Yemen: l’inferno che non interessa

Cosa sta succedendo in Yemen?

Migliaia di morti, epidemie di colera, crimini di guerra. Il conflitto che sta distruggendo un’intera popolazione nel silenzio omertoso della Comunità Internazionale.


yemen
Città di Sa’da, Yemen settentrionale, 15 giugno 2017. | Credit: The Intercept

Lo Yemen è un paese allo stremo

Il conflitto in Yemen non pare arrestarsi, anzi. Da più di mille giorni lo Yemen brucia, scosso dalle esplosioni dei raid sauditi. Le vittime stimate a novembre 2017 sono più di 10mila, almeno la metà sono civili. Già nel marzo 2017 si rilevano i primi focolai di colera tra la popolazione. La situazione sanitaria peggiora dal 6 novembre 2017, quando la coalizione saudita impone un blocco terrestre, navale ed aereo sullo Yemen, impossibilitando, di fatto, gli aiuti umanitari. Ora in gioco non c’è soltanto un risultato geopolitico, ma la sopravvivenza di centinaia di migliaia di civili intrappolati.

«Probabilmente la peggiore catastrofe in corso nel mondo» ha dichiarato Sigmar Gabriel, ministro degli esteri tedesco.

«In Yemen, uno dei paesi più poveri al mondo, i civili vengono uccisi dalle bombe sganciate da uno dei paesi più ricchi del mondo, l’Arabia Saudita» le parole di Victor Boștinaru, vicepresidente S&D (Gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo).

Grafico PIL pro capite, 2009 | Credit: Atlante Geopolitico

Ma da quali circostanze nasce questo conflitto? Per comprendere appieno ciò che si sta verificando in Yemen è necessario conoscere, innanzitutto, l’evoluzione storico-politica di questo territorio. Almeno partendo dall’occupazione britannica.


Un territorio succube di potenti vicini

Dal regno de sabei, adoratori della Luna, alla guerra con i sauditi, adoratori dell’oro nero. Il territorio yemenita, soprannominato prima dai greci Eudaimon Arabia (lett. “Arabia Felice, Prospera”), poi dai romani Arabia Felix, offriva grandi opportunità di crescita e commercio in virtù della sua posizione strategica affacciata a ovest sul Mar Rosso e a sud-est sul Mar Arabico.

Crocevia di conquiste, lo Yemen conobbe le mire espansionistiche del regno etiope di Aksum (520 d.C), dell’Impero Sasanide (570 d.C), divenne parte prima del califfato Omayyade e poi di quello Abbaside (VII secolo d.C). La popolazione locale subì l’influenza di moltitudini religiose differenti, dalle correnti sunnite radicate nella parte più orientale, alla variante sciita dello zaydismo, presente nelle regioni nord-occidentali. Dal XVI secolo al 1918, il suolo yemenita batté bandiera ottomana, eccetto una piccola ma strategica enclave britannica presente nella città portuale di Aden che sorge sull’omonimo golfo. Una terra di battaglie, di sangue e di storia. Una terra imperiale e sottomessa, una terra contesa, una terra assediata.


Ecco 6 date utili per farsi un’idea di cosa è successo dal 1839 fino all’avvento degli anni ’90

Cronistoria degli eventi principali dal 1839 al 1990

Come si può notare facilmente dalla timeline, lo Yemen è rimasto diviso tra Nord e Sud dall’inizio del ‘900 al 1990. Fino ad allora, la stessa gente, divisa più che altro da flessioni religiose – principalmente tra sciiti zadisti e sunniti – e politiche, non ha mai fatto parte di uno stato libero, indipendente ed unito. Dal 1978, prima la parte settentrionale, poi il paese unificato, ha conosciuto un solo leader politico: ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ, primo (ed ufficiosamente unico) presidente yemenita. Saleh, rappresentante del partito Gpc (Congresso generale del popolo) ha portato avanti una leadership durata 33 anni, caratterizzata dalla soppressione sistematica dell’opposizione, in prevalenza quella del partito Ansar Allah degli Houti. Il governo di Saleh si interrompe nel novembre del 2011 quando il presidente venne ferito in un attentato organizzato sull’onda delle primavere arabe. In seguito all’attacco, Saleh lascia il potere nelle mani del maresciallo sunnita ʿAbd Rabbih Manṣūr Hādī, pur rimanendo presidente onorario fino al febbraio 2012. 


Lo scoppio della guerra

Nonostante il cambio governativo, la situazione è tutt’altro che stabile. Nuovi tumulti sollevano la popolazione yemenita quando, nell’agosto 2014, il governo di Hadi interrompe i sussidi per il carburante su richiesta del Fondo monetario internazionale. L’aumento del prezzo della benzina è vertiginoso. Da settembre 2014, le milizie di ribelli houti (sciiti zaiditi) sfidano il potere di Hadi entrando nella capitale Sana’a, impossessandosene. Dopo la presa della capitale, gli houti stringono un’alleanza con il deposto Saleh, il quale è disposto a tutto pur di riconquistare il potere perduto tre anni prima.

Timeline dei principali eventi del conflitto da gennaio 2015 a dicembre 2017

L’estendersi del conflitto

Inverno 2014 – La Comunità Internazionale non si muove. D’altronde l’eco delle primavere arabe non è ancora del tutto svanito. Passano i mesi e i combattimenti tra houti e forze governative si fanno sempre più feroci. L’ex presidente Saleh si dimostra un vero atleta, un magistrale equilibrista nel passare da un alleato all’altro. Le sue milizie, seppur sunnite, combattono fianco a fianco con gli sciiti houti. L’esercito governativo del presidente Hadi è in difficoltà. Con l’avvento del 2015, la strana coalizione anti-governativa riesce ad impossessarsi della parte settentrionale del paese, cioè i territori yemeniti al confine con l’Arabia Saudita. Le truppe fedeli al presidente Hadi non riescono ad imporsi sul campo di battaglia e capitolano nel marzo 2015. Lo Yemen è ora quasi totalmente in mano alla coalizione di Saleh. Per l’Arabia Saudita è un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela scappare. Dapprima offre rifugio allo sconfitto Hadi, poi presiede alla formazione di una coalizione anti-houti composta dalle milizie sunnite rimaste fedeli ad Hadi e clan tribali locali. Denominatore comune: tutti sunniti. Stati Uniti e Regno Unito sostengono la coalizione saudita.

La mossa saudita – l’inizio della catastrofe umanitaria

Per i sauditi è il momento migliore per neutralizzare la minaccia sciita che si sta facendo strada nel vicino Yemen. Una “minaccia” dietro cui l’Arabia Saudita teme si celi l’ombra dell’ostile Iran. Il 26 marzo 2015 comincia l’offensiva saudita contro le postazioni houti. I bombardamenti sistematici sulle zone controllate dalle milizie di Saleh e dagli houti coprono l’avanzata via terra delle truppe di Hadi. I combattimenti devastano uno stato già in ginocchio. A luglio 2015, più di 21 milioni di persone necessitano di assistenza sanitaria. Le bombe sganciate dai sauditi distruggono la maggior parte delle infrastrutture. Lo Yemen è dunque isolato nella sua devastazione. La coalizione saudita riesce a strappare ai ribelli i territori meridionali, tra cui la città di Aden, dove fa ritorno il presidente Hadi.

Nell’aprile 2016, le Nazioni Unite promuovo un negoziato tra le due coalizioni che si conclude con una tregua. Nonostante il cessate il fuoco, gli aiuti umanitari stentano a raggiungere le città yemenite a causa delle ormai inesistenti vie di comunicazioni terrestri. Ma la pace è destinata a non durare. 8 ottobre 2016, per le strade di Sana’a si raccolgono 2 mila persone in occasione dei funerali del padre di Jalal al-Rawishan, ministro dell’Interno dell’auto-proclamato governo Houthi. Un giornalista del quotidiano Yemen Post, Hakim al Masmari, si trovava sul posto quando un aereo ha sganciato quattro ordigni sulla zona dove si svolgeva il funerale

Il video dell’attacco aereo a causa del quale hanno perso la vita 140 persone.


Le fiamme della guerra riprendono vigore

Nonostante le smentite da Riyadh, gli houti sono sicuri che le bombe che hanno seminato nuova distruzione siano state sganciate dai sauditi. Dunque punto a capo: la guerra ricomincia. Gran Bretagna e Stati Uniti ottengono un cessate il fuoco di 72 ore che comincia il 20 ottobre 2016. Il 23 ottobre i combattimenti riprendono. Si susseguono tregue mai rispettate. Intanto i civili muoiono dilaniati dalle bombe, dagli stenti e dalle malattie.

Lo scontro si protrae nel tempo, tanto sanguinoso quanto inascoltato dal resto del mondo. A marzo 2017 la notizia è ufficiale: la popolazione yemenita sta morendo non solo a causa delle bombe, ma anche di colera. Il numero dei rifugiati continua a crescere direttamente proporzionale alla distruzione delle città. Lo Yemen non è più uno stato, ma un enorme campo di battaglia.

La stoccata degli houti e il pugno di ferro di Riyadh

Il 4 novembre 2017 gli houti ci provano: un missile viene lanciato su Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita. L’ordigno viene intercettato e fatto esplodere dalle truppe di difesa saudite prima che possa colpire la città. La reazione dei sauditi è micidiale. Truppe aeree, navali e terrestri della coalizione saudita stringono lo Yemen in un blocco mortale. Nessun aiuto umanitario ha il permesso di superare l’assedio. L’epidemia di colera dilaga. Il petrolio finisce e con esso il carburante necessario per pompare acqua potabile. La popolazione intrappolata muore di fame, di sete e di colera. Una strage. A fine novembre i sauditi concedono due giorni di tregua per far sì che gli aiuti umanitari raggiungano i civili.

L’Arabia Saudita – insieme a Stati Uniti e Regno Unito – comincia a rendersi conto che quello che doveva essere un conflitto di breve durata si sta lentamente tramutando in una guerra di cui non si vede la fine. I costi per gli attacchi aerei sono sempre più alti e in ambito internazionale comincia ad intravedersi qualche mite protesta.


L’ultimo asso di Saleh

Il 2 dicembre 2017, Saleh dimostra la sua sagacia politica. Avendo intuito i dubbi economici e internazionali dei sauditi, l’ex presidente yemenita, con l’ennesimo salto carpiato di alleanze, apre al dialogo con L’Arabia Saudita. Una mossa eseguita senza il benestare della fazione houti, la quale dimostra di non aver preso affatto bene l’iniziativa. Due giorni in seguito all’appello, Saleh viene ucciso dai suoi ex alleati houti. Lo Yemen non vedrà la fine della guerra nel 2017.



Una situazione che non cambierà

Difficile ipotizzare una data di scadenza per il conflitto tra sauditi e houti. Sul piano geopolitico non sembrano esserci potenze mondiali interessate al risolvimento pacifico dello scontro, men che meno l’Onu. La totale indifferenza del mondo quanti yemeniti condannerà ancora in nome della guerra?

Basteranno gli appelli indignati da parte delle nazioni produttrici degli armamenti esportati in Arabia Saudita, a cessare la rifornitura bellica?

Di certezza ce n’è una soltanto: il silenzio del mondo non salverà i 20 milioni di yemeniti intrappolati in un inferno di fame e bombe.

 

 

 

Rispondi