The Undertaker, ora puoi riposare in pace

Il ritiro di The Undertaker a Wrestlemania 33: la simbologia che lo accosta al sacro, la spoliazione di un mito

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Undertaker è stato il perfetto incontro tra tangibile e sovrannaturale, la cosa più vicina all’intangibile che abbia calcato un ring. Il pro-wrestling costruisce la propria fortuna sulle emozioni indotte dallo storytelling, sulla simbologia e sulla mistificazione delle gimmick. La maschera di Mark Calaway, aka The Undertaker, è sicuramente la più impregnata di significati mistici nella storia della disciplina.

La faida contro Brock Lesnar ha sgretolato le convinzioni del Phenom, costringendolo a un percorso di umanizzazione conclusosi contro Roman Reigns, a Wrestlemania 33. In his land, Undertaker è nato nel segno della simbologia esoterica, così vicino alla morte da poter muovere i flussi vitali a proprio piacimento. Nel trittico – conclusosi ad Hell in a Cell, in un match nell’omonima struttura – il Deadman è definitivamente scomparso. Le due edizioni successive di Wrestlemania sono il simbolo del vizio capitale umano: la negazione dell’evidenza. Mark ha combattuto per dimostrare in primis a sé stesso di essere ancora The Undertaker. La sfida aperta all’astro nascente della compagnia, la rivendicazione di un proprio posto: il Phenom che si presenta a Wrestlemania non è Undertaker, è Mark Calaway, con tutti i limiti del caso.

La spoliazione di Mark Calaway

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I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. (Giovanni, Sal 23,24)

Do what you have to do“, con questa frase si conclude la storia di Mark Calaway in WWE. Si chiude il rosso velluto che abbraccia il sipario. È giunta l’ora di sentire gli applausi dal retroscena, lontano dalle luci della ribalta. Mark indossa un’ultima volta il lungo pastrano, il cappello che tante volte ne ha nascosto lo sguardo e stringe ai polsi i guanti da martial arts. The Undertaker si concede per pochi attimi al buio delle proprie tenebre un’ultima volta.

È proprio qui che la simbologia ricompare un’ultima volta. Taker strappa il velcro del guanto destro, poi quello del guanto sinistro. La cadenza dei movimenti ha quell’aura sacrale che avvicina un’ultima volta il personaggio alla religione. I guanti cadono sul tappeto, rivelando le bende bianche che avvolgono le mani. Il pastrano scivola con una naturalezza umana tra le braccia del Phenom che, accarezzandolo un’ultima volta, lo piega accuratamente, adagiandolo al centro del ring. L’arena assiste in silenzio. Le uniche luci che illuminano il quadrato sono quelle dei fulmini scenografici che abbagliano l’arena. È il momento del cappello. Come accarezzato dal rumore del silenzio, Undertaker china il capo e con la consueta gestualità toglie il copricapo, poggiandolo delicatamente sul pastrano nero. Mark Calaway si spoglia delle proprie vesti, quelle stesse vesti che ora in WWE saranno oggetto di reificazione e leggenda. La compagnia di Stanford ha scommesso, così come fecero i soldati con la veste di Gesù, investendo Roman Reigns della preziosa eredità. Non è possibile sapere quanto questa scelta sia corretta, non è possibile razionalizzare il mito di The Undertaker, perché nessun altro umano potrà mai affrontare un’altra volta la Morte.

Ora che non esiste più alcuna Streak, ora non esiste più alcuna terra da difendere, The Undertaker potrà riposare in pace.

Stefano Uccheddu

 

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