Tony vs Brexit: il ritorno di Blair nella politica Britannica

Il 17 febbraio a Londra l’ex Primo Ministro ha tenuto un discorso per Open Britain e le sue parole non sono passate inosservate.

 “Voglio essere esplicito. Sì, il popolo Britannico ha votato per lasciare l’Europa. Ed io approvo il fatto che il volere del popolo prevalga. Io riconosco che non ci sia una grande volontà per un ripensamento. Ma la gente ha votato senza conoscere i termini della Brexit. Quando questi termini diventano chiari, è un loro diritto cambiare idea. La nostra missione è persuaderli a farlo.”

Firmato, Tony Blair. Era il 17 febbraio scorso, solo tre giorni dopo la Camera dei Lord avrebbe cominciato la prima parte del dibattito che farà  partire il processo Brexit.

La mossa di Blair è stata quella di un gambler come direbbero gli inglesi, da scommettitore. Se nessuno voleva prendersi quella fetta di popolazione che lotta ancora contro la Brexit, lo ha fatto lui, richiedendo la creazione di un movimento inter-partitico che possa sviluppare nuove forme di comunicazione per convincere altre persone.

 Come ha scritto John McTernan sul Guardian:

Lui è tornato. E non è vero che ci è mancato? Il discorso di Blair ad “Open Britain” ha elettrizzato il dibattito sulla Brexit. Perché? Semplice. Lui sta offrendo una leadership – ed è quello che il paese brama. È una nuova, terza, via: non l’incompetenza di Jeremy Corbyn né il codazzo codardo (craven followership ndr) di Theresa May, ma un dibattito ottimista e basato su principi per un futuro migliore per il Regno Unito.

L’abilità come oratore di Blair era ed è tuttora conosciuta e anche in questa occasione alcuni passaggi del discorso sono particolarmente riusciti

 

“They will say we don’t represent the people. We do”

Il Contesto

Il problema è che però l’intervento di Blair si colloca in un momento particolarmente complicato per la politica Britannica. Soprattutto per il Labour, partito che Blair aveva riportato alla vittoria dopo pesanti sconfitte cambiandone però anche l’anima.

L’ex Primo Ministro, infatti, ha risollevato nel 1994 un partito in crisi allontanandolo però decisamente dalla parte sinistra dello spettro politico. Dal partito dei lavoratori al Nuovo partito dei lavoratori, più giovane meno integralista.

Nel suo discorso Blair ha parlato così del Labour:

“La debilitazione del partito Labourista ha agevolato la Brexit, odio dirlo ma è così.”

Il punto è che sei giorni dopo il discorso si votava per le by-elections  a Copeland e Stoke-On-Trent, due roccaforti labouriste. Stoke-On-Trent è rimasta al partito di Corbyn. A Copeland, invece, hanno trionfato i Conservatori. A Copeland i Labouristi vincevano da più di 80 anni.

Molti hanno accusato Blair di aver destabilizzato l’ambiente a pochi giorni dalle votazioni ma l’ex PM non è mai stato un grande ammiratore di Corbyn. In questa intervista consigliava a chi si era fatto rapire il cuore dal nuovo segretario di farsi un trapianto, tanto per dirne una.

Nell’editoriale del Guardian si dice:

“Se la prova che un testo sia efficace sta nella sua capacità di generare titoli e dominare le conversazioni, la chiamata di Blair per un ripensamento sulla Brexit è stato un enorme successo. Meno, forse, se la prova era persuadere le persone che non sono già d’accordo con lui.”

Questa è un’argomentazione importante, in effetti sembra che i rimorsi per la Brexit non siano molto forti e che i cittadini valutino il lavoro della May coerente e rispettoso del risultato del referendum.

Theresa May

Tony Blair? No, thanks

Blair infatti ha ricevuto molti commenti negativi per il suo discorso, soprattutto per il paternalismo mostrato ma anche per le sue azioni quando era Primo Ministro. La guerra in Iraq, la seconda ondata di globalizzazione che lo ha visto protagonista insieme a Clinton e che sembra essere responsabile del crollo attuale della Middle Class, non lo rendono un personaggio credibile.

