O’ Tucano e il calciomercato del futuro

In un mondo governato dagli equilibri finanziari, O’ Tucano è una pedina in uno scacchiere di sole Regine

A Rio de Janeiro si crede in due sole cose: Dio e il Calcio, ma non necessariamente in quest’ordine.

Nel 2039 il calciomercato è cambiato. Le società esistono ancora, ma in una forma diversa. Il talento ha sempre le stesse vie. O’ Tucano esiste, ma tutto il resto vorrei averlo scordato.


La parola del Grande muro

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Sono tutti di fronte al Grande Muro. D’un tratto, un boato sordo esplode in sala: applausi, sorridono tutti. O’ Tucano, il nuovo fenomeno del calcio brasiliano ha appena raggiunto un accordo di massima per cedere il proprio pacchetto di maggioranza al Manchester United. Il calciomercato – nel 2039 – vive di trading, Borse e quote. I calciatori sono società per azioni e come tali trovano la propria naturale collocazione nel mondo di Wall Street.

Facebook trasmette il consueto smart-paper delle 18:00, ma ognuno sulla piattaforma blu può scegliere la propria dieta mediatica con semplicità. Io seleziono l’edizione sportiva, in attesa che l’ennesimo professore bocconiano racconti i dettagli del trasferimento del secolo. La presentazione di Oscar Nazario Da Suerte – meglio noto come “O’ Tucano” – è preceduta da un infinito elencar di obblighi e privilegi. La responsabilità sociale obbliga, da diversi anni, tutte le società a render pubblico ogni dettaglio dell’accordo tra le parti. Si tratta di vere e proprie joint-venture, di aziende che acquistano altre aziende e gli stakeholders pendono dalle labbra della “New Economy”.

Con il naso all’insù, in mezzo a una platea di colletti blu in estasi, assisto all’ennesima presentazione notarile. Lo sguardo di O’ Tucano, però, m’ipnotizza in una narrativa dimenticata per il tempo.


Il figlio del Maracanazo: O’ Tucano 

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I Meninos de Rua crescono in Brasile, coltivati come crisantemi tra il cemento. O’ Tucano non ha mai percepito il calcio come una via di fuga da un mondo di zombie, ma solamente come l’attimo di sospensione tra una battaglia e l’altra.

Nazario è nato a Rio. Sua madre l’ha partorito durante il secondo tempo di Brasile-Germania 1-7, quando le lacrime non erano strettamente collegabili al solo dolore fisico. O’ Tucano è nato tra le lacrime di una nazione, l’8 luglio del 2014 alle 22:29, pochi secondi dopo il goal della bandiera di Oscar. In preda alla morfina, la madre avrebbe proferito solo due parole: “Oscar, Nazario, …” ed ecco spiegata l’anagrafica del pargolo. Il mondo è cambiato tanto da allora: Thiago Silva è divenuto presidente della Federazione Brasiliana e David Luiz allena la Seleçao. Eccezioni a parte (Neymar e la sua carriera cinematografica…), degli altri giocatori di quella spedizione non v’è più traccia. Gli anziani, a cui è rimasto il dono del “raccontare il Calcio”, dicono che al Minerao vi sia un cimitero di anime che urlano ogni notte e che tra queste vi siano sepolti alcuni uomini di Rio 2014 precocemente scomparsi.

O’ Tucano è un talento onirico, più vicino alla genialità goliardica di Ronaldinho che all’accecante unicità del Fenomeno. Nazario è un figlio della strada: l’Uzi tatuato al centro del petto ha causato non pochi problemi alle aziende pubblicitarie che hanno messo sotto contratto il ragazzo. Il fantasista non ha alcuna intenzione di rinnegare le proprie origini, anzi, sembra sfidare le regole di un sistema standardizzato. Durante la lettura delle infinite clausole, sembra divertito e sorride mostrando un dente laccato di rubini rossi. Alcuni pensano sia un omaggio ai Diavoli Rossi, ma solo a Rio De Janeiro pare abbiano capito la semantica del gesto.

Nazario è un parvenu moderno. Il presidente del Manchester United ghigna soddisfatto: odia l’atteggiamento strafottente del brasiliano, ma vede crescere esponenzialmente il valore delle sue azioni. Gli accordi privilegiati con le società di Management sudamericane, consentono ai Red Devils di arrivare con largo anticipo sui giovani, riuscendo così a estendere una fitta rete di trading, paragonabile solo a quella del Sociedad Financiaria de Madrid, un tempo noto come “Real”, in Europa. Il mercato ‘open’ consente alle società di cercare acquirenti in qualunque momento, senza operare in finestre prestabilite. Alcuni manager lamentano un’oscillazione ampia a causa di questo sistema, altri parlano di inflazione relativa all’attività sportiva.


Il trading dei network: la tratta dei giocatori

I giocatori vengono gestiti da enormi network, il cui obiettivo è primeggiare l’uno sull’altro come esposizione e fatturato. Affiancandosi al mondo dell’advertising, le società di calcio, gestite da manager e broker, sono semplici franchigie votate allo spettacolo. In questo mondo, la competenza finanziaria è fondamentale per emergere, ma prima di tutto occorre essere ottimi “venditori di strada“. Viviamo in un mercato in cui saper gonfiare la bolla è più importante dei risultati in campo, in cui “arrivar prima” significa alto rischio e non opportunità. Non esistono più i procuratori, ma solamente gli “spacciatori di talento“: visionari da campetto che millantano d’aver scovato il nuovo Messi e propongono di registrarne il marchio.

Ogni S.p.A. richiede un capitale minimo di 120mila euro e nel calcio amatoriale, i magnati cercano le proprie start-up valutandone le attitudini con un pallone tra i piedi. Il mondo è cambiato, il calciomercato è cambiato. La presentazione di O’ Tucano è finita, ma in sala nessuno s’è ancora chiesto perché, tra i sintetici di Rio, i folkloristici sciamani del Brasilerao gli abbiano dato quel soprannome.

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