poter operare nell’Ue e quelle dell’Unione europea in Gran Bretagna”. Non ha però escluso che, in futuro, la Gran Bretagna potrà sottoscrivere accordi commerciali con Paesi extra-Ue. I più scettici sottolineano come la sterlina abbia subito una svalutazione del 16% sul dollaro USA (e del 13% sull’euro) negli ultimi mesi. In effetti, i rischi potenziali sono molteplici. Tra questi, gli eventuali dazi sull’import-export che potrebbero soffocare gli scambi tra il Regno Unito e i Paesi Ue. O ancora, i dubbi sulla permanenza in UK di migliaia di aziende europee.

Oggi cittadini, domani forse no

Un altro nodo cruciale riguarda la futura libera circolazione dei cittadini europei entro i confini del Regno Unito. Le norme europee attuali permettono ad ogni lavoratore membro di entrare in un Paese Ue diverso dal proprio e di rimanervi senza limiti temporali. Dopo i negoziati, però, saranno introdotte alcune restrizioni relative proprio all’estensione del periodo di permanenza. E lo scoglio da superare riguarda la data a partire dalla quale non saranno più valide le norme Ue in materia. Secondo i funzionari Ue, questa non potrà essere che il 29 marzo 2019, ovvero quando si concluderà il processo avviato con l’articolo 50. Il governo britannico auspica, al contrario, che sia ammessa una retroattività su questa data. A Downing Street, la speranza è che questa si possa identificare nella giornata di ieri o addirittura in quella del 23 giugno 2016, giorno del referendum. 

Il nodo scozzese

Particolare attenzione merita il conflitto politico in atto tra il governo londinese e quello di Edimburgo, in Scozia. Nello stato celtico, i voti a favore della permanenza nell’Unione Europea avevano prevalso nettamente (68%). Così, la Scozia si trova di fronte ad una scelta politica di portata storica che va contro la volontà di buona parte dei suoi cittadini. Ed è una situazione che ha favorito l’inasprimento dei rapporti con Londra. Tanto che il parlamento scozzese, il 28 marzo, ha autorizzato la propria premier Nicola Sturgeon a richiedere l’indizione di un nuovo referendum sulla permanenza della Scozia nel Regno Unito dopo quello del 2014. Da Londra, May ha dato risposta negativa senza possibilità di trattativa. 

Le 19mila leggi 

Le difficoltà che deriveranno dall’applicazione dell’art. 50 emergono anche nei suoi aspetti più prettamente tecnico-burocratici. Infatti, nel diritto britannico si contano circa 19mila leggi europee. Estremamente complicate saranno le operazioni di riconversione di quest’ultime in leggi nazionali. Un primo passo in questo senso sarà compiuto con l’abolizione del codice del 1972 che aveva permesso l’ingresso della normativa comunitaria nella legislazione statale. Ma l’attività di trasposizione legislativa che il parlamento dovrà portare a termine costituirà una procedura tanto articolata quanto inevitabilmente lunga.  

Chi esulta e chi si interroga

Tra i brexiters è diffuso l’entusiasmo tipico di chi vede il proprio sogno diventare realtà. C’è il Daily Telegraph che titola “Independence Day” con tono trionfalistico. E c’è Nigel Farage, che si è detto “entusiasta di aver oltrepassato il punto di non ritorno“. E l’equilibrio tra supporters e opponents si rompe nella distanza di vedute tra le due fazioni. “Non c’è motivo di dire che sia un giorno felice”, ha twittato il presidente del consiglio Ue Donald Tusk. Ancor più pragmatico è il commento del Guardian, che parla di un “salto nell’ignoto“. Le posizioni sul post-brexit, insomma, si dividono tra chi è certo di un futuro prospero all’insegna della nazione sovrana, e chi invece si preoccupa e cerca di interrogarsi sulle incertezze che ne conseguono.

Nigel Farage, leader dello UKIP, principale dei partiti britannici a favore della Brexit (fonte: ukip.org)
L’ex leader dello UKIP Nigel Farage, tra i principali sostenitori della Brexit (fonte: ukip.org)

Sulle spalle dei cittadini 

Oggi, certo, non sarebbe credibile tirare le somme su di un processo storico che è cominciato formalmente pochi mesi fa e si è fatto concreto tecnicamente solo ieri. Ma è indubbio che le analisi su di esso si debbano concentrare su ciò che concretamente “brexit” significherà per i cittadini. Perchè ogni processo storico nasce e si sviluppa sulla base delle scelte di chi, in una forma o nell’altra, detiene il potere. Ma alla fine, sono sempre i cittadini a pagare le conseguenze, siano esse positive o negative, di queste scelte.  

Luca Mercanzin

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