THOR: RAGNAROK – Guardians of the GalAsgard

We come from the land of the ice and snow

The hammer of the gods

To fight the horde, and sing and cry

Valhalla, I am coming!

Data Astrale 2014. L’MCU si arricchisce con Guardiani della Galassia, cinecomic tratto da alcuni dei personaggi meno conosciuti dei suoi fumetti. Colpaccio. In assoluto il miglior prodotto Marvel – Disney  ancora oggi, merito da dare interamente al suo creatore, James Gunn. Nel 2017 esce Thor: Ragnarok, terzo capitolo della saga dell’ Asgardiano, reduce da un secondo capitolo mai entrato nel cuore dei fan.

I quattro anni passati da quel secondo capitolo però hanno cambiato drasticamente la rotta sulla quale viaggia il Biondo Hemsworth. Da serioso eroe Fantasy diventa un comico eroe interplanetario, diviso tra la Terra, Asgard e Sakaar. Questa trasformazione ci riporta al film di Gunn. Sia sal punto di vista grafico, con gli ammiccamenti agli anni Settanta-Ottanta (con l’uso fin dal trailer di Immigrant Song dei Led Zeppelin e i colori al neon), sia per il tono, molto più leggero e divertente rispetto alla solennità dei primi capitoli.

Quello che può fare un buon taglio 

Thor. Alto, bello, fisicatissmo, australiano che si finge nordico (fin da prima del Travis Fimmel di Vikings), lunghi capelli biondi. Fino ad’oggi ci avevano dato in pasto questo cavaliere, che non riusciva a capire le convenzioni umane, ma che dentro di sé aveva un potere immenso, datogli dal suo martello, Mjolnir. 

Martello che in questo film viene frantumato dopo circa un quarto d’ora, con buona pace dei fan norreni. Tolta la sua arma Thor passa da essere dio a essere scarto e poi gladiatore a Sakaar. E qui si perde un altro degli elementi simbolo del protagonista. I suoi capelli. Nuovo taglio di capelli che porta ulteriori cambiamenti, come da tradizione. Questo nucleo centrale della storia è un film nel film, dove l’arrivo del gigante verde (prima) e Bruce Banner (dopo) crea una sintonia da buddy movie.

Quei film alla Arma letale dove l’azione e la commedia vanno di pari passo. Non potevamo volere di meglio dalla saga Marveliana che più di tutte era stata tacciata di essere troppo seriosa.

Non tutto l’oro di Asgard luccica

Amo la Marvel. Preferisco il suo stile scanzonato e leggero a quello dei cinecomics Warner Bros. tutti cupi e incazzosi. Però la Marvel c’è una cosa che di film in film continua a sbagliare. I suoi cattivi. Qui non è da meno. Hanno chiamato Cate Blanchett (a differenza di 22 Jump street, dove alla fine lei non c’era), l’hanno resa una strafiga in total black e per più di metà film neanche rappresenta un problema. Lo è un po’ all’inizio e ancora meno alla fine. Le hanno dato una motivazione per renderla cattiva, ma tecnicamente è lei ad avere ragione di essere dove sta. Mah, continuiamo a pregare San Thanos, che almeno lui scampi a questa maledizione.

Sakaar. Il pianeta trash

La Marvel con questo Thor: Ragnarok ha giocato con i suoi stessi fumetti. Ha mescolato la saga di Ragnarok, che racconta di una sorta di Apocalisse, con quella di Planet Hulk, dove il Golia Verde diventa il capo di una rivoluzione contro un tiranno stellare. Due saghe drammatiche per i loro personaggi e per le conseguenze che hanno avuto su tutta la continuity dell’Universo Marvel.

In Thor: Ragnarok Sakaar perde ogni impronta drammatica e tutti i personaggi che lo popolano diventano comici. Questa cosa infetta tutto il film, dandogli un tocco trash che rischia di non piacere a tutti. Loki e i gladiatori, scendono a un livello di quasi stupidità. Ad Asgard a fare la parte dell’idiota abbiamo Skurge, che ci regala una delle scene più fomentose dai tempi di “nella mia fattoria coltivo piombo” in Tropic Thunder.

Per qualcuno Thor: Ragnarok potrebbe non essere il film che voleva, ma sicuramente è il film di cui Thor aveva bisogno.

 

 

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