Veloce come il vento: la recensione

Veloce come il vento. Era il 2001 quando uscì nelle sale Fast and Furious, il film che diede vita al franchise “coatto” che ha portato prepotentemente al cinema il tema delle corse e la passione per i motori.

Una simile operazione è stata fatta, seppur con scopi, budget e approccio completamente differenti, dal film di Matteo Rovere, Veloce come il vento.

Veloce come il vento
La giovane Matilda De Angelis

Il regista, al suo terzo lungometraggio, ci racconta la storia di Giulia De Martino (Matilda De Angelis), diciassettenne con la passione per le corse automobilistiche. Un amore trasmessole da una famiglia in cui olio motore e pneumatici da corsa non sono mai mancati, a cominciare dal padre, per arrivare all’ormai “vecchia gloria” dei tornei automobilistici: Loris “il Ballerino” De Martino (Stefano Accorsi).

Tutto procede regolarmente fino alla morte del padre, il momento dal quale nascono le complicazioni che obbligano Giulia ad occuparsi del fratello minore e dell’altro De Martino, il tossicodipendente Loris che per anni ha corso con la sua Peugeot 205 Turbo, ma che ora è tornato a chiedere ciò che gli spetta. Il tutto con un campionato GT che sta per iniziare.

“Vaccaboia!”

A rendere “Veloce come il vento” una fedele ricostruzione del mondo delle corse ci pensa il sonoro in presa diretta, dove il sound designer ha registrato circa 40 ore di materiale audio, tra cui i suoni di boiler e il coro di una chiesa, una regia dinamica (inquadrature spesso “tremanti”) e attori sorprendenti. Soprattutto nel caso di Stefano Accorsi, calato perfettamente nei panni di Loris. Per un personaggio come questo, il rischio era quello di una prova attoriale sopra le righe e magari goffa. Niente di tutto questo, l’attore italiano del momento (tra la serie 1993, il premio ai David per questa prova, le pubblicità) ha saputo regalare al cinema italiano un personaggio a suo modo unico. Da registrare anche la grande prova della giovane attrice Matilda De Angelis.

Veloce come il vento, ovvero: “Deve cambiare tutto perché niente cambi”

Senza stare a scomodare Tomasi di Lampedusa, è chiaro che il concetto di cambiamento sia applicabile anche al film di Matteo Rovere che (senza spoilerare nulla) ripropone sul finale del film quella che per molti versi era la situazione di partenza, mostrando come eventi e colpi di scena abbiano portato ad una condizione  finale che non si allontana molto da quella iniziale, se non per la presenza di un nuovo ospite in famiglia.

Alberto Mancuso

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