“L’ex primo ministro, come ogni altro cittadino, è libero di fare campagna per qualsiasi causa nella quale crede. Ma non è la persona giusta per suonare questo squillo di tromba. Dopo un decennio a riempirsi le tasche con consulenze per regimi despotici e Corporation piene di ombre, la sua credibilità è intaccata.”

Questo si legge sul leading article del Times del 18 febbraio. Ma è soprattutto il paternalismo di Blair che sembra cozzare contro tutto quello che i Brexiteers mostravano di volere.

No agli esperti

Brendan O’Neill scrivendo su The Spectator ha riassunto esattamente questo in un articolo al vetriolo.

“Quello che non capisce è che la Brexit era un voto contro questa politica di ‘noi sappiamo meglio’. Contro questo nuovo paternalismo. Contro la prospettiva della Terza Via di Bruxelles e Blairismo che eleva la tecnocrazia sopra la democrazia. Contro i nuovi oligarchi che si sono isolati da soli e il loro decisionismo per l’opinione pubblica. Contro la nozione che la politica dovrebbe essere fatta da esperti piuttosto che dalle masse, da gente sveglia a Bruxelles o Open Britain invece che operai Gallesi o casalinghe del nord o uomini dell’Essex. Il popolo Britannico è già insorto, Mr. Blair, e lo ha fatto contro qualsiasi cosa per la quale lei si schiera.”

Brexit at any cost

L’abilità di Blair in questo caso, però, è stata quella di enfatizzare quanto questo governo sia totalmente dedicato ad una Brexit At Any Cost, rendendo così impossibile un dibattito effettivo sui costi di questa operazione.

The road we’re going down is not simply Hard Brexit. It is Brexit At Any Cost.

Sempre su The Spectator è stato Alex Massie a difendere questa argomentazione

“Da quando questionare il governo è diventato inappropriato? A quale punto e da chi è stato decretato che il dissenso è immorale? ‘Brexit significa Brexit, quindi statevene buoni. Non capite che avete perso? Chiudete la bocca voi, voi, voi Remoaners’” (lamentosi che hanno votato Remain)

E ancora

“Tutto quello che Blair ha fatto oggi è stato esortare che quelli che pensano che si debba continuare a discutere i termini della Brexit così da influenzare l’opinione pubblica e contemplare un nuovo corso. Non ci dovrebbe essere nulla di terribilmente controverso in questo, nemmeno se lo ha fatto uno come Tony Blair.”

D’altro canto uno dei volti più famosi dei Leavers, Nigel Farage, aveva ammesso che una sconfitta di misura – un 52%-48%- da parte del Remain avrebbe dato inizio ad una lotta per un secondo referendum. Sembra evidente che possa essere possibile anche il contrario.

Come andrà a finire?

Politicamente non sembra che la mossa di Blair possa avere un riscontro effettivo. Difficilissimo se non impossibile impedire la Brexit. La sua proposta di creare un dibattito più acceso sui termini di questa uscita sembra però sensata e razionale, poter discutere questi termini è un diritto. Una Brexit At Any Cost sembra più un’ostentazione di orgoglio che una manovra politica. 

Non è da escludere che la proposta di Blair cada nel nulla e scompaia nel giro di qualche mese. Una riflessione però va fatta. Ad occupare uno spazio politico interessante, composto sicuramente da un buon numero di persone contrarie alla Brexit, è stato un vecchio politico scaltro. A farsi avanti per prendere una posizione scomoda ma accattivante è stato Tony Blair.

 

  Matteo Gabbrielli

 

Letture consigliate

 

https://www.theguardian.com/politics/2017/feb/21/brexit-weekly-briefing-blair-calls-for-uprising-as-peers-begin-debating-bill

https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/feb/20/tony-blair-brexit

https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/feb/17/the-guardian-view-on-tony-blairs-brexit-speech-the-message-not-the-messenger

http://www.telegraph.co.uk/opinion/2017/02/20/tony-blair-peter-mandelson-ignore-lessons-history-brexit/

Il passaggio Labour al New Labour operato da Blair e dal suo staff è ben raccontato nel III Capitolo di “Come si vincono le elezioni, elementi di comunicazione politica” R. Grandi, C. Vaccari, Carrocci Editore: Roma 2014

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