Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per il mercato

La corsa all’oro dello spazio

Annunciata la prima operazione mineraria per estrarre acqua dagli asteroidi: sarà condotta da un’azienda privata

Fonte: The Reeves Law Group

Territori inesplorati, risorse immense che aspettano solo di essere scoperte, una frontiera illimitata da conquistare: non è il selvaggio west ma lo spazio. Se ai primordi della colonizzazione americana fu la corsa all’oro e alle terre a forgiare l’individualismo statunitense, oggi la corsa dell’uomo si è spinta fino agli asteroidi che vagano sopra le nostre teste e il nuovo oro è blu come l’acqua che contengono. Sembra fantascienza ma presto non lo sarà più.

L’americana Planetary Resources, tra le prime aziende impegnate nell’industria mineraria spaziale, ha annunciato di aver individuato con certezza un migliaio di asteroidi ricchi di ghiaccio ed entro il decennio sarà in grado di dare il via alle prime operazioni di estrazione. Si tratta di un settore che attrae già circa 3 miliardi di dollari l’anno. Nel 2020 la stessa società aveva lanciato diversi telescopi spaziali per mappare i circa 16.000 asteroidi near-Earth, i più vicini alla nostra orbita. L’obiettivo era quello di selezionare i migliori candidati per l’estrazione commerciale e la ricerca sta dando i suoi frutti.

Alla conquista dell’universo

Un asteroide ha una gravità trascurabile e al suo interno sono presenti in quantità variabili materiali assai preziosi come i metalli del gruppo del platino utilizzati nell’elettronica: un asteroide di 500 metri potrebbe contenerne 175 volte le riserve terrestri secondo una stima del MIT. Allora perché si cerca dell’acqua? Il fatto che il fabbisogno idrico mondiale superi ormai del 30% l’effettiva disponibilità sembrerebbe la risposta più ovvia ma non è l’unica. Riportare materiali sulla Terra è costoso, l’idea è al contrario quella di purificare e immagazzinare l’acqua nello spazio: l’oro blu infatti oltre a essere indispensabile per la vita può essere scomposto in ossigeno e idrogeno, fondamentale per il carburante dei razzi.

L’estrazione funzionerebbe in modo non dissimile da quanto avviene per l’industria mineraria convenzionale. Delle trivelle verrebbero fatte atterrare sulla superficie degli asteroidi e la perforerebbero al fine di creare i pozzi da cui estrarre il ghiaccio, sfruttando la scarsa gravità; dall’acqua verrà poi prodotto via elettrolisi l’idrogeno, stoccato in appositi serbatoi. La prospettiva è dunque quella di creare delle vere e proprie stazioni di rifornimento intorno all’orbita della Terra, segnando una svolta nelle possibilità dei viaggi spaziali. Attualmente le astronavi devono essere fornite di tutto il combustibile necessario e questo ne limita di molto la capacità di carico e di spostamento: basti pensare che solo per sfuggire al campo gravitazionale terrestre si consumano dai 5000 ai 10.000 dollari di carburante per ogni chilogrammo di peso.

La strategia a lungo termine, tuttavia, mira anche ai minerali più preziosi e difficili da estrarre. A riguardo esistono solo dei progetti ma la volontà è quella di trasportarne alcuni sulla Terra e sfruttarne altri in loco: sistemi analoghi alle stampanti 3D potrebbero utilizzarli per produrre macchinari direttamente nello spazio.



Di chi è lo spazio?

Siamo abituati a concepire l’universo come una periferia comune a tutta l’umanità e il suo studio come uno strumento di conoscenza disinteressata della nostra realtà. Tuttavia il destino dell’esplorazione spaziale sembra essere sempre di più l’economia di mercato, che non è altrettanto disinteressata. A condurre questo progetto è infatti un’azienda privata, in collaborazione con Google tra gli altri. Ma non è l’unica. Anche la sonda Prospector-1 è già là fuori in cerca degli asteroidi migliori per l’estrazione: la Deep Space Industries, che l’ha costruita col contributo del Lussemburgo, in futuro punta perfino a vendere le proprie astronavi minatrici.

Mentre da ormai tre anni la Virgin Galactic offre voli intorno all’orbita terrestre per la modifica cifra di 250.000 dollari, le agenzie spaziali statali soffrono la penuria di fondi. Non a caso la Nasa ha già chiuso un accordo con la SpaceX di Elon Musk per lo smantellamento della Stazione Spaziale Internazionale, che andrà in pensione il prossimo anno. I privati offrono prezzi più competitivi e le possibilità di guadagno muovono i capitali molto più della ricerca scientifica. Insomma, la corsa allo spazio è iniziata e si corre da soli.

L’eventualità dello sfruttamento dello spazio da parte di privati genera dubbi forse ma nessuna reazione. L’Outer Space Treaty, firmato da 107 paesi nel lontano 1967, prevede che lo “spazio extra-atmosferico non è soggetto ad appropriazione da parte degli Stati, né sotto pretesa di sovranità, né per utilizzazione od occupazione, né per qualsiasi altro mezzo possibile”. Il Trattato non fa però riferimento ad aziende private, pura fantascienza all’epoca, e viene sostanzialmente ignorato. Già nel 2015 Obama riconobbe il diritto allo sfruttamento privato di risorse spaziali. D’altronde la Cina di Xin Jinping, eletto l’anno scorso presidente per la terza volta, ha mostrato da tempo interesse verso una possibile colonizzazione lunare.


Conoscenza o profitto?

È curioso che proprio in questi giorni si avvicini il rientro verso la Terra della sonda OSIRIS-REx, inviata nel 2016 per prelevare dei campioni dell’asteroide “Bennu”. Scopo della missione era comprendere le origini della vita, generata si pensa dal materiale organico di cui sono composti questi corpi celesti. Agli stessi asteroidi guardano aziende come la Planetary Resources e non per sete di conoscenza. È giunto dunque il momento di chiederci che cosa vogliamo davvero dall’esplorazione spaziale.

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