Il treno delle storie è in partenza

La vita è un treno


Nonno Alessandro e suo nipote Antonio


– Guarda Antonio! Guarda qui, guarda dal finestrino. Cosa vedi?

– Sempre le stesse cose, nonno! Le stesse di una settimana fa.

– Non dire così. Guarda meglio.

– Allora… gli alberi, la stazione, i binari merci, le postazioni di lavaggio. Lì c’è la polizia ferroviaria, là le officine. Ah, il pub. Certo, il pub sul ponte.

– E basta?

– Nonno…

– Guarda, Antonio. Partivo da qui. Binario 10. Partivo ogni settembre, ogni Pasqua, Natale, poi giugno, luglio, insomma ogni estate. E ogni volta, che nevicasse o ci fossero 35 gradi, sapevo cosa avrei visto.

– Ora lo so benissimo anche io.


(Sorridono)

Alessandro riprende.


 – Avrei visto me e un altro viaggio, un’altra partenza, un altro ritorno. Avrei visto mio papà, Ant…

– Sì, sì, è a lui che devo il mio nome.

– Esatto. Sapevo avrei visto Rosanna, mia mamma, la ricordi?

– No, nonno, come potrei?

– Già. Era perfetta. Gonna nera, giacca, trucco e capelli a posto. Che nevicasse o ci fossero 35 gradi, lei era là. Bellissima. Mi aspettava al binario 2, accanto al sottopassaggio. Oppure in auto, quando papà parcheggiava in doppia fila e la lasciava lì. Di fretta.

– Si, si, poi posavi le valigie, chiudevi lo sportello e ti chiedevano “come stai, figliolo?”. Nonno? Ma non ti stanchi a raccontare sempre le stesse storie?

– Hai ragione, Antonio, se ti annoio la smetto.

– No, no, dai! Solo dimmi qualcosa che non so.

– Qualcosa che non sai…

– Mmm… (Scuote la testa)

– Allora… Asti e Alessandria non sapevo se esistessero davvero.

– Come il Molise!

– Sì, 12 anni in Piemonte e mai che abbia avuto occasione di andarci. Ho dovuto aspettare che mi convincesse tua nonna. A me le stazioni bastavano.

– Perché c’è altro da vedere?

– Non saprei. (Ride) Comunque, dopo Alessandria c’è Piacenza. Ѐ grigia: km e km di foschia e campi piatti. Dunque, Piacenza, Reggio Emilia e quella meravigliosa stazione di Calatrava, poi Bologna! Aaah, Bologna per me è un’ora, una favola. Ѐ la mia mezzanotte, la mia scarpetta di cristallo. Sapevo che era il momento di chiudere tutto e abbandonarmi a quel “materasso”. Cazzo se era scomodo!

– Nonno!

– Si, si, scusa. Rimini…

– Ma hai intenzione di raccontarmi tutta la tratta?

– Tu mi hai chiesto di…

– Si, ma non credevo… vabbè, continua nonno, continua!

– Stringo, ho capito. Ѐ solo che quel treno, INTERCITY NOTTE 757 – 20.20 TORINO P.N. – 8.53 LECCE; car 8:43; PNR… quel treno è 12 anni della mia vita. Andata e ritorno. Dal pub sul ponte ai peschi della pianura padana, dai canestri nelle acque di Ancona ai palazzi abusivi d’Abruzzo, dai panni appesi agli ulivi, gli ulivi…su quei binari è passata una vita. 12 anni di viaggi e quante storie in quelle cuccette C4 COMFORT PROMISCUO…

– Storie, storie, sempre storie. Nonno parli come se questa vita fosse un libro di racconti.

– Un volume unico. (Sottovoce) Era il titolo di una canzone che amavo tanto.

– Cosa?

– Nulla, nulla. La nostra conversazione aiuta a ricordare vecchie canzoni, vecchi libri.

– Tipo?

– Hai mai letto “La vita è un treno per Torino”?

– No. Mai sentito.

– Ѐ narrativa moderna. Ѐ nella mia libreria. Lo cercherò per regalartelo. Ѐ la storia dell’autore, Bruno Panebarco, ma è un po’ anche la mia storia. Sai, mi piacciono i treni…

– Si era capito! E allora?

(Sospira) Allora scrivo, registro, appunto. Almeno lo facevo. Scrivevo con gli occhi su quel treno. Osservavo e portavo a casa in valigia. Segnavo luoghi, visi, nomi. Associavo la mia vita alla loro.

– Credo di non capire.

– Ora ti faccio un esempio. Antonio e Rosanna. Mamma e papà. Te ne parlavo poco fa.

– Eh…

– Credo di averli incontrati più di una volta su quel treno.

– Ma come?

– Era il 2016. O il 2017. Bah, vabbè, è uguale. Ricordo ancora quella canzone…

 

‘…siamo la fine di maggio, l’inverno subito dopo, l’inevitabile uscita di scena e gli occhi chiusi in una foto. E adesso un altro trasloco, e forse un’altra città, un’altra strada da fare, un altro mare da guardare, un’altra vita da inventare…e arrivederci allora, arrivederci amore mio, in questo giorno che sembra Dicembre, tra gli alberi. E arrivederci allora, io non riesco a dire addio, in questo giorno che sfugge di mano, tra gli alberi. Ma ci possiamo fidare di noi, scrivimi quando vuoi…’ (Arrivederci allora, Maldestro)

Scrivevo, mentre guardavo le montagne scorrere sullo sfondo attraverso un vetro sporco e un altro tramonto. Scrivevo, sorridevo impacciato nello scompartimento, origliando discorsi, litigi, letture.

