sequel-t2

Trainspotting: non c’è cult senza sequel

I treni passano e noi li guardiamo

Sequel. Basta una parola ad infondere timore nelle menti dei cinefili sognanti. Difficile trovare un numero due paragonabile al film d’esordio, forse impossibile. Ebbene, in questo caso si può però affermare che senza il sequel, il cult Trainspotting rimarrebbe relegato ad un ruolo iconico, obsoleto, troppo aperto.

Una tragedia da scrivere, ma me ne prendo tutta la responsabilità.

sequel-trainspotting

Fan Service e Gangster movie

Nostalgia, questa la parola chiave del sequel. Nostalgia di chi guarda con sdegno un prodotto apparentemente fallace che ripercorre i binari degli Anni ’90. Nostalgia dei personaggi immersi in un mare (questa volta non dentro al peggior cesso di Scozia) di fan service e scazzottate. Una caduta di stile (?), può essere. Boyle introduce piatti appetitosi per le tavole imbandite in onore delle grandi platee, differentemente dalla ratatouille da consumarsi con cucchiaio per i palati più raffinati del 1996. Difficile rintracciare la motivazione delle eccessive performance da gangster movie riservate ai villain del film, Begbie in primis.

La differenza si sente

Iggy Pop, Underworld, David Bowie, Joy Division i principali interpreti della colonna sonora del primo Trainspotting, da citare anche la London Festival Orchestra. Difficile rintracciare tale magnificenza nel sequel, dove Queen, Wolf Alice e Iggy Pop vengono trascinati inesorabilmente a fondo dalle sequenze cui sono allacciati. Sì, la soundtrack è probabilmente il punto di debolezza di Trainspotting 2.

sequel-begbie-trainspotting

Ma quindi il sequel a cosa serve?

Trainspotting 2, cari lettori, ha l’oneroso compito di dare un significato al primo capitolo. Eresia? Può darsi, tuttavia seguendo il ragionamento potreste accorgervi che Boyle ve l’ha fatta, e manco ve ne siete accorti. Scindiamo per un momento le sequenze pro-botteghino dalle linee più plastiche e connotative del secondo film. Sei un turista nella tua adolescenza, l’emblematica frase del film. Cosa significa? Be’, tutto è cambiato senza cambiare. Per comprendere questo concetto è necessario rifarsi ad alcune sequenze chiave del primo Trainspotting, una su tutte quella della disintossicazione di Mark Renton. La ricerca costante di una salvezza che non c’è, accompagnata dal Carmen in sottofondo.

Nel secondo capitolo, infatti, il cerchio si chiude: nessuno dei personaggi trova una catarsi dalla Doom Generation nichilista in cui si sviluppa la storia. Tutti i soggetti rimangono imprigionati nella campana di vetro nella quale sono tutti liberi prigionieri. Ad ogni azione positiva per il gruppo corrisponde inesorabilmente una reazione distruttiva. L’unico mezzo per scampare all’oblio della società sembra essere la morte (e le parole di Sick Boy dinanzi alla tomba di Tommy ne sono esempio), dalla quale però i personaggi vengono si sottraggono a vicenda. Il finale aperto del primo film in cui Mark sembra poter trovare la redenzione col bottino, Spud ha la salvezza a portata d’armadietto e Sick Boy e Berbie  sembrano avere quello che meritano, viene completamente distrutto dal comune denominatore: l’illusione.

sequel-t2

Scegli il treno verso casa

Inoppugnabile la critica di quanto Trainspotting 2 si rifaccia al primo, inevitabile. Impossibile dare torto a chi sottolinea la reiterazione costante. L’oppressione dell’eroina è svanita, ma sono subentrate altre prigioni. La necessità del sequel sta proprio qui: il ritorno, l’eterno ritorno. Impensabile la distorsione della storia. Encomiabile l’alternanza campo-controcampo nel primo vero dialogo tra Mark e Sick Boy. I due infatti vivono nel passato, che è presente, ma che non diverrà mai futuro. Si pensi infine al progetto per il pub. Diverrà realtà? Naturalmente no. Nonostante il cambiamento sia evidente non si può che rimanere ancorati nei ricordi, soprattutto se a narrarli non è una voce fuori campo.

Gianluca Minuto

One thought on “Trainspotting: non c’è cult senza sequel

Rispondi