Umani da morire: l’Eutanasia

Corsi e ricorsi

Sono trascorsi quarant’anni dalla prima proposta di legge per l’eutanasia legale a firma di Loris Fortuna, già celebre per la Fortuna-Baslini.
Dieci anni fa la morte di Piergiorgio Welby, otto quella di Eluana Englaro, cinque il gesto di Lucio Magri e circa dieci giorni il ”viaggio” di Fabiano Antoniani.
Da quei giorni, quelle notti e quelle mattine, dai cantoni della Svizzera alla provincia di Udine, la capacità legislativa del paese non ha potuto evitare di dimostrarsi inadeguata, ancora una volta, deflagrando contro il grido del reale.

Casi diversi, stessa indifferenza istituzionale, almeno fino ai rispettivi epiloghi. Terreni fertilissimi per ogni genere e tipo di strumentalizzazione ed inciampo culturale, spesso rovinoso. Ragione per cui non verranno né riportate né prese in considerazione frasi e parole espresse negli ultimi tempi.

Ma a fronte di infinite proposte e pensamenti, di una ”sovrastruttura” ormai davvero ingombrante, sembra che nella riflessione collettiva permanga un vuoto difficile non solo da colmare ma, ancor prima, da osservare.
Nel rispetto di tutte le questioni sollevate e della loro eterogeneità, da quelle che interrogano soltanto i credenti a quelle che si esprimono nell’idolatria del senso più dilatato di Libertà, tanto più si fanno pensate e sofisticate tanto meno sembrano paradossalmente considerare un elemento chiave.

L’elemento in questione

Tale elemento, nella maggioranza dei casi, è uno e uno soltanto: il dolore.
Accertato, con buona pace di tutti, che attualmente le scienze mediche e sanitarie non possono sopire una quota rilevante di sofferenze causate da particolari patologie, questo deve essere messo in primissimo piano. Deve avere una considerazione primaria ed assoluta.
Diversamente i contenuti che emergono dal dibattito pubblico sembrano sfiorarlo soltanto.

E’ senza dubbio lecito, rifacendosi a un monito sentito e risentito, concepire la vita come un dono di Dio ed egli stesso l’unico a disporne, sebbene su questa terra sembrino agitarsi e scontrarsi sempre e soltanto volontà umane e particolari. Forse meno lecito è parlare di ”volontà di Dio”: come si può infatti pensare di conoscere la volontà di qualcosa di incommensurabile con la piccolezza umana senza finire con l’attribuirgli la nostra stessa, particolare, volontà ? 

Insomma ci si pronuncia favorevoli o contrari in materia di eutanasia per ragioni che rimandano a concezioni etiche, creazionistiche, filosofiche o deontologiche,  ma tutto ciò è successivo e secondario rispetto all’ineludibile concretezza del dolore, fisico o mentale che sia. Dolore tanto condiviso quanto privato, tanto diffuso quanto differente per ogni organismo. Un’esperienza ”unica” in quanto percepibile solo attraverso le componenti percettive ed esperienziali dello stesso che la esperisce. Un teatro, il nostro corpo, dove non si può esser spettatori ma solo protagonisti.

Da qui l’interrogativo spontaneo: come è possibile interporsi ed ostacolare una volontà che si esprime sul suo personale, particolare, egoico ed unico sentire ? Con quale diritto, se di diritti si può parlare ? 

Concludendo

Il patetico teatrino tra ”Pro vita” e ”Pro morte” si riproporrà in futuro, patetico tanto quanto quello tra ”Antifascisti” e ”Anticomunisti”, sintomo che le passioni politiche degli italiani sono ancora canalizzati da etichette inconsistenti. Si metta da parte l’idiotismo specialistico e si collabori per costruire una visione d’insieme della Realtà.

La contraddizione non è tra pro eutanasia e contro eutanasia ma riguarda il concepire il Dolore come patologia autonoma, non semplice attributo. 

Bisogna spendersi per dare vita ai giorni e non giorni alla vita. Siamo Umani, troppo umani prendendo in prestito le parole di Nietzsche. Troppo umani con il nostro dolore, troppo poco con quello degli altri.  

Tanto umani che non riusciamo a trovare una giustificazione valida al nostro dolore, e non la troveremo mai. 


Filippo Gabetta

 

 

 

Rispondi