Mentre andava una sola canzone in un solo auricolare, io scrivevo. Poi spesso una domanda scontata rompeva il ghiaccio: “Tu cosa fai a Torino? Studi o lavori?” “Studio, signora.” “Ah, e cosa?” “Ingegneria.” “Quale?”

(Sottovoce) Era faticoso uscire dal proprio silenzio.

– Nonno?

– Cosa c’è?

– I tuoi genitori.

– Hai ragione, hai ragione. Era il 2017, dicevo. Ricordo quella canzone, quel viaggio più di molti altri. Ricordo io e i miei bagagli, già disposti per essere scesi, siamo in arrivo a Lecce. Guardo i sedili difronte e ancora sorrido, li immagino lì, seduti sereni a scambiarsi sguardi d’approvazione e d’amore.

– Ma chi?

– Due cari signori: avevano giusto la mia età oggi. Antonio e Signora. Mi piace pensare fosse una Rosa, Rosaria, Rosanna, per credere che lui si chiamasse come papà e lei come mamma.

– Erano simpatici?

– Molto. Antonio, 70 anni appena compiuti in una festa con 42 amici invitati (IO NON HO MAI AVUTO 42 AMICI), faceva l’operaio, l’ha fatto per 38 anni, in fabbrica a Torino. Ci era arrivato, a 14 anni, dal foggiano, per precisione da San Severo. Ogni anno come quella notte faceva ritorno per la festa del paese.

Mi raccontò che, arrivato in città alla domenica, al lunedì era già in fabbrica. Qualche mese per ambientarsi e poi la prima sbornia, presa giocando a ‘passerella’. La mattina dopo- mi disse -buttò giù il latte e la convinzione che per godersi la vita gli sarebbe bastato lavorare sodo. In realtà, non gli bastò. Ci aggiunse poche: girare il sabato sera per la sua città in macchina di amici, al più una sigaretta al giorno, tassativamente sul suo balcone, e ovviamente la sua moglie meravigliosa.

Rosa? Rosa era una donna meravigliosa, piena di vita. Lei non stava ferma un attimo, andava ovunque, o meglio andavano. Lei e la sua macchina. Ha lavorato per 41 anni, 8 ore al giorno, girando a folle in città.

Ricordo le sue parole perfettamente: “Oggi inizio ad avere paura di andare.”

Lui la interrompe: “Sta tranquilla” (con un tono tra il premuroso e il necessario).

Rosa era una donna alta e risoluta, originale nella sua bellezza consumata dagli anni, forse dal non aver avuto figli. Consumata dalla dialisi, da quelle 3 ore giornaliere che sottraeva alla sua vita e al marito. La dialisi che la fermava e in parte fermava i loro sogni. In parte, non del tutto. Dopo tanti, duri, ma soddisfacenti anni di lavoro e niente figli, nipoti lontani, si erano ripromessi che con 2 pensioni sarebbero partiti, sempre e ovunque, loro due assieme.


(Passano alcuni secondi in silenzio)


– E li hai mai cercati? Li hai mai rivisti, nonno?

– No, in quella decina di anni ho fatto centinaia di viaggi, ho incontrato centinaia di persone. La maggior parte di loro non li ho mai più rivisti. Ma ho conservato il ricordo di alcuni momenti intensi.

Mi piacciono i treni, dicevo, mi sono sempre piaciuti. In treno le persone, forse perché sanno che non ti rivedranno mai più, non hanno paura ad essere se stessi. Si raccontano. E, come vedi, io racconto ancora le loro storie.

– Sì…

– Cosa avevamo in comune? Probabilmente solo il punto di partenza e quello di arrivo. Spesso nemmeno quelli. Ma per piacere o per interesse – far trascorrere più in fretta 13 ore di bonaccia – si è disponibili a contatti più facili e spontanei. Antonio e Rosa per me sono ancora in viaggio. Chissà dove. Magari tornano a San Severo per la festa, magari sono ancora a ridere su quel treno.

– Gran bella storia nonno. Grazie. Ma ora dimmi… perché lo hai comprato?

– Perché? 12 carrozze, cabine ampie e confortevoli. Porta abiti, prese di corrente e un lavabo con acqua calda e fredda. Ore e ore di ritardo. Articoli da toilette, snack a scelta e quotidiano al risveglio. 25ml di acqua in una confezione inutilizzabile e tante, tante storie.

– Sì, ma…

– E ora, guarda, è mio.


(Rumore di ferraglia)


– Oh, scusa nonno! Scusa! Mi è caduto! Solo che tu mi chiedi di guardare in un finestrino di 1cm x 1cm.

– Tranquillo, Antonio! Non l’ho comprato per fargli prendere la polvere. E poi, su quella linea, gli incidenti non sono mai mancati.

 

Alessandro sorride, mentre si alza dalla poltrona e si avvicina alla libreria. Cerca il libro promesso al nipote.

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