esame di maturità

Un racconto (quasi) maturo

Correva l’anno 2015

Marzo. Gita. Parigi. Momenti spensierati con i compagni. Si torna in classe. La breve parentesi svanisce così come è arrivata. Qualche foto, qualche sorriso, qualche battuta. Bene, bello. Ora gli esami.

L’ansia me l’hanno iniettata già a settembre. Non è salita subito. È cresciuta lentamente. A inizio anno “ok, ho gli esami: facile, mi impegno, faccio una tesina da Nobel, studio bene tutto il programma. Che sarà mai. L’han fatto tutti. Come minimo dal novanta in su”. Ad aprile “ok, ho gli esami: con i voti sto messo bene, però dai, ricordarsi tutti i programmi è disumano. Vabbè a maggio ci pensiamo”.

Appena dalle tue labbra esce la frase “a maggio ci pensiamo” non fai tempo a girarti che maggio è già arrivato. E ora la storia cambia. “ok, ho gli esami: merda e stra merda”.

La tesina. Come minimo cambio idea quindici volte. Perché? Perché in questo momento vivo un incubo: i collegamenti tra le materie. Le idee in testa sono talmente impossibili che la scala di Penrose può solo nascondersi. “Trovate un argomento che vi piace, poi le materie da collegare arrivano da sole”, dicono i professori. Allora ti chiedi “cosa mi piace?”. La risposta? L’oblio. Mi piacerebbe solo finire il liceo classico, vi prego.

La tesina arriva: un abbozzo di cose messe insieme non troppo consapevolmente. Ma ha un suo perché, e la cosa mi rende stranamente orgoglioso.

Iniziano le prove. La prima, italiano. Andata. La seconda, latino. Vomito dal dizionario qualcosa che si avvicina ad un testo logicamente compiuto. Andata anche questa, grazie Zeus. Poi la terza prova: c’è matematica. Mi rendo stranamente conto di sapere praticamente solo le tabelline e qualche accenno di equazioni. La cosa mi fa sorridere. I professori, più preoccupati di me, che girano tra i banchi cercando disperatamente di darmi un aiuto con gli occhi. Ma non possono fare nulla. Finisce il tempo a disposizione. Andata anche questa.

L’orale. Si affronta come una visita medica che vuoi finire il prima possibile perché la mamma ti ha promesso il gelato. Dalla prima prova all’orale sono in un tunnel, in cui vedo la luce sempre più vicina. L’ultimo ostacolo è il più alto. Incredibilmente, all’inizio, perdo la capacità di esprimermi in un italiano limpido e balbetto qualche strano rumore. Poi l’atmosfera si fa più familiare ed ecco che mi tranquillizzo. Fino alla domanda su Montale. No Montale no dai, non l’ho studiato bene, era uno degli ultimi in programma. Un lungo respiro e provo a inventarmi qualche interpretazione sull’autore. La professoressa mi accenna un mezzo dolce sorriso. Presumo di compassione.

Esco dall’orale e mi libero da un macigno che gravava sulle mie spalle. Il mondo è bello, gli uccellini cantano, le persone in bicicletta sono tutte sorridenti, come me. Mi lascio alle spalle cinque anni della mia vita in un baleno, senza rendermene troppo conto.

E poi, ovviamente, accade l’inevitabile:

– Come sono andati gli esami?

– Bene, in fondo erano una cavolata, figurati.

Samuele Nardi

 

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