Windsor: Mondiali di nuoto e Affini

OVVERO COME RICOMINCIARE A NUOTARE E COSA AUGURARSI PER IL NUOVO ANNO

L’esperienza olimpica del nuoto italiano a Rio non è stata certo delle più memorabili, ma ad un certo punto uno deve mettersela via e sperare che i futuri appuntamenti a cinque cerchi riservino risultati migliori. Per cui cuffia e occhialini di nuovo su, che ci sono appena stati i Mondiali di Windsor: vasca da 25, contingente ridotto, stato di forma degli atleti precario e occhi del mondo puntati altrove. Insomma, l’occasione perfetta per fare bene. O almeno provarci.

Si parte con la scoppiettante prestazione della Federica Pellegrini che, probabilmente libera dalle aspettative e lontano dai riflettori internazionali, costruisce uno spettacolo entusiasmante nella gara che ama/odia, i 200 stile. E lo fa alla vecchia maniera, lasciando dominare ¾ di gara all’avversaria, recuperandola e bruciandola negli ultimi 50 metri con una cattiveria agonistica degna di rispetto. Vittoria old-style, che dona sollievo alla ferita ancora aperta di Rio e che riaccende le speranze per Tokyo 2020. Federica non è più giovanissima, e lo sarà ancora meno al prossimo appuntamento olimpico. Però una con un talento del genere non capita spesso, e non fa male sognare di vederla alzare il tricolore ancora. O solo sorridere pensando alla possibilità che possa accadere.

Si prosegue con un bronzo sfiorato in una gara-non-gara, ovvero la 4*50 mista mista (nel senso degli stili e del sesso dei componenti). Il quartetto azzurro regala il brivido del bronzo, per poi scoprire che lo stesso brivido è quello gelato della squalifica per un cambio avventato tra la delfinista Di Pietro e lo stileliberista Dotto. Peccato due volte: una per la medaglia sfumata, una per il morale; alla terza giornata di gara il giro di boa è vicino, e una cosa che non vuoi è avere il rimpianto a condizionare il gran finale. Però bravi.

Impressiona invece la staffetta femminile nello stile libero, sia quella dei 50 metri che quella dei 100 metri. Da premettere che le uniche staffette italiane di rilievo nel panorama internazionale sono storicamente state maschili, sia nei 100 che nei 200; ma in questo tipo di competizione (a squadre) abbiamo sempre dovuto cedere il passo a giganti come USA e Australia, piuttosto che a Francia o al Canada (posti nei quali la cultura sportiva non è solo legata al calcio, per cui il talent pool natatorio è organizzato e coccolato e non improvvisato). Comunque le 4 moschettiere italiane a Windsor si fanno notare prima con il bronzo nella staffetta 50 m stile, e poi replicano con l’argento in quella dei 100 m stile. Da notare che il quartetto base non cambia (Silvia Di Pietro, Erika Ferraioli, Aglaia Pezzato e Federica Pellegrini) e che nella 4×100 stile ci piazziamo dietro solo agli USA. Incoraggiante, entusiasmante: molto bello per davvero. Brave ragazze!

Si continua con il fondista per eccezione, sua Maestà Oro Olimpico Gregorio Paltrinieri. Egli non vince, ma alla luce delle circostanze, non presenta una prestazione ”negativa”. I mondiali in vasca corta sono infatti da sempre criticati per essere troppo ”vicini” agli appuntamenti Olimpici, e per essere quindi ”snobbati” sia dal punto di vista della presenza degli atleti, sia dal punto di vista della condizione atletica degli stessi. Basti pensare che l’allenamento per l’Olimpiade richiede una preparazione molto lunga, e che quindi dopo l’appuntamento Olimpico sia fisiologico un calo prestazionale dell’atleta, dovuto sia alla componente fisica (eh sì, anche i nuotatori fanno festa dopo le Olimpiadi) che a quella mentale (che non sempre si dimostra negativa, come vedremo poi). Gregorio comunque piazza un argento importante, con un crono comunque interessante, avendo dichiarato in partenza per Windsor che il suo obiettivo principale era quello di ”ributtarsi in acqua, riprendere a gareggiare”. Mica male.

La manifestazione si conclude con un paio di occasioni mancate (Dotto e Pellegrini nei 100 stile), ma più di tutto, secondo il mio punto di vista, sottolinea un limite storico del nuoto italiano, evidenziabile nel momento in cui si tratta di porsi nella scena mondiale. Di fronte alla pressione di un grosso appuntamento (europei, mondiali di vasca lunga o Olimpiadi), ci sono infatti differenti modi di reagire: principalmente lasciarsi annichilire dalle aspettative e dalla pressione, od esaltarsi nella fatica della gestione della tensione pregara. Ecco, se la nazionale italiana fosse un singolo atleta, mi verrebbe da inserirlo più nella prima categoria che nella seconda. Mi vien da dire che a volte il nuoto italiano manca di quella cattiveria agonistica necessaria per brillare quando conta e quando serve.

Prova ne è che negli appuntamenti minori (come questi mondiali) gli atleti azzurri, anche in non perfetta forma e preparazione fisica, centrano obbiettivi e prestazioni con relativa facilità. Sembra quasi che la mancanza di pressione psicologica giochi a nostro favore, impedendoci però di esprimerci nel momento in cui conta di più. A volte sembriamo dare il nostro meglio solo quando, nel caso di una prestazione deludente, sappiamo di poter contare su di un alibi giustificativo (ad esempio: i mondiali in vasca corta sono un appuntamento minore e non sono di certo un obbiettivo stagionale importante). A differenza di altri Paesi, la tensione emotiva sembra sgonfiare il valore dei nostri atleti, piuttosto di amplificarlo e di portarlo dove conta. Solo che è un peccato per una stella brillare quando nessuno guarda.

E questa provocazione parte dal cuore. Siamo il Paese più bello del mondo, e nuotare lo abbiamo nel DNA. Il mio augurio per il 2017 è quindi solo uno: spero che i nuotatori azzurri si possano accorgere di quanto timore incutano negli avversari. Spero che se ne possano nutrire, spero che imparino a cibarsi della tensione, spero che capiscano come utilizzare il rumoreggiare del pubblico per esaltarsi. Perché siamo forti, siamo bravi, siamo pronti: e se ne stanno accorgendo tutti, anche fuori dall’Italia. Dobbiamo solo essere i primi a non dimenticarlo.

Dario Berto

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