Vizio politico all’italiana

Il girone politico

Se Dante ritornasse in vita di questi tempi non avrebbe dubbi per il sequel



Nel mezzo del cammin di nostra legislatura mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita.

Mi fu subito chiaro il luogo in cui mi trovavo: la città dove i raggi del buon Dio raggiungono ogni angolo, ogni voragine stradale, ogni  stato d’emergenza per alluvione, ogni pullman che non passerà mai. Roma, la città eterna. Mossi qualche passo fino a ritrovarmi di fronte uno spettacolo oniricamente superbo: un alto pino triste. Se ne stava là, umile gigantesco custode dell’Altare della Patria. Là, agonizzante tra sporadici aghi secchi color legno.

«Spelacchio è il suo nome» tuonò una voce dietro a me. «Simbolo del vizio e della caducità della vita umana» sentenziò la voce. Mi girai lentamente fino a scorgere una figura umana. L’uomo avanzò di qualche passo rivelandosi alla mia vista.

«Giulio! – esclamai – quale immensa grazia mi ha concesso la Provvidenza».

«Ora come allora, il cielo ti ha affidato una guida, caro Dante. Spero di rivelarmi all’altezza del mio compito, proprio come Virgilio adempì al suo, tempo fa».

«Giulio, ma che ci faccio qui? E chi è quell’essere che sta ai piedi di Spelacchio?»

«O Dante, sei qui per portare a termine un compito. Dovrai scrivere il sequel della tua Commedia. Adesso va di moda, sai? Anche Trainspotting ha un secondo capitolo. E poi, vorrai mica privare Ron Howard del piacere di girare un secondo orribile film? In ogni caso, quella che vedi di fronte a te è una fiera, esseri allegorici, disposizioni peccaminose che ostacolano la via alla salvezza, proprie della natura umana corrotta dal peccato originale».

Giulio mi prese la mano invitandomi ad avanzare verso la strana creatura.


Vizio capitale: la fiera di Roma

La fiera aveva sembianze quasi umane. Sulla bocca portava una mascherina chirurgica che si gonfiava e sgonfiava a ritmo di fiato mentre compiva giri circolari in sella ad una bicicletta ai piedi di Spelacchio dove, intagliata nella corteccia ormai secca, s’intravedeva una piccola porta semichiusa. Un passaggio verso gli inferi.

«Quella creatura porta il nome di Ignazio» esordì la mia guida. «Rappresenta tutti i problemi che Roma ha passato, che siano essi politici, sociali, sportivi, di salute o di morfologia geografica. Se qualcosa di questa città non ti garba, probabilmente è colpa sua e della sua giunta. L’Ignazio è una creatura marina che si è adattata a vivere sulla terraferma. Si racconta che una notte di luna piena sia emersa dal lido di Ostia e abbia infranto numerose volte la legge italiana camminando senza ciabatte sul bordo della piscina, parcheggiando la macchina in doppia fila, non attraversando sulle apposite strisce pedonali. Un demonio».

Ormai in prossimità della piccola porta, aspettammo che l’Ignazio ci passasse davanti compiendo l’ennesimo giro di bicicletta intorno al tronco secco. Una volta che ci ebbe superati, Giulio mi condusse oltre la soglia. Una luce intensa mi abbagliò facendomi perdere i sensi.


Mosaici della cupola. Il Giudizio Finale. Ambito di Coppo di Marcovaldo, 1260-1270. I dannati e l’Inferno

Il parlamento del vizio

Mi destai senza sapere quanto tempo fosse trascorso. Intorno a me si ergevano imponenti file circolari in legno massiccio, di altezza crescente. Giulio mi aiutò ad alzarmi e mi spiegò che ci trovavamo a Montecitorio, un surrogato spaziale dell’inferno da me già descritto nella mia opera più famosa. Tenendomi per mano mi portò sull’orlo del primo girone.

«Qui risiedono coloro i quali si macchiarono del vizio di gola. Sprofondano in eterno nella terra senza possibilità di salvezza. Se guardi bene vedrai un tale – sì, quello vicino a Ciacco – lui prese gli italiani per la pancia, facendo perno sugli istinti più primari, sulla fame di odio. Come uno sciacallo si nutrì della paura e dell’intransigenza banchettando su carcasse indifese».

Passati al girone sovrastante, Giulio mi spiegò che qui scontavano il contrappasso gli iracondi. Le acque nere dello Stige ribollivano dalla rabbia e dentro ringhiavano gli uomini. Uno in particolare urlava più degli altri ma dalla gola non gli usciva alcun suono. «Quest’uomo un tempo cercò di zittire gli organi di stampa proponendo soluzioni assai drastiche per la società di oggi. Emise formule di marchio per i dissidenti simili a liste di proscrizione. L’ira era il suo vizio e di quella del popolo fece politica». ⇒Argenti vive.

I dannati del girone successivo erano i lussuriosi. Come già visto in passato, una bufera sferzava uomini e donne lì presenti. Vi era un ometto in mezzo alla tormenta. «Quell’uomo ha fatto del suo vizio virtù – mi illuminò Giulio – usando il potere ottenuto come moneta per ambire alla carne. Ironicamente, quest’uomo è stato tradito dal suo partner politico che gli preferì un pretendente più giovane».

E infine giungemmo all’ultimo girone, quello dei superbi. Enormi macigni gravavano sulla schiena dei dannati, costretti a trasportarli in eterno. Vi era un tizio vestito da boy scout che ci sorrideva da lontano. «Egli è stato vittima della sua superbia anteponendo la sua figura a quella del proprio gruppo. Anche ora che è fuori gioco cerca ancora di intessere la trama del futuro nonostante l’ineluttabilità del suo oramai chiaro destino».


Giulio s’interruppe improvvisamente.

Drizzò la schiena e mi guardò con aria grave – «Dante, i termini di scadenza per il canone Rai sono ormai distanti. Ti sei ricordato di pagare?».

«Giulio, ma di che parli? Canone Rai?»

«Ti prendevo in giro. Lo sanno tutti che il preferito dagli italiani è Canale 5»

«Canale 5? Giulio non capisco a cosa ti riferisci»

«Questa Domenica, dai, lo conoscono tutti»

«Giulio, di cosa stai parlando?». «Dai, Giulio mi senti?». «Giulio…?»

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