1 vs 1: intervista a Lionel Messi

“Ok, stai per conoscere ed intervistare il tuo idolo di sempre. Tra pochi minuti verranno a chiamarti, uscirai dal tuo camerino e farai quello che ti riesce meglio. Asciugati la faccia e prendi un bel respiro. Sei un professionista, comportati come tale. Tra poco si va in scena”.

Da diversi minuti guardo il mio ritratto nello specchio e mi ripeto queste frasi, senza risultati. La camicia è madida di sudore, il fiato è corto, il cuore batte all’impazzata. Nel camerino accanto c’è Lionel Messi, quello che considero il calciatore più forte di sempre, e tra pochi minuti avrò l’onore di incontrarlo ed intervistarlo in diretta di fronte ad un audience di milioni di persone. E dovrei restare calmo?

Chi sono

Mi chiamo Luca, ho 40 anni e sono un giornalista sportivo. Dalle prime esperienze come inviato in USA per seguire da vicino l’NBA, al reportage su Damiano Biglieri, dominatore argentino della Formula E dal 2027 al 2034. In questi anni ho intervistato decine di calciatori, centinaia di sportivi famosi e personaggi dello spettacolo. La mia capacità di entrare in empatia con le persone che incontro, la naturalezza con cui riesco a intavolare un discorso sul piano personale ed intimo più che su quello strettamente sportivo mi hanno sempre garantito interviste piene, sincere, diverse. Nessuna scaletta, giusto qualche appunto mentale. Una semplice chiacchierata tra amici, solo con la presenza di qualche telecamera.

Solitamente, prima di un’intervista importante, seguo meticolosamente una serie di piccoli gesti, che con il tempo ho finito per ritualizzare. Una settimana prima inizio a raccogliere materiale, informazioni, notizie sul mio ospite. Dopodiché approfondisco le tematiche che più mi piacciono. Registro qualche appunto mentale e lascio il resto al momento.

Carta e penna, un computer, un buon caffè: il successo delle mie interviste parte da qui

L’assenza di una vera e propria scaletta di domande è sempre stata una priorità per me: non voglio che l’intervista si sviluppi in maniera unidirezionale, costantemente indirizzata dalla mia mano e costretta in binari precisi. Lascio che il discorso segua il suo corso naturale, che l’ospite si senta a proprio agio. I risultati sono sempre stati soddisfacenti. Ma con Messi è diverso. Conosco ogni aspetto della sua carriera, ogni dettaglio della sua vita dall’infanzia ad oggi. Statistiche, trofei, goal, assist… è tutto ben impresso nella mia mente.

Come faccio ad intervistare qualcuno di cui conosco già tutto?

Andrea, ti devo un favore

Quando Messi ha detto “basta” è sparito dal mondo del calcio e dai riflettori. Nessuna panchina prestigiosa da cui allenare, nessuna poltrona da opinionista in qualche emittente sportiva. Si è ritirato a 36 anni con la maglia del suo Newell’s, ed è uscito per sempre di scena, silenzioso come quando si era presentato al Camp Nou agli esordi. Non prima, però, di aver regalato l’ultima magia alla sua gente, non senza aver riportato lo scudetto là dove mancava da dieci anni, in quelle strade che l’hanno visto crescere.

Stamattina, appena ho saputo che Messi sarebbe stato a Milano per il provino all’Inter del figlio Thiago mi sono messo in moto per contattarlo. Ho passato ore al telefono, rimbalzando continuamente da una telefonata all’altra, finché un SMS ha interrotto la mia ricerca:

“Stasera, ore 21.00. Studio 5. Avrai un’ora. E mi devi una cena”

Era Andrea Ronchi, Senior Manager di Sky, l’uomo più influente che conoscessi. E mi aveva appena organizzato un incontro con Lionel Messi! Ho guardato l’orologio: erano le 17. Ma non sarei riuscito ad aspettare a casa, così ho preso la macchina e sono andato agli studi, emozionato come un bambino.

 

Si va in scena

“Luca, tra due minuti in onda!” grida qualcuno fuori dal mio camerino. Cazzo. Un conato di vomito sale incontrollabile dallo stomaco. La tensione è insostenibile e sento di non potercela fare questa volta. Raccolgo la giacca dalla sedia, la indosso ed esco dal camerino. Incontro Messi nei corridoi: mi avvicino per dargli il benvenuto e per ringraziarlo della sua disponibilità, ma dalla mia bocca esce soltanto un groviglio di versi. “Ghhadlkr” credo di avergli detto. Ma lui mi guarda divertito e con un italiano un po’ incerto mi dice: “Tranquilo, serà una bella intervista”.

Ed effettivamente lo è stata. Nessun imbarazzo, nessun timore reverenziale nei suoi confronti. Ho smesso i panni del tifoso e indossato quelli del giornalista serio, anche se i miei occhi hanno tradito qualche emozione.

D’altro canto, ancora prima di essere il più forte di tutti i tempi, Messi è stato una persona come tutte le altre, e ancora lo è sotto molti aspetti. Vive ancora a Barcellona perché i suoi figli hanno ormai amici e affetti lì. Evita le telecamere perché non le ha mai considerate parte del suo mondo. Lui giocava a calcio e basta. Tutto ciò di cui aveva bisogno era racchiuso in un campo verde delimitato da qualche striscia di gesso, o a casa ad aspettarlo dopo partite ed allenamenti. Il ragazzino di Rosario che è salito sul tetto del mondo nel 2018 è sempre lì, davanti ai miei occhi. Ha soltanto qualche capello più chiaro ora, e una serie di linee intorno agli occhi, sintomo dell’incedere del tempo a cui nessuno può scampare, nemmeno il calciatore più forte di sempre.

L’intervista a Messi

Mi racconta di come ha conosciuto Antonella, sua moglie, e di quanto sia stato difficile trasferirsi a Barcellona a 12 anni, con soltanto suo padre e un pallone, mentre tutto il resto era a Rosario. E sottovoce, durante la pubblicità, mi confida che Thiago non andrà all’Inter perché per il suo bene è meglio crescere accanto alla sua famiglia. Parla del suo rapporto con Cristiano Ronaldo, di come la rivalità sportiva sia sempre stata fonte di stimolo per entrambi e di come però, alla base di tutto ci sia sempre stata stima reciproca. Como Nadal y Federer, aggiunge.

Il calcio, per circa dieci anni, è stato una faccenda personale tra Messi e Cristiano Ronaldo

Mi parla di tante cose ed io, rapito, non mi accorgo che siamo ormai in chiusura e che rimane solo il tempo per un’ultima battuta.

“A nome di una generazione di amanti del pallone ma soprattutto a nome mio, perché stasera ho coronato un sogno che cullavo fin da ragazzino. Grazie, Leo, per tutto.”

Poi la telecamera si spegne. Sento tutti esultare. Un successone.

 

Ora vado a cena con Andrea, e ovviamente mi toccherà pagare. Ma non saremo solo noi due: anche Leo dice di aver fame e che non vede l’ora di mangiare di nuovo la carbonara. Si è aggiunto all’ultimo minuto, praticamente si è autoinvitato. Un gesto poco educato, il suo, anche perché avevo ormai prenotato per due. Ma forse posso fare uno strappo alla regola per lui.